11/03/16

Abbiamo solo la nostra storia ed essa non ci appartiene

“Abbiamo solo la nostra storia ed essa non ci appartiene”  Ortega y Gasset 
Noi siamo immersi nella storia e cerchiamo in qualche modo di sentirci protagonisti, ma il più delle volte non lo siamo. 
Non possiamo scegliere cosa ci accade, dove nasciamo, dove viviamo,  la famiglia che dovrà prendersi cura di noi. 

Nasciamo. E poi, tutto quello che succede dopo per molti anni ci capita e basta, senza che nessuno di noi possa fare nulla. 
Sono gli altri a fare per noi e la nostra vita dipende da loro. 

E non è neanche nostra la terra in cui nasciamo. Se nasco in un paese dove c'è benessere non ho nessun merito. Se nasco in un paese in guerra o nella fame non ho colpa.
Penso che queste siano "verità di fatto", incontestabili, indiscutibili.

Da dove nasce quindi, quel senso di superiorità che ostentano molte persone, che dividono in "noi" e "loro", che parlano con tanta sicurezza di quello che è “nostro” o “vostro”. Cosa dovrebbe fare chi è nato in un paese dove il “mio” non esiste più, cosa dovrebbe fare chi non ha cibo e rischia la morte perché nel suo paese c’è una guerra che lui non ha voluto, e non c’è cibo per tutti? 

Cosa avremmo fatto noi al loro posto? Ci saremo lasciati morire o uccidere per non "violare" il territorio di un paese in cui non si è nati? Cosa fanno i nostri giovani adesso che in Italia c’è la disoccupazione? Cosa hanno fatto anni addietro quando tanti italiani e non solo sono emigrati e hanno lasciato la loro terra? La nostra memoria è molto corta.

Eppure chiamano quelli che si affacciano alle nostre porte invasori, suonano l'allarme, dalle bocche di qualcuno escono invettive che ricordano tempi che credevamo passati: ci toglieranno il lavoro, le case, gli asili nido. Sono degli usurpatori. 
Sembra davvero che sia arrivata “un’orda di barbari”  in assetto di guerra con intenzioni offensive nei nostri confronti. 
Ed allora è lecito ergere muri e barriere di filo spinato, schierare la polizia in assetto di guerra, allontanare chi osa avvicinarsi con manganellate e calci… Accettare che molti muoiano sui gommoni dei trafficanti di uomini. I trafficanti ci nono perché qualcuno vuole che ci siano. 

Io pensavo di essere nata in un paese che, finalmente, dopo aver conosciuto gli orrori di guerre e totalitarismi spietati avesse imparato… Avesse capito che ogni uomo ha diritto alla vita. Avesse detto, come in ogni commemorazione diciamo: mai più!

Pensavo che i capi dei nostri governi si riunissero con urgenza, ma per garantire a tutti una prima assistenza, perché bambini, vecchi, donne e uomini potessero ripararsi dal freddo, potessero sfamarsi e poi si ritrovassero per pensare a come accogliere nel miglior modo possibile gente già così provata, che tanto aveva già sofferto. 

Speravo che aiutassero i loro cittadini a comprendere quanto un mondo più giusto ed umano fosse più vantaggioso per tutti. Ed invece vedo crescere quei politici che istigano, disinformano per puro calcolo d'interesse personale. Quegli stessi politici che, appena arrivati al governo, pensano a far più soldi possibile.

Mi sono sbagliata. E mi vergogno per tutti loro.

Queste persone, questi emigranti, come me, come tutti noi, vogliono solo vivere. Vogliono dare una vita dignitosa ai loro figli, vogliono lavorare: che delitti imperdonabili! Le loro storie, se solo li ascoltassimo, ci farebbero comprendere cosa hanno passato per arrivare qua, mentre i nostri pasciuti governanti dissertavano seduti comodamente in poltrone e in luoghi di lusso le loro sorti.  

Fuggono dalla guerra che siamo stati noi a portare  in casa loro, scatenando l'inferno, più inferno di quello che già conoscevano.
Fuggono dalla fame: e chi fugge dalla fame non deve essere ricacciata a casa… 

Da dove viene tutta questa cattiveria? Dove alberga dentro di noi, come si scatena? 
E come è possibile far finta di nulla, volgere lo sguardo altrove? 

Lasciamo che la gente muoia, che continui a morire davanti alla nostra porta di casa, lasciamo che tutto ciò avvenga e tutto diventi così maledettamente "normale". 
E' la nostra società ad essere malata se non si è capaci di indignarsi, di sentire il dolore dell’ingiustizia, se siamo anestetizzati da parole, immagini che riversano ogni giorno nelle nostre case.

E' troppo comodo dire che la colpa è sempre di altri. La colpa ci appartiene. Ci appartiene nel momento in cui non ci facciamo domande e tanto meno cerchiamo risposte. 

Lo facciamo di fronte a fenomeni epocali come l'emigrazione di tanta gente, ma peggio lo facciamo anche nei confronti di chi ci è vicino.

Dovremmo dirci che ognuno di noi è responsabile di fronte a chi è più debole di noi, dovremmo comprendere che ognuno può fare la differenza là dove è, vive e lavora. Dovremmo comprendere che il mondo lo facciamo anche noi, ogni giorno, ogni ora del nostro tempo. 
Lo facciamo nelle nostre case, quando circoliamo per la città, quando incontriamo la gente, quando siamo al lavoro, quando qualcuno chiede aiuto… sempre.

E penso in particolare, perché mi riguarda più da vicino, alla scuola. 

Nessun bambino ha colpa di essere nato in una famiglia incapace di educarlo o che non riesce a prendersi cura di lui. 
Ed allora è mio compito pensare a lui, quando vive buona parte della giornata con me. 
E' mio compito anche se pensiamo che gli insegnanti non sono considerati né dalla società né da chi ci governa, anche se mancano le ore, gli specialisti, e anche se sono sottopagata. 

Lui è lì, di fronte a me, lui vede me e da me si aspetta risposte. Io posso fare molto per lui.

Tutte le rivendicazioni che ho da fare posso farle, ma fuori dalla classe, i bambini non sono responsabili delle mie frustrazioni. 
Lo devo fare perché sono un insegnante, che, al di là di quello che gli altri pensano, è un lavoro faticoso, ma fondamentale. Lo devo fare perché sono semplicemente una persona  adulta che deve aver cura di chi è più piccolo e fragile. 

Ci sono insegnanti e insegnanti, e so che ce ne sono molti che già hanno intrapreso questo cammino. 
Ci sono genitori e genitori. Non tutti i genitori sono contro gli insegnanti. Cerchiamoli e costruiamo alleanze per lottare insieme contro chi non crede ad un società in cui ci sia più giustizia e dignità per tutti. 

La storia non ci appartiene, ma dentro a ciò che siamo, possiamo fare le nostre piccole o grandi scelte e affermare la nostra libertà e dignità. Ed è dai nostri vicini che dobbiamo cominciare per allargare sempre di più il nostro orizzonte. 

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