16/03/16

La commedia italiana di Ettore Scola

La commedia italiana è stata un ginepraio in cui è difficile districarsi, una specie di mercato delle pulci dove c’è stato di tutto. Perché Fellini ha fatto commedia italiana; Pasolini l’ha fatta; Franchi e Ingrassia l’hanno fatta, Corbucci, Monicelli, Comencini, io e altri ancora. […] Uno dei registi che piú ho amato è Vittorio De Sica. Con Zavattini ha “pedinato” l’uomo, schiacciato dalla tragica realtà degli anni del neorealismo anche nei momenti in cui nonostante tutto ride, quando è buffo e fantasioso: credo che la dimensione umana somigli appunto a questo miracoloso miscuglio di tragedia e di favola, di mistero e di riso. La commedia italiana è stata la figlia un po’ degenere del neorealismo, una sorta di reazione un po’ reazionaria, in quanto nata come pacificatoria, “testimone” di un’Italia consolata, grassoccia e paesana, dai pochi riferimenti con la realtà. Un cinema di fantascienza (o di fantacoscienza). Poi la commedia italiana è cresciuta, è entrata in maggior contatto con la realtà, ha scavato di più, si è fatta più inquietante, da consolatoria che era è diventata spesso provocatoria. È in questa direzione che credo di aver lavorato: verso una commedia italiana nella quale, dietro l’eredità del neorealismo e le “magie” della satira, traspariva l’apologo civile.
[…] La commedia all’italiana nasce su parecchi innesti; e fra quelli “nobili”, come la Commedia dell’arte, le maschere, il teatro dialettale, c’è anche il neorealismo cinematografico, che può esser considerato il padre della commedia all’italiana, anche se questa è nata proprio come reazione al neorealismo. Il neorealismo cercava di restituire il volto drammatico e autentico dell’Italia di quegli anni, mentre la commedia all’italiana, con intenti opposti, soltanto evasivi, ha cercato di fabbricare un quadro italiano conciliante, paesano, doncamillesco, di “pane” e di “amore”. È cominciata così, in modo abbastanza falso, la commedia all’italiana. A poco a poco, però, è cresciuta, ha preso a seguire sempre più da vicino e più criticamente il cammino della società. Ne ha registrato i cambiamenti, le illusioni, le realtà, dal “boom” al “crack”; ha contribuito a intaccare qualcuno di quei tabù di cui l’Italia cattolica è vittima: tabù della famiglia, del sesso, delle istituzioni. Si pensi al contributo che alla battaglia del divorzio ha dato la commedia di Germi o di Monicelli. Sulla strada dell’iconoclastia santamente irriverente dei falsi “valori” che hanno ingannato, e ingannano, la società italiana, la commedia si è fatta sempre più attenta e aderente alla realtà.
(...)Mettere in immagini ciò che vedo intorno a me, è una cosa che mi esalta. A parte la voglia di raccontare delle storie, a parte la voglia di conoscere dei personaggi, c’è il gusto per la realtà. Rappresento quasi sempre la realtà. Non sono uno che filma la propria immaginazione, i propri sogni, le proprie fesserie e fumisterie. Mi piace parlare della realtà perché è ciò che amo di più.

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