16/03/16

Gli anni di Annie Ernaux

La memoria…cosa ricordiamo? cosa invece scompare o rifà capolino quando meno ce lo aspettiamo? Ognuno di noi cerca consciamente o meno di mettere ordine, di ricostruire una cronologia,  di dare così un senso alla propria vita. Allora colmiamo i vuoti, uniamo fra di loro frammenti di ricordi. E cerchiamo di ricostruire la nostra storia, il nostro romanzo, la nostra autobiografia.

La Ernaux sembra consapevole che nella realtà le cose non funzionano così, non esiste una concatenazione di fatti che dia senso alla vita vissuta: lo sforzo che continuamente facciamo per costruire la nostra identità, nel suo libro, emerge in tutta la sua complessità. I ricordi   non sono lì a nostra disposizione, ma sembrano a volte prendersi gioco di noi, compaiono, scompaiono, a volte si inabissano, si intrecciano con altri, si confondono con quelli collettivi che ci costituiscono come i nostri personali.
«Il desiderio di scrivere Gli anni - dice la scrittrice - mi è venuto a metà degli anni Ottanta, poco dopo Il posto. Avevo 45 anni e mi sconvolse rendermi conto di quanto il mondo fosse cambiato rispetto a quando ero una bambina».
Chi, ad una certa età, si guarda indietro si accorge che nulla è come prima, che tutto è mutato velocemente e non si è fatto in tempo a prenderne veramente coscienza, a comprendere cosa stava succedendo se non nel momento in cui tutto era già avvenuto. 

Il vero protagonista di “Anni” è proprio il tempo che nel suo trascorrere impetuoso travolge ogni esistenza individuale. 
Il tempo in cui non eri ancora: “I giorni di festa dopo la guerra, nella lentezza interminabile dei pranzi, sbucava dal nulla e prendeva forma il tempo già cominciato, (…) il tempo in cui non eravamo, in cui non saremmo mai stati, il tempo di prima”. Nelle conversazioni facevano capolino le vicende della guerra in cui si mescolavano la Storia ufficiale e gli aneddoti che ognuno di loro aveva vissuto. e “su uno sfondo comune di fame e di paura, tutto veniva raccontato alla prima persona plurale”
Il tempo del presente che però non si lascia afferrare. E alla fine il tempo in cui non saremo più e saremo inevitabilmente dimenticati. La Ernaux cerca di dare in qualche modo forma a ciò che si appresta a raccontare. Vuole in qualche modo trattenere la memoria ed il suo diventa un flusso ininterrotto di pensiero. 
 «Volevo raccontare la mia vita con il mondo attorno perché non penso che si possa parlare di sé senza parlare degli altri. Il grande problema era: come fare? Come scrivere con questo doppio binario? Mi è venuta l’idea di fare quella che ho ribattezzato un’autobiografia impersonale. Ma non sapevo se avrei scritto usando come soggetto “lei”, invece di ”io”, allo stesso tempo, mi interrogavo su come parlare del mondo, dell’evoluzione della Francia, non soltanto nel suo aspetto storico, ma anche sociologico.
Nel 2000 mi sono lanciata e ho cominciato usando “noi”, il “si” impersonale, “loro”, “lei”. Avrei potuto continuare in questo modo, ma dov’era il mio posto? Allora sono passata alle foto. Raccontare alcune immagini, senza mostrarle. Si comincia con una foto di me neonata, circa tre mesi, forse un anno. Alla seconda foto, di me a otto anni in riva al mare, ho avuto la tentazione di mettere “io”, ma non l’ho fatto e così sono andata avanti fino alla fine, con l’ultima foto, quella di una donna matura».
È attraverso un sentire comune in cui si può rispecchiare un’intera generazione, Annie Ernaux, fonde la voce individuale con quella collettiva e rievoca le tappe che hanno scandito la storia del Novecento. 
In questa “autobiografia impersonale” dunque, come la definisce, la narrazione non è affidato all'Io, ma rispondendo proprio alla molteplicità da cui parte il suo progetto di storia collettiva, è affidata alla prima persona plurale, al “noi” che diventa la voce di una generazione.  
Quella nata durante la guerra, che ha conosciuto una società fatta di tabù e proibizioni, che ha fatto il Sessantotto ed è entrata nell’epoca della liberazione sessuale, quella che ha creduto di poter cambiare il mondo e ha accolto con speranza l’avvento del socialismo con la salita al potere di Mitterrand.
Nata nel 1940, la scrittrice passa attraverso tutte le tappe della grande storia e della microstoria personale, dalla liberazione della Francia alla guerra in Algeria, dal ’68 al socialismo al potere con Mitterrand la caduta del muro di Berlino. Il nuovo punto di non ritorno, quello dopo il quale nulla sarà più lo stesso, è chiaramente l’attentato alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001, quel momento “che non poteva essere creduto, né pensato, né sentito, soltanto visto e rivisto sullo schermo di un televisore” in cui: “tutti cercavano di ricordare in che attività fossero impegnati nel momento esatto in cui il primo aereo aveva colpito la torre del World Trade Center, mentre coppie che si tenevano per mano si gettavano nel vuoto”, fino al disincanto degli anni che stiamo vivendo. 

La narrazione non si sofferma solo sui cambiamenti epocali, ma sulle transazioni che si manifestano esempio nel nostro rapporto con le cose, quando le desideravamo per molto tempo prima di averle e il possederle non deludeva mai, ricordando come “le si offrivano agli sguardi e alle ammirazione altrui”, come esse custodissero “un mistero e una magia che non si esauriva né nella contemplazione né nell’uso” a differenza di oggi quando si è passati, in un battibaleno, dal lettore DVD alla macchina fotografica digitale, all’MP3, all’ADSL, allo schermo piatto, in una rincorsa al prodotto appena uscito molto prima che il precedente possa invecchiare. E il cambiamento nell’ascolto della musica, quando nel segreto della camera si ascoltava e riascoltava lo stesso disco senza mai stancarsene, e quando con l’avvento del walkman si faceva l'esperienza di far penetrare la musica dentro il corpo, “ci si poteva vivere dentro, murati dal mondo”. 
E poi l’avvento della società dei consumi, “un fatto assodato una certezza sulla quale, che si fosse contro o a favore, non c’era bisogno di tornare a discutere” con “la tendenza generale di spendere, di appropriarsi in maniera risoluta delle cose e dei beni non necessari”, tenendo ben presente che “gli ideali del Maggio si convertivano in oggetti e in intrattenimento” e la televisione che domina nelle case tanto che  solo i fatti mostrati alla televisione davano accesso alla realtà.
"Grazie alle cose le persone potevano contare su un'esistenza migliore (...) Dei timidi e di chi non accondiscendeva all'allegria diffusa si diceva, ha dei complessi. Era l'inizio della società del divertimento".
Il ritmo del libro è avvolgente, vorticoso, anno dopo anno siamo coinvolte da ciò che ricorda l’autrice, ci ritroviamo quando le sue memorie incrociano le nostre, quando la storia della Francia incrocia quella mondiale. È questo un libro l'autrice usa il tempo imperfetto. La Ernaux ci incalza, ci mette insieme e divide in continui “eravamo” e “erano”; “avevamo” e “avevano”; “guardavamo” e “guardavano”. Noi e loro, a volte sovrapposti, poi uniti, poi di nuovo separati.

Annie Ernaux corre, vola fino a dopo il duemila; dopo una foto che la ritrae con la nipote in braccio, è il duemilasei: siamo alle ultime pagine dove spiega ciò che vuol tentare di salvare, nella consapevolezza che quelle immagini che ci descrive come tante altre: 
"Svaniranno tutte in un colpo solo come sono svanite a milioni le immagini che erano dietro la fronte dei nonni morti da mezzo secolo, dei genitori morti anch’essi. Immagini in cui comparivamo anche noi, bambine, tra altri esseri scomparsi prima ancora che nascessimo, nella stessa maniera in cui ricordiamo i nostri figli piccoli assieme ai loro nonni già morti, ai nostri compagni di scuola. E così un giorno saremo nei ricordi dei figli in mezzo a nipoti e a persone che non sono ancora nate. Come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai. Appaia i morti ai vivi, gli esseri reali a quelli immaginari, il sogno alla storia”.
E' un libro difficile, ma molto bello. Un libro su cui bisogna meditare, riflettere.  Ormai la gente si sta abituando a leggere  libri non perché sono particolarmente meritevoli  ma perché molti altri li hanno letti, sono consigliati, sono best sellers. Frasi tipo "è il più bel libro dell'anno", "appena uscito ha già venduto..."  sono ormai all'ordine del giorno. E sappiamo che c'è dietro un gioco di marketing, che nulla a che vedere con la bravura effettiva dello scrittore.
Non possiamo forse, come direbbe la Ernaux, cambiare i fatti, invertire la tendenza, ma cercare di non cadere nella trappola sì. Sforzarci di leggere un libro più complesso, ma che ha da dire molto anche. Me lo auguro di cuore. 
"Gli anni" è pubblicato da un piccolo editore come Orma, nella traduzione di Lorenzo Flabbi.

1 commento:

  1. cara Emilia, certamente tu non consigli libri "da supermercato" e sono d'accordo: possiamo scegliere di non cadere nella trappola della promozione, ma ad una lettura come questa che ci presenti, penso che occorra anche sentirsi pronti.
    Grazie come sempre, un abbraccio
    Arnica

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