27/03/16

Apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”

“Il sogno dell’umanità è trovare il canale giusto. Qual è il significato di tutto quanto? Cosa possiamo dire, oggi, intorno al mistero dell’esistenza?
Se teniamo conto di tutto, non solo di quanto sapevano gli antichi, ma anche di quello che loro ignoravano e noi abbiamo scoperto, allora credo che l’unica risposta onesta sia: nulla. Ma credo anche che con questa ammissione abbiamo probabilmente fatto un passo nella direzione giusta.
Ammettere di non sapere, e mantenere sempre l’atteggiamento di chi non sa quale direzione è necessario prendere, ci dà modo di variare, di riflettere, di scoprire cose nuove e di avanzare nella conoscenza di noi stessi, per riuscire a fare quello che veramente vogliamo, anche quando non sappiamo cosa vogliamo.
Guardando indietro, si ha l’impressione che i periodi peggiori della nostra storia siano quelli in cui era più forte la presenza di persone che credevano in qualcosa con fede cieca e dogmatismo assoluto, prendendosi tanto sul serio da pretendere che il mondo intero la pensasse come loro. E poi facevano cose espressamente in contrasto con i loro stessi princìpi al fine di dimostrare la verità della propria dottrina.
Come ho già detto in precedenza, e qui lo ribadisco, l’unica speranza per un progresso dell’umanità in una direzione che non ci porti in un vicolo cieco (come già tante volte è successo in passato) risiede nell'ammissione dell’ignoranza e dell’incertezza. Io dico che non sappiamo quale sia il significato della vita e quali i giusti valori morali, e non abbiamo modo di sceglierli.”
Richard P. Feynman, Il senso delle cose
Mi capita spesso di trovarmi di fronte a persone che hanno certezze ferree, indiscutibili. Mi capita di sentire scambiare per dialogo l'accostamento indiscutibile di un'idea contro un'altra, e quando l'idea di cui si è sostenitori non passa, allora si passa agli insulti. 
In realtà se qualcuno dei cosiddetti "dialoganti" fosse sottoposto al metodo socratico, quindi a dare semplicemente spiegazioni su quanto viene da loro asserito con forza e convinzione, non saprebbe andare avanti nella sua dissertazione o al più direbbe "E' così e basta. Perché? perché lo so."

Mi chiedo perché tanta paura di ammettere la propria ignoranza, o di ascoltare ciò che l'altro ha da dire. Mi chiedo perché chiudere in una gabbia la propria mente, colmarla di pregiudizi, di risposte per tutte le occasioni, di giustificazioni senza fondamento.

Il luogo del "non so" è lo spazio del dialogo, della riflessione, della condivisione, dell'accettazione dell'altro. Il "non so" è aprire porte, allargare orizzonti, imparare a farsi domande prima di darsi risposte. 
Il luogo del "non so" è lo spazio della compassione, è lo sguardo che vuole vedere, che si lascia interpellare, scuotere, inquietare. Il "non so" ti mette in cammino verso l'altro con cuore aperto, fa silenzio di fronte a ciò che ha da narrare di sé, ascolta e impara che la sua non è l'unica verità.
Ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande, diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita. Nei casi più estremi, come ben ci insegna la storia antica e contemporanea, può addirittura essere un pericolo mortale per la società.
Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”. Piccole, ma alate. Parole che estendono la nostra vita in territori che si trovano in noi stessi e in territori in cui è sospesa la nostra minuta Terra. Se Isaak Newton non si fosse detto “non so”, le mele nel giardino sarebbero potute cadere davanti ai suoi occhi come grandine e lui, nel migliore dei casi, si sarebbe chinato a raccoglierle, mangiandole con gusto. Se la mia connazionale Maria Sklodowska Curie non si fosse detta “non so” sarebbe sicuramente diventata insegnante di chimica per un convitto di signorine di buona famiglia, e avrebbe trascorso la vita svolgendo questa attività, peraltro onesta. Ma si ripeteva “non so” e proprio queste parole la condussero, e per due volte, a Stoccolma, dove vengono insignite del premio Nobel le persone di animo inquieto ed eternamente alla ricerca.
Dal discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel da Wisława Szymborska,1996

1 commento:

  1. Essere eternamente alla ricerca forse significa ricercare l'infinito, anche dopo la morte

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