05/03/16

Mia mamma 'Non 'voleva covarci', ma 'metterci le ali'

Carezza di Mary Cassat
Era la capacità che aveva mia madre di dedicare tutta se stessa alle sue due figlie, al marito, alla famiglia, che ha inculcato in me il valore del dono dell'amore e che supera il bisogno di eccellere?Per mia madre questa dedizione era semplicemente normale: nessun sacrificio, nient'altro che la trasmissione del dono di sé...
Julia Kristeva 

La madre di Julia Kristeva, come molte madri di un tempo, aveva rinunciato a qualcosa di sé, aveva abbandonato la biologia,
"per consacrarsi alle due figlie, senza mancare di ripetere a mia sorella e a me, che lei non 'voleva covarci', ma 'metterci le ali'".
Non penso che sia giusto che le donne debbano rinunciare a se stesse, ai loro interessi, alle loro passioni e alla loro intelligenza. Ma ritengo comunque che, anche se molto spesso e per moltissimo tempo nella storia la funzione materna sia stata usata per relegare la donna in casa, per sottometterla al pensiero e all'autorità maschile, si debba comunque riflettere seriamente a quanto di grande ci sia nel ruolo materno.

"Essere mamma", mi diceva sempre la mia, "è bellissimo".
Mia madre come quella della Kristeva "non voleva covarci", come invece capita ancora spesso, ma "metterci le ali".

Ma per volare, per staccarsi da chi ci ha generato, per emanciparci dalla sua protezione, bisogna che prima, quando si è fragili, incapaci, completamente dipendenti, abbiamo assorbito la forza necessaria per cimentarci, per prendere il volo, per provarci e riprovarci senza scoraggiarci.

Per questo la maternità non è un lavoro, è un'arte. Un'arte che non si insegna, ma che si impara ogni giorno nel rapporto col proprio figlio che, impotente, si affida alla madre con totale abbandono.

E' un'arte allora saper leggere i segnali, interpretarli, saper dare risposte, sbagliare e sapersi correggere, parlare nel silenzio, con lo sguardo, con i gesti, con il proprio corpo, con il proprio calore e la fermezza.

E' un'arte saper reggere il pianto disperato di un bambino che non sa esprimersi altrimenti, e saperlo calmare. Vincere la paura, la stanchezza, i momenti di sconforto.

E' un'arte pian pianino saperlo emancipare, insegnargli passo dopo passo ciò che credibilmente può fare da solo. Lasciarlo andare, saperlo accogliere quando torna, sorreggerlo quando non ce la fa.

E' un'arte saper dire di sì e di no. Avere il coraggio del momentaneo rifiuto. Della lotta. Del perdono.

E' un arte donare il proprio tempo, condividerlo, farlo diventare il grembo entro il quale la crescita è possibile. Conoscere la pazienza dell'attesa. Il dolore della sconfitta. La paura del rischio.

E' un'arte convivere con le proprie emozioni, saperle guidare, trattenere, liberarle. Saper riconoscere i propri limiti, convivere con il dubbio, con l'ansia, con il senso di inadeguatezza.

E' un'arte perseverare. Non arrendersi.

Essere madre è saper ascoltare, saper guardare e saper vedere, è attenzione e tensione.

Il sapere materno è il sapere della cura, è il sapere che ci porta a guardare e a difendere chi è indifeso.
Il suo sguardo non si chiude nel recinto della famiglia dove un sapere maschile voleva relegarlo, ma va oltre, e uno sguardo particolare  legata alla terra e ai suoi bisogni, non astratto, ma concreto.

Non si tratta solo di "occupare" luoghi di potere, luoghi di prestigio o di comando. Non si tratta di "quote rosa", o solo di essere "contro". Si tratta di tessere tele, si tratta di costruire rapporti nuovi, di essere capaci di gesti, di attenzioni, di "parole nuove"  che sappiano dare pennellate di luce là dove tutto sembra essere ormai segnato dall'abitudine e dal senso di impotenza.

Il sapere materno genera vita, ma impara a rinascere giorno per giorno, perché è in continuo contatto con il cuore della vita.

Si tratta di guardare il mondo in orizzontale e non in verticale. Il solo modo che ci permetta di guardarci negli occhi! Di riconoscere la nostra umanità nell'umanità dell'altro.

1 commento:

  1. Bello. Le mamme, noi, le nostre mamme, hanno una posizione di privilegio in cui si può fare tutto il bene e tutto il male del mondo.

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