13/03/16

Mostrare le luci nascoste in Afghanistan: le fotografie di Monica Bulaj (1)

"Da tempo sognavo di andare in Afghanistan. Era un mito, una speranza: quella terra, che unisce tante culture diverse, mi affascinava. Da lì passavano i migratori, i nomadi, la via della seta. Io lo definisco un grande incrocio con i semafori un po' scassati. E la stessa Kabul è una città ricca di mitologia, di leggende, di storia, una città bellissima.
Negli anni successivi all'11 settembre, una guerra di vendetta, profondamente ipocrita, ha portato un attacco a spese della popolazione civile, colpendola ingiustamente. In quel periodo, i media hanno mostrato solo il lato peggiore di quella terra: la povertà e la desolazione. Più recentemente, l'Afghanistan è scomparso dalle televisioni, lasciando impresso nelle nostre menti un brutto ricordo, in un perpetuo immobile tra gli stereotipi che generano la guerra e la guerra che genera stereotipi. A quel punto mi sono detta: è arrivato il momento di far vedere che c'è anche dell'altro".

E' partita da sola per questo viaggio la fotografa polacca Monica Bulaj, perché è così che concepisce i suoi viaggi, solo in questo modo impara davvero studiando la loro lingua e immergendosi totalmente nella loro cultura, imparando il loro codice di comportamento.
Questo diversamente da tutti gli occidentali che sono in quel paese per varie ragioni:
Dopo dieci anni di presenza militare, gli occidentali sono scomparsi dalle strade, sfrecciano sui blindati e vivono nelle loro aree protette. In pratica, lavorano su un paese che hanno disimparato a conoscere, con l'impossibilità di raggiungere le persone. 
Lei ha vinto la diffidenza, la paura, gli stereotipi ed è partita e questo è quanto ci dice sull'incontro con queste persone: 
Badakshan, 2010. La minoranza ismailita, nota per la tolleranza verso le donne e la forte ascendenza mistica
La reazione al fatto che fossi occidentale è stata ottima. Gli afgani sono il popolo più ospitale che conosca.  Questa capacità di accogliere generosamente uno straniero che è sinonimo del male vissuto sulla propria pelle, mi ha  profondamente stupita.
Monika Bulaj racconta in un libro il suo viaggio nella terra degli afgani, alla ricerca dell’anima di un popolo martoriato, devastato da anni di occupazione militare e di guerra. In tre diversi momenti, dal 2009 ai primi mesi del 2011, Monika Bulaj viaggia attraverso l’ Afghanistan, dal confine con l’ Iran a quello cinese. Mimetizzata dal burqua si sposta in un terreno minato - “dove le speranze di sopravvivere aumentano se qualcuno percorre la strada prima di te”- aiutata da gente di passaggio, accolta e guidata da gruppi di donne nei villaggi, si muove a piedi, in bus, sul dorso di cavalli, yak, in taxi, camion… L’ essere donna si rivela un privilegio che le permette d’essere ammessa dove ai maschi è proibito. Con la sua Leica,  Monika Bulaj, non mostra il presente un paese in guerra, nelle sue foto non ci sono soldati, pistole o segni visibili del conflitto. Il suo viaggio è stato:
uno slalom continuo per evitare i banditi targati Talib, seguendo la complicata geografia della sicurezza che tutti gli afghani conoscono.
Parlando con gli afghani, ho scoperto che la guerra è una macchina miliardaria che si autoalimenta e che pur di funzionare arriva al punto di pagare indirettamente tangenti allo stesso nemico.
Rifiutando di viaggiare con un’unita’ militare – ‘embedded’ – protetti da un elmetto in kevlar, ho ritrovato un mondo che dalla Maillart a Bouvier gli europei amarono e che ora, dopo dieci anni di presenza militare, abbiamo rinunciato a conoscere.
La culla del sufismo e di un Islam tollerante che, lì come in Bosnia, l’Occidente si ostina a ignorare. Un mondo odiato dai Taliban e minacciato dal nostro schema dello scontro bipolare.
Un Paese nudo e minerale, dove un albero ha una maestà senza eguali e l’individuo non ha spazio per l’arroganza.
Deserti dove il richiamo “Allah u Akhbar” suona più puro che altrove.
Una terra abbacinante, dai cieli sconfinati, e così inondata di sole che bisogna rifugiarsi nell’ombra – interni, albe e crepuscoli – per ridare un senso alla luce, al fuoco, ai bagliori dello sguardo.

Un Paese disperato, dove la donna è schiacciata dal tribalismo e l’oppio è la sola medicina dei poveri, ma dove una straniera può essere accolta in una moschea e l’incantamento dello straniero è vissuto come una benedizione.
Una terra dove si rischia la vita solo andando a scuola e dove nelle periferie disperate i bambini si svegliano alle quattro del mattino per andare a prendere l’acqua con gli asini.
Ma anche un Paese d’ironia, capace di ridere nei momenti più neri, rispettoso degli anziani, perfettamente conscio che il solo futuro possibile sta nella scuola, e nei bambini che domani saranno uomini.
Nel “giardino luminoso” dell’Afghanistan ho seguito d’istinto i suoi sentieri, trovando focolai di speranza nei luoghi più insperati, nel fondo più nero della disperazione.
Villaggio abitato dalla minoranza israelita. Questa bambina di 2 anni ha la polmonite. In Afghanistan, la metà dei bambini non sopravvive all'inverno
Cosa sappiamo del paese e delle persone che pretendiamo di proteggere, dei villaggi dove l'unica medicina per uccidere il dolore e fermare la fame è l'oppio? Sono persone dipendenti dall'oppio sui tetti di Kabul a 10 anni dall'inizio della nostra guerra. Queste sono ragazze nomadi, diventate prostitute per gli uomini di affari Afgani.
Cosa sappiamo di queste donne 10 anni dopo la guerra? Vestite con questi sacchi di nylon, fatti in Cina, chiamati burka. 
Ho visto un giorno, la più grande scuola in Afghanistan, una scuola per ragazze. 13.000 ragazze ci studiano nelle stanze interrate, piene di scorpioni. E il loro amore per lo studio era così grande che ho pianto.
Cosa sappiamo delle minacce di morte dei Talebani inchiodate sulle porte della gente che osa mandare le proprie figlie a scuola, come a Balkh? La regione non è sicura, è piena di Talebani, e l'hanno fatto.
Il mio scopo è dare una voce alle persone silenziose, per mostrare le luci nascoste dietro la cortina del grande gioco, i piccoli mondi ignorati dai media e i profeti di un conflitto globale.
Il sito della fotografa 
Una video-intervista con Monika Bulaj, da Repubblica Tv

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