04/03/16

Nessuno deve sentirsi solo...

Io
Che vago nel buio
In una foresta
Senza un’anima viva.

Così Roberto, un ragazzo di dodici anni, si esprimeva in una sua poesia. Era l’espressione del suo smarrimento, dell’incapacità di comunicare la propria solitudine. Era un ragazzo molto aggressivo, impenetrabile. Il padre era una figura inesistente. La mamma, troppo debole, troppo sola per poter affrontare i suoi problemi, troppo fragile per poterlo ascoltare, si consolava con altri uomini ed aveva poco tempo per lui. Roberto preferiva vivere sulla strada e solo verso sera si ritirava a casa.

Sembrava divertirsi a far paura agli altri, a dominarli minacciandoli. Si mostrava forte per nascondere la sua estrema fragilità. Sentiva che anche molti insegnanti avevano paura di lui. Ma la sua era una forza di argilla, pronta a sgretolarsi. Dentro di sé il vuoto, la mancanza di riferimenti, di appigli sicuri. Ed allora ecco la corazza, la maschera per nascondere il suo sentirsi «nulla».Roberto non ti guardava negli occhi quando ti parlava e se gli chiedevi perché, ti rispondeva: «Non sono abituato». Aveva paura di vedere negli occhi degli altri se stesso.

Molto spesso i bambini più aggressivi sono quelli che più hanno sofferto, quelli che avrebbero più bisogno degli altri. La rabbia è un modo di «rivivere per cancellarle, le tracce degli avvenimenti drammatici vissuti». [Françoise Dolto, Come allevare]

Bambini soli, che  hanno ricevuto poco affetto, poche cure. Bambini che nella loro infanzia non hanno sentito il calore di un abbraccio, non hanno percepito la dolcezza di una carezza, non hanno sentito la gioia della voce di una mamma che si rivolgesse a loro con tenerezza. Bambini a cui nessuno ha risposto quando hanno pianto, che non si sono sentiti curati e accuditi quando stavano male; bambini i cui sguardi non hanno mai incontrato gli occhi di nessuno, che non hanno mai avuto chi li vegliasse quando il buio scendeva nella loro camera e dovevano affrontare la notte e i suoi fantasmi. Bambini che sono vissuti in case dove l’urlo sostituisce la parola, il litigio il dialogo. Bambini che hanno avuto troppo presto le chiavi in tasca, che hanno imparato troppo presto a mangiare da soli. Bambini che accendono la televisione per supplire alla mancanza di una voce amica. Bambini che indossano una maschera quando sono con gli altri perché nessuno ha mai consolato il loro pianto né compreso la loro sofferenza. Bambini che piangono, ma solo quando sono nel buio e nessuno li vede.

In loro sembra morta anche la capacità di chiedere aiuto. Troppo profondo è il dolore, troppa la sofferenza sedimentata negli anni. Troppo difficile risalire la china e comunicare la fatica per non precipitare in un baratro senza fondo. Chi può capire, sentire ciò che sentono? Chi può immedesimarsi nel loro mondo? Chi è disposto a decifrare un linguaggio che non trova parole adatte ad esprimere tutto ciò che si prova? Chi è disposto a prenderli per mano e a camminar loro vicino?

Sono ragazzi questi, in genere, a cui è stata sottratta la speranza. Vivono in famiglie disgregate che non hanno saputo o potuto comunicar amore, attenzione per loro prima ancora che il linguaggio diventasse parola, quando la comunicazione è fatta di gesti, calore, sguardi; quando una madre sa intuire i desideri di un figlio e soddisfarli facendogli così un dono prezioso che lo aiuterà per tutta la vita: la fiducia, il sapersi affidare senza paura.

Vivono solo nel presente. Non si interrogano sul loro passato. Non vogliono pensare al loro futuro.  Il tempo passa senza recare nulla con sé. Sentendosi senza fondamenta sentono che nulla di ciò che gli viene dato è utile per edificare un mondo futuro. Il tempo passa quindi apparentemente senza lasciare tracce. È un tempo chiuso, senza aperture, è disperazione senza voce e la disperazione è solitudine. Gli amici sono altri ragazzi soli, insieme si fanno coraggio.

A loro ci si accosta in punta di piedi. Si accettano i loro silenzi, i loro rifiuti. Si aspetta pazienti un segno di avvicinamento, non per inondarli dei nostri discorsi e dei nostri consigli, ma per far loro sentire la nostra presenza e il nostro interesse. Allora si assiste ad un avvicinarsi per poi ritrarsi al primo segno sospetto. Un gioco sottile, quasi invisibile, impercettibile da non essere a volte colto.

La speranza sembra sotterrata ma, se percepiscono la disponibilità dell’altro, il loro cuore si mette in attesa, diffidente e distaccato perché abituato alla delusione e all'ostilità di chi lo circonda. Anche quando il suo cuore si apre, non sanno chiedere perché la parola non è conosciuta in quanto mai sperimentata. La loro modalità di comunicazione è l’aggressività, la violenza, il rapporto di forza. Si uniscono agli altri, ma solo per fare gruppo e dietro la forza del gruppo nascondere le loro singole fragilità. 
Oppure è l'isolamento, la chiusura a tutto e a tutti. Impenetrabili. Silenziosi. Si mimetizzano e questi sono quelli che ancora di più non credono in nessuno che possa aiutarli.

Ho incontrato molti di questi ragazzi, troppi. La scuola può e deve far molto per loro. Noi possiamo e dobbiamo fare qualcosa per loro. Perché ogni adulto maturo deve occuparsi delle generazioni più giovani. Non è vero che di loro si possono occupare solo gli specialisti, è nella vita, nella quotidianità che devono trovare qualcuno che li prenda semplicemente per mano.

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