23/03/16

Non è un tempo di pace, quello che stiamo vivendo

Non è un tempo di pace, quello che stiamo vivendo.
Non c’è pace, quando si fa spazio la paura, quando prende il sopravvento: seminare paura fa comodo a chi colpisce gente innocente nelle nostre città, ma fa comodo anche a chi vuole alzare muri e barriere, a chi insinua dentro di noi la diffidenza, a chi ci vuole chiudere in una società blindata, a chi vuole rendere le nostre case rifugi inospitali. 
La paura fa comodo a chi vuole bloccare la nostra immaginazione, quella che immagina una società migliore, non solo per me, non solo per noi, ma per tutti, quella che è capace ancora di sognare, di guardare al di là, di credere al cambiamento, di progettare e di agire verso questo orizzonte.
Il terrorismo aiuta e vuole schierarci gli uni contro gli altri, incrementa il linguaggio della violenza, la logica della violenza, favorisce la costruzione di un mondo in stato di guerra, di allarme, di "stato di emergenza". Il terrorismo manipola ragazzi e persone a cui nessuno ha regalato la speranza di un riscatto.

La pace è prima di tutto l'assenza di guerra, ma è anche molto, molto di più, la pace è un modo di vivere, è un modo di pensare, è un modo di essere. Non basta proclamarla, non basta dichiararsi contro. La pace crea persone attive, non contro, ma per… La pace è viva anche in mezzo alla guerra, perché è un cammino che non ha mai fine, né mai si deve interrompere.
Credere nella pace vuol dire attraversare una porta che va verso la creazione di un’altra storia e chi varca quella porta, sa che il cammino sarà molto lungo e non ne vedrà la meta: chiunque crede nella pace costruisce giorno dopo giorno sentieri che altri proseguiranno.

In questi giorni dopo l’attentato di Bruxelles, si sono alzate mille voci, vogliono dare risposte, interpretazioni, suggerire soluzioni. Voci instancabili non fanno che proclamare lo stato guerra. Sono voci che posseggono "verità", "certezze".
In realtà non sappiamo proprio nulla né “di loro”, né “di noi”, né dell’uomo che siamo “noi”, che sono “loro”. 
Pensavamo di abitare luoghi sicuri ed invece abbiamo scoperto che anche noi siamo fragili. I nostri morti sono importanti, ma non più importanti di altri morti... Morti innocenti. E di morti ce ne sono stati troppi.

No, non abbiamo risposte perché non abbiamo imparato a farci domande. A conoscere l'umiltà della domanda.

La pace non la si proclama, la si costruisce nel silenzio di un pensiero fertile.

L'architetto Renzo Piano si occupa delle periferie, quei luoghi che ricordiamo solo quando succede qualcosa di eclatante, quei luoghi in cui non va mai nessuno. Dove ognuno è in balia di se stesso. 


«Dal degrado - egli dice - nasce il male. La pace è una costruzione che si fa giorno per giorno».
«Dobbiamo smettere di costruire periferie. Ormai le nostre città sono piene di questi luoghi dove il centro non è più centro, e la campagna non è ancora campagna. Invece di continuare ad espanderli così, dobbiamo intensificare i nostri centri urbani, fecondando e fertilizzando le periferie. (...) Le periferie sono fabbriche di desideri di milioni di esseri umani che li abitano, e dobbiamo aiutarli a realizzare». 
Dentro le periferie ci sono delle perle e le perle si nascondono, bisogna cercarle, pulirle, guardarle controluce, e dargli spazio. Queste perle hanno nomi e cognomi ed hanno bisogno di essere trovate e valorizzati e aiutati a smuovere lo stagno che i loro quartieri sono diventati per l'incuria di chi ci governa".
E' dalle periferie che può rinascere la città che è la stessa cosa che dire civiltà, un luogo dove la gente si incontri e si parli, dove si moltiplichino "luoghi del convivere". Bisogna costruire oasi in questi luoghi dimenticati che sono diventati "deserti affettivi".
«Non sono un costruttore di muri, - dice ancora Renzo Piano -  ma di ponti. E di luoghi dove la gente possa trovarsi. Dobbiamo assolutamente tener duro su questo».
Le energie che mettiamo per difenderci, dovremmo spenderle per regalare la speranza di un riscatto a chi per intere generazioni ha avuto poco o nulla. Nei quartieri dove abitano, nelle scuole, nel mondo del lavoro, nella cultura... 
E così, non si avrà uno stato di vera pace fino a che non vi sia una morale vigente e effettiva incamminata verso la pace, fino a che le energie assorbite dalla guerra non vengano incanalate, fino a che l'eroismo non incontri vie nuove, l'eroismo di coloro che basano sulla guerra il compimento della loro vita, fino a che la violenza non sia cancellata dai costumi, fino a che la pace non sia una vocazione, una passione, una fede che ispira e illumina.
Marìa Zambrano

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