22/03/16

Nulla da segnalare

Renzo è un ragazzo che non si fa mai notare. Come si usa dire nel gergo scolastico: esegue i compiti, è attento. Non è particolarmente brillante, ma fa il suo dovere. E’ molto rispettoso. Non fa amicizia facilmente, ma nello stesso tempo ha compagni con cui va d’accordo. Tutto bene, quindi. Nulla da segnalare.

Qualche collega sottolinea che è svogliato, che fa "il minimo sindacale", che dovrebbe fare di più. E a conferma di ciò che questi colleghi dicono, un giorno prende un’insufficienza nel compito di matematica.
Lo vedi, lo dicevamo, è svogliato, deve fare di più. Bisogna stimolarlo. E per stimolarlo, naturalmente per loro non c'è nulla di meglio che un brutto voto.
Il giorno dopo, vedo che la firma della madre sotto il voto della verifica, non sembra la sua. Ma non dico nulla e aspetto. L'insegnante di matematica non se ne accorge. Non passa molto tempo che mi vedo arrivare in classe la mia collega infuriata perché Renzo ha bianchettato una nota.
“Zitto, zitto, stai facendo il furbo, ma non riesci a prendermi in giro!” gli urla davanti a tutta la classe. Lui non pronuncia una parola e questo manda ancora più su tutte le furie la mia collega: “Ma non provi almeno un po’ di vergogna?” Silenzio assoluto. Minaccia di sospenderlo. Lascio passare la mattina, Renzo se ne sta zitto e non parla con nessuno, nemmeno con i compagni. Il giorno dopo  vado prima a scuola, lo chiamo e lo porto in un'aula vuota per stare un po' tranquilli io e lui. 

"Siediti un momento, hai qualcosa da raccontarmi". Lui arrossisce “Ho fatto una cavolata”, mi risponde con l’atteggiamento di chi vuole chiudere in fretta il discorso. “Non è di questo che voglio parlare, tutti possono sbagliare. Hai fatto una cavolata, è vero, ma non è questo il problema. Quello che mi interessa è sapere come stai tu. Non abbiamo fretta, Siamo soli qui, nessuno sente nulla. Tenersi dentro i problemi non fa bene”.  Lui si chiude e tace, ma le lacrime escono senza che lui riesca a controllarle. Aspetto in silenzio. Lui riprende il controllo di se stesso: “Non so...” mi dice. “Non devi dirmi nulla, ma, se hai voglia o senti il bisogno di parlarmi in qualsiasi momento, io ci sono, anche se vuoi che ti aiuti a rimediare gli ultimi voti negativi”. 
“Grazie”, mi risponde e torna in classe.

Il giorno dopo mi chiede se posso rivedere certi compiti che non ha capito. Torniamo nella classe vuota, gli chiedo cosa non gli è chiaro. Ad un certo punto lui mi dice “sono triste, molto triste”, io taccio. Sento che devo andare con passo leggero, non devo dargli l'impressione di volere a tutti costi che lui racconti: è lui che deve scegliere cosa dirmi. Le lacrime scendono di nuovo sul suo viso. Poi dopo qualche minuto mi dice: “mia mamma è in ospedale”. “E' stata operata?” gli chiedo, lui fa cenno di no. Capisco che si tratta di un altro tipo di male e finalmente si apre: “Soffre di depressione e io non so cosa fare per lei”.

Capisci in quei momenti che le parole sono sempre inadeguate. Penso da quanto tempo si porta dentro questo macigno. Penso a quanto siamo poco attenti. A come poco ci accorgiamo dei drammi famigliari di molti ragazzi anche di quelli di cui "non c'è nulla da segnalare", di ciò che stanno attraversando a volte in assoluta solitudine.
Allora mi chiedo come la scuola possa diventare per loro un spazio dove parlare di ciò che stanno vivendo e mi rendo conto di quanto un luogo che accoglie tante storie, tante situazioni diverse, sia a volte così freddo, a come la cultura sia arida così come gliela porgiamo, così come gliela sottoponiamo. Di come i nostri giudizi che vogliono essere sempre più"esatti", "matematici" siano profondamente ingiusti e non ci dicano nulla di chi ha fatto un lavoro, di come stava quando l'ha fatto, di che pensieri attraversavano  la sua mente, il suo cuore. Vogliono essere oggettivi. Sì, oggettivi perchè asettici, freddi, senza anima, trattano i bambini, i ragazzi come oggetti non come persone.

Dico a Renzo di non pensare a i brutti voti, che li avremmo rimediati insieme. La prima cosa che doveva fare era parlare di sé, di cosa sta attraversando, di non chiudersi. Gli garantisco che non è solo. Forse non può fare nulla per sua madre, ma tanto per se stesso. 
E' così che comincia un dialogo, interrotto qua e là dalle lacrime. Ma un varco si è aperto tra me e lui. 
Ora io sapevo e questo lo aiutava a sentire più leggero il carico che pesava dentro di lui come un macigno. Condivideva ciò che teneva segreto al mondo che non poteva capire. Adesso so perché i suoi occhi erano così tristi, cosa gli pesava sul cuore. Ora io sapevo quanto sono gretti e superficiali tanti giudizi senza appello. 

2 commenti:

  1. Mamma mia, quanto è vero... è triste da dire ma le scuole sono piene di storie come questa e pochi se ne rendono conto, si preoccupano solo di mettere più aggeggi elettronici tra le mani della gente, così facciamo vedere che siamo moderni. La scuola dovrebbe essere un posto in cui ti senti sereno, studi non per prendere un voto (perché spesso si riduce solo a questo) ma per acculturarti, per imparare a meravigliarti e riconoscere la bellezza in qualunque forma essa si presenti. In alcune cose sarai forte, in altre sarai debole, non è questo che conta. Capisco che gli insegnanti sono comunque esseri umani con i loro limiti e per fortuna non sono tutti degli egoisti, anzi, ma anch'io ho visto persone abbandonate a se' stesse alle quali sarebbe bastato molto poco per non lasciarsi andare alla deriva. O professori chiudere gli occhi di fronte ad atti di bullismo o isolamento. Ne approfitto per farle i complimenti per questo bellissimo blog, offre sempre spunti interessantissimi!

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  2. Grazie per il tuo passaggio e il tuo bellissimo commento. Sono tanti, troppi i ragazzi dimenticati, purtroppo.
    Grazie per il tuo apprezzamento, mi fa molto piacere.

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