31/03/16

Per più di sessant'anni sono rimasto fedele alla poesia...

Per più di sessant'anni sono rimasto fedele alla poesia. E quando si parla di poesia si parla di amore.
Un giorno, da bambino, mentre mio nonno non era nel suo studio, mi sedetti alla sua scrivania, scelsi una penna appuntita – mio nonno non usava la stilografica – e sulla bella carta che adoperava per la corrispondenza scrissi una lettera d'amore. La chiusi con cura e la sigillai con la ceralacca rossa e l'anello di cui lui si serviva a tale scopo. Andai in giardino, colsi dei fiori, ne feci un mazzolino e uscii di casa. Era l'imbrunire, l'ora incerta che in Messico chiamiamo «tra l'azzurro e la buona notte».
Non c'era anima viva nelle strade di Mixcoac. La lettera non recava il nome della destinataria; era indirizzata letteralmente «alla sconosciuta». Camminai per un po'; a chi consegnarla? dove lasciarla? Girando l'angolo, nella semioscurità, intravidi una casa dalle proporzioni nobili, con una fila di balconi in ferro e, dietro le sbarre, le finestre di legno con le tendine bianche. Mi parve che la casa custodisse un mistero; forse la sconosciuta abitava lì. Mosso da un impulso che non so spiegare, dopo un attimo di esitazione lanciai la lettera e il mazzo di fiori tra le inferriate di un balcone e mi allontanai rapidamente.
La mia poesia è rimasta fedele a quell'atto infantile e alla speranza che recava in sé: trovarla. Chi? Il mio fantasma perduto nel tempo. Un fantasma, ne ero certo, che si sarebbe materializzato in una donna in carne e ossa. La vita, in genere indifferente e spesso crudele, a volte ci premia con inusitate e generose sorprese. Chi avrebbe potuto dire al bambino che aveva scritto la lettera alla sconosciuta che, molti anni dopo, avrebbe incontrato Marie José, la destinataria sconosciuta? [...]
Ho scritto e scrivo perché intendo la letteratura come un dialogo con il mondo, con il lettore e con me stesso (e il dialogo è l'opposto del rumore che ci nega e del silenzio che ci ignora). 
 Octavio Paz  da La Repubblica 

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