11/04/16

La vita Irène Nemirowsky (1)

Conosco tutto ciò che ha scritto Irène Nemirowsky. Ma la sua vita, ciò che della sua biografia è arrivato fino a noi, si è intrecciata con la mia lettura. Leggevo e pensavo a lei, a quello che ha passato e vissuto. Per questo mi sembra importante raccontarla così partendo proprio dalla sua storia.
“Giovedì mattina – luglio ’42 - Pithiviers Mio amato, mie piccole adorate, credo che partiamo oggi. Coraggio e speranza. Siete nel mio cuore, miei diletti. Che Dio ci aiuti”.
Questa è l’ultima lettera scritta ai suoi cari nel 1942 da Irène Nemirowsky, il giorno dopo viene deportata prima a Pithivier e poi ad Auschwitz, dove l' aspetta la camera a gas. Così si conclude la vita di una donna che ci lascerà libri indimenticabili.

Nata a Kiev, figlia di un banchiere ebreo, la Némirovsky già aveva conosciuto il dramma della fuga ai tempi della rivoluzione russa del 1917.
Era stata educata da ottimi precettori, ma non aveva conosciuto l’amore dei genitori: il padre troppo occupato dai suoi affari, la madre che l’aveva messa al mondo “solo per compiacere il ricco marito”.
La sua vita in quegli anni fu infelice e solitaria e si rifugiò nella lettura e a quattordici anni cominciò a scrivere.
“Si installava su un divano – racconta Myriam Anassimov - con un quaderno sulle ginocchia; aveva elaborato una tecnica che si ispirava a quella di Ivan Turgenev; di un romanzo stendeva non solo la vicenda, ma anche tutte le riflessioni che questa ispirava, il tutto in un flusso libero, senza cancellature o ripensamenti. E aveva un’idea molto chiara dei suoi personaggi, anche di quelli di secondo piano: riempiva quaderni interi per descrivere la fisionomia, il carattere, l’educazione, l’infanzia, le tappe cronologiche della loro vita. Quando tutti i personaggi erano stati minuziosamente delineati Irène, utilizzando due matite, una rossa e una blu, sottolineava i tratti essenziali da conservare – a volte solo poche righe. Passava quindi rapidamente alla composizione del romanzo, la perfezionava, e infine redigeva la stesura definitiva”.
Per lasciare la Russia comunista nel 1918 lei e i suoi genitori avevano varcato il confine finlandese travestiti da contadini. La scrittrice aveva solo quindici anni. Poi si erano stabiliti a Parigi. Irène si sentiva ormai lontana da ghetti e da pogrom.
In Francia ritrova momenti di maggiore serenità, si gode la vita e i suoi piaceri e si lascia andare fino
a quando non incontra quello che diventerà il suo futuro marito Michel Epstein che sposa nel 1926.
Il suo primo romanzo “David Golder” (1929), pubblicato da Grasset, riscuote grande successo, ma nonostante la sua notorietà non ottiene la cittadinanza francese.
Dopo un decennio caratterizzato dall’esplosione di un violento antisemitismo, Irène decide di convertirsi al cristianesimo e viene battezzata il 2 febbraio 1939.

Il 3 ottobre 1940 viene stabilito per gli ebrei una condizione di inferiorità sociale e giuridica. Gli Epstein che si dichiareranno ufficialmente ebrei nel censimento del 1941, sono anche stranieri. Il marito perde il posto, Irène non può più pubblicare libri.
Irène sa molto bene come potranno andare le cose per lei. Nel suo diario si legge:
"Mio Dio, cosa mi combina questo paese? Dal momento che mi respinge, osserviamolo freddamente, guardiamolo mentre perde l'onore e la vita"
Irène vede subito chiaro nell’ascesa di Hitler al potere e nel 1933 confiderà alla governante delle sue figlie: “Amica mia, fra un po’ saremo tutti morti".
Eppure nel 1935, in un’atmosfera sociale già inquinata dall’antisemitismo, Irène che spesso veniva accusata di essere addirittura antisemita, rilascia un’intervista in cui si dichiara orgogliosa di essere ebrea e rivendica per sé con orgoglio un’appartenenza ai “reprobi”, ai potenziali “nemici” e “parassiti”.
Non cerca, quindi, di sottrarsi al destino con la fuga. Il 3 giugno fa testamento, e chiede alla tutrice delle sue figlie, di prendersi cura di loro quando lei e il marito non ci saranno più. “Impartisce direttive precise, elenca tutti i beni che ha potuto salvare e che costituiranno i fondi per pagare l'affitto, il riscaldamento, l'acquisto di un fornello, l'assunzione di un giardiniere che si occuperà dell'orto da cui ricavare le verdure in quel periodo di razionamenti; fornisce l'indirizzo dei dottori che seguono le bambine, da istruzioni puntuali sulla loro dieta. Non una parola di ribellione. Si limita a prendere atto della situazione quale si presenta. Vale a dire disperata”.
Si rifugia nella lettura e nella scrittura, esce di casa e per cercare il luogo adatto al suo lavoro.
"Bosco della Maie, 11 luglio, ‘42. I pini intorno a me, Sono seduta sul mio maglione blu come su una zattera in mezzo ad un oceano di foglie putride inzuppate dal temporale della notte scorsa, con le gambe ripiegate su di me! Ho messo nella borsa il secondo volume di Anna Karenina, il Diario di K.M. e un’arancia. I miei amici calabroni, insetti deliziosi, sembrano contenti di sé e il loro ronzio ha note gravi e profonde. Mi piacciono i toni bassi e gravi nelle voci e nella natura. Lo stridulo”cip cip” degli uccellini sui rami mi irrita… Tra poco cercherò di ritrovare quello stagno isolato”.
Quello stesso giorno scrive al direttore letterario della casa editrice Albin Michel una lettera che non lascia dubbi sulla sua certezza di non sopravvivere alla guerra che i tedeschi e i loro alleati hanno dichiarato agli ebrei:
«Caro amico... non mi dimentichi. Ho scritto molto. Saranno opere postume, temo, ma scrivere fa passare il tempo.""E’ il 13 luglio 1942, una mattina di sole. Alle 10, si sente il rumore di una macchina che si ferma vicino alla casa degli Epstein. Passi veloci, colpi alla porta: si presentano due gendarmi francesi, con un foglio in mano. Sono venuti a cercare Irène: non c’è tempo per i saluti, la figlia maggiore Denise ricorda solo le poche parole rassicuranti della madre, il pallore sconvolto del padre. Niente lacrime. La portiera della macchina che si chiude, il motore che si avvia, il silenzio." 
 Si rifugia nella lettura e nella scrittura, esce di casa e per cercare il luogo adatto al suo lavoro.

"Bosco della Maie, 11 luglio, ‘42 I pini intorno a me, Sono seduta sul mio maglione blu come su una zattera in mezzo ad un oceano di foglie putride inzuppate dal temporale della notte scorsa, con le gambe ripiegate su di me! Ho messo nella borsa il secondo volume di Anna Karenina, il Diario di K.M. e un’arancia. I miei amici calabroni, insetti deliziosi, sembrano contenti di sé e il loro ronzio ha note gravi e profonde. Mi piacciono i toni bassi e gravi nelle voci e nella natura. Lo stridulo”cip cip” degli uccellini sui rami mi irrita… Tra poco cercherò di ritrovare quello stagno isolato”.

Quello stesso giorno scrive al direttore letterario della casa editrice Albin Michel una lettera che non lascia dubbi sulla sua certezza di non sopravvivere alla guerra che i tedeschi e i loro alleati hanno dichiarato agli ebrei:
«Caro amico... non mi dimentichi. Ho scritto molto. Saranno opere postume, temo, ma scrivere fa passare il tempo."
"E’ il 13 luglio 1942, una mattina di sole. Alle 10, si sente il rumore di una macchina che si ferma vicino alla casa degli Epstein. Passi veloci, colpi alla porta: si presentano due gendarmi francesi, con un foglio in mano. Sono venuti a cercare Irène: non c’è tempo per i saluti, la figlia maggiore Denise ricorda solo le poche parole rassicuranti della madre, il pallore sconvolto del padre. Niente lacrime. La portiera della macchina che si chiude, il motore che si avvia, il silenzio." ( da Il doppio esilio di Irène Némirovsky di Lina Zecchi).
da Il doppio esilio di Irène Némirovsky di Lina Zecchi
II 16 luglio viene internata nel campo di concentramento di Pithiviers, nel Loiret. Il giorno dopo la fanno salire con altri deportati sul convoglio numero 6 diretto ad Auschwitz. Viene registrata nel campo di sterminio di Birkenau, ma debole e stremata com'è passa per il Revier, l’infermeria di Auscwitz in cui venivano confinati, in condizioni atroci, i prigionieri troppo ammalati per lavorare. Periodicamente le SS li ammassavano sui camion e li trasportavano nelle camere a gas.

Era una grande scrittrice, una mamma affettuosa, aveva una bella famiglia, ma ha potuto godere di questi privilegi per poco tempo.
Morirà il 17 agosto 1942.

2 commenti:

  1. Prima di tutto devo dirti che questo blog diventa sempre più ricco e bello. Poi hai scritto di Irène Nemirovsky, che è una delle mie scrittrici preferite, da poco, perché ho letto Suite francese un paio d'anni fa e sono stata conquistata al punto da cercare altri suoi libri. Penso solo, come mi è già capitato di scrivere, a cosa ci hanno tolto le camere a gas, a ciò che toglie la violenza e l'odio, come questi ragazzi uccisi di recente , Giulio e Valeria.

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  2. Grazie Vitamina... Posso dire anche io del tuo blog anche se non commento. Un abbraccio

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