24/04/16

Ho cercato l’intimità, la normalità in quella che il mondo considera anormalità

Per comprendere davvero i problemi, per entrarci dentro, per affrontare e trovare soluzioni alle difficoltà, bisogna entrare dentro le storie di chi i problemi li vive in prima persona. Ascoltarli se possono parlare, vivere loro accanto e capire ciò che essi vogliono dirci attraverso i comportamenti, i gesti, il loro sguardo.
Lo sguardo più di tutti esprime i sentimenti e le emozioni, si ravviva di fronte ad un gesto di simpatia, di condivisione, di fronte ad una situazione che accoglie, interessa o diverte, si spegne quando nulla sembra essere lì per te.
In questo post mi sto riferendo alle persone disabili, che per molto tempo sono stati rinchiusi in Italia e non solo in istituti, perché si diceva fosse meglio per loro. E meglio per loro non era. Forse era meglio per chi non vuole confrontarsi con la diversità, con la fragilità, con la diversità.
Dobbiamo, quindi, uscire dalle generalizzazioni, dagli schemi, dalle astrazioni che tutto vogliono inquadrare, sanzionare, definire. E ricordare che le definizioni sono per sempre, inchiodano una volta per tutte. 
E, invece, tutti cambiano, tutti si evolvono, qualsiasi problema abbiano. Bisogna aprire il nostro orizzonte, andare oltre al già detto, avere fiducia nel "possibile". 

Si chiama “Quindici Percento”, il lavoro fotografico di Christian Tasso che ha lavorato proprio per conoscere la disabilità ovunque essa si manifesti. Il fotografo ha viaggiato fatto per raccontare le disabilità del mondo, un viaggio che inizia in Italia, per proseguire verso il Nepal, la Romania, l’Ecuador. Il lavoro è iniziato nel 2015 ma continuerà nei prossimi anni. 
Il titolo del lavoro “Quindici percento” si riferisce alla percentuale di disabili al mondo stimata dall’Onu. 
“Questo quindici per cento di persone finisce spesso nel dimenticatoio o, peggio, vive situazioni discriminatorie.- racconta il fotografo - Io non so dire cosa sia un disabile, ognuno di noi ha delle differenze. Quello che cerco di fare è raccontare le storie senza pietismo ma senza neanche un sorriso forzato, che lede allo stesso modo la dignità delle persone. Racconto il quotidiano con le sue gioie e i suoi dolori. Senza la pretesa di raggiungere una conclusione, le storie riportate sono dei racconti che andranno a comporre una narrazione più grande, estesa nel tempo. Le persone che ho incontrato mi hanno dimostrato che una gamba può bastare per vivere la propria vita serenamente.Ho cercato l’intimità, la normalità in quella che il mondo considera anormalità” 
Ed è per nome che chiama chi fotografa: 
"Dhan, per esempio, è una ragazzina che vive, insieme alla sua famiglia, in un villaggio di spaccapietre vicino a Dhading Besi, in Nepal. Raccolgono pietre sul letto del fiume, le spaccano e le vendono al mercato dell’edilizia per 50 centesimi di dollaro al giorno, quel poco con cui comprano qualcosa da mangiare. Lei non può lavorare perché non avendo gli arti non può spaccare le pietre, quindi passa il tempo cercando, per quello che può, di dare una mano dentro casa. Dhan, come la sua famiglia, appartiene a una casta molto bassa e quindi non possono avere nemmeno l’aspirazione di andare via, ma anche se fosse non potrebbero perché sono un po’ schiavi della loro stessa condizione.
La fotografia la ritrare abbracciata ad una sua amica.
Due braccia che si intrecciano in un abbraccio spezzato. Sono due migliori amiche, due ragazzine che camminano insieme, aggrappate l’una all’altra, mentre passeggiano in mezzo a poche baracche. Non è solo la complicità a legare quelle braccia, ma anche una solidarietà tutta speciale. Una ragazzina aiuta a camminare la sua migliore amica, Dhan Maye Milhar, malata di focomelia, una grave malformazione degli arti che le ha lasciato un solo braccio non completamente sviluppato. Il simbolo dell’amicizia e della solidarietà è stato catturato dall’obiettivo di Christian Tasso
Ho scattato questo momento intimo fra di loro: un abbraccio spezzato. Questa ragazzina che abbraccia l’altra in una continuità che si interrompe con il braccio mancante”.
Esistono tanti studi sulla disabilità nel mondo, ma sono molto tecnici. Studi che nessuno leggerà mai. Il fotografo con le sue fotografie vuole sensibilizzare la gente comune, quella che può discriminare o no le persone, quindi cambiare la loro vita in bene o in male.
E' certo che “L’ottanta per cento delle persone con disabilità vive in paesi del Terzo Mondo, perché la povertà è causa e conseguenza di disabilità. Nascere in una condizione di povertà aumenta in maniera esponenziale le possibilità di avere una disabilità. Ad esempio, quando ero in Nepal è successo che una ragazzina si era rotta un braccio, perché era caduta da un tetto. Vivendo in un posto senza medici non si è potuta curare. Così il braccio rotto è andato in cancrena e le hanno dovuto amputare il braccio, perché oramai era troppo tardi per andare dal medico”.
Il coinvolgimento personale è tutto. La macchina fotografica è l’ultima cosa. Per me è stato sempre così, fin dall'inizio. La fotografia è l’occasione per vivere tante vite e portarmele via: ogni storia è un pezzetto anche di me. La prima cosa è calarmi nella realtà che vado a raccontare: mangiare con le persone e vivere con loro, capire il loro contesto, cosa vivono, cosa provano, le ingiustizie che vivono oppure quali sono le loro gioie.  Uno dei problemi maggiori quando fai questo tipo di fotografie è il rischio di cadere nel pietismo o nella spettacolarizzazione del dolore. Io sto cercando di guardare oltre. Se vedo una persona che non ha un braccio non per forza voglio fotografare il fatto che non ha il braccio e far vedere quanto soffre. Piuttosto, voglio far passare il messaggio che nonostante lei non abbia un braccio, riesce ad andare avanti senza problemi e a vivere una vita dignitosa, perché ha una dignità come tutti gli altri
Dall'inizio di questo progetto ad ora per me è sparito il concetto di disabilità. Mentre prima se mi chiedevi cosa fosse un disabile avrei detto che è quello in carrozzina, quello che non riesce a camminare, ora non riesco a vedere questa differenza. Siamo tutti esseri umani con caratteristiche diverse e una persona che non ha un braccio non è diversa da me che sono castano o da un ragazzo biondo. Siamo tutti diversi.
Christian  Tasso ha lavorato in mezzo alla gente con la consapevolezza che ogni uomo ha qualcosa di grande da dare e questa consapevolezza ci aiuta a guardare "oltre". A credere nella ricchezza che vive dentro ogni persona e allo stesso tempo a prendere coscienza della nostra fragilità. Vedere i nostri limiti, non solo quelli degli altri ci fa comprendere quanto ognuno abbia bisogno dell'altro, quanto sia importante che si impari a prendersi cura di chi in quel momento, in quella data situazione è più debole di me.  Si cerca allora di creare legami, di abbattere quelle barriere architettoniche e mentali che impediscono, quelle sì a molta gente di vivere una vita degna di questo mondo.



E' così che scopriamo la bellezza, quella bellezza che può salvare il mondo.

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