20/04/16

Ora parleremo dell’amore.

“Quali parole potenti, quali armi sono nascoste nelle montagne, in luoghi adatti, in appositi nascondigli del cuore di granito, dietro superfici di acciaio dipinte in modo da somigliare alla screziatura delle rocce adiacenti!
Ma quando sentiva l’impulso di esprimere il proprio amore, nei giorni del breve corteggiamento e del matrimonio, Hugh Person non sapeva dove cercare le parole che potessero convincere Armande, commuoverla, riempirle di lacrime radiose gli occhi scuri, inflessibili! Mentre frasi che diceva per caso, senza pensare alla fitta di tenerezza, alla poesia, frasi insignificanti, provocavano improvvisamente una reazione isterica di felicità in quella donna dall'anima arida, essenzialmente infelice.
I tentativi studiati fallivano. Se, come talvolta succedeva, nelle ore più grigie, senza la più remota intenzione sessuale, Hugh smetteva di leggere per entrare nella sua camera e avanzare verso di lei carponi come un bradipo estatico, di una specie non descritta e non arborea, ululando la sua adorazione, l’impassibile Armande gli ingiungeva di alzarsi e smettere di fare lo stupido.
Le più ardenti apostrofi che riusciva a escogitare – mia principessa, mio tesoro, mio angelo, mio animale, mia squisita bestia – servivano solo a esasperarla. "Perché" domandava "non puoi parlarmi in modo naturale e umano, come parla un gentiluomo a una signora, perché devi fare il buffone, perché non puoi essere serio, semplice e credibile?".
Ma l’amore, diceva lui, era tutt'altro che credibile, la vita era ridicola, i bifolchi ridevano dell’amore. Tentava di baciarle l’orlo della gonna o di morderle la piega dei pantaloni, il collo del piede, la punta del suo piede furibondo; e mentre strisciava davanti a lei mormorando con la sua voce priva di musicalità dei nulla e dei tutto sdolcinati, esotici, rari, banali, mormorandoli per così dire al proprio orecchio, la semplice espressione d’amore diventava una specie di degenerato spettacolo ornitologico, eseguito dal solo maschio, senza alcuna femmina in vista – col lungo collo dritto, poi curvo, il becco abbassato, poi il collo di nuovo raddrizzato.
Questo gli dava un senso di vergogna ma lui non poteva trattenersi, e lei non poteva capire, giacché in momenti del genere Hugh non trovava mai la parola giusta, la giusta erba acquatica.”

Vladimir Nabokov, “Cose trasparenti”, ed. Adelphi

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