30/04/16

Per tradurre lo scrittore deve essere formica e cavallo insieme

Alcuni pensano che gli scrittori traducano meglio degli altri. Io non lo penso. Penso che qualche volta traducono bene e qualche volta male. Penso che per uno scrittore, il tradurre un testo amato possa essere un esercizio quanto mai salubre […] a patto però che lo prenda come un esercizio, e si comporti non da scrittore ma da traduttore, tirandosi in disparte il più possibile, cacciandosi il più possibile in un punto nascosto. […] Non penso che lo scrittore debba compiere, nel tradurre, un atto di appropriazione.
Credo che debba il più possibile far sparire se stesso. […]
È cosa del tutto nuova per lui far sparire se stesso, essendo egli avvezzo a pensare intensamente a sé, quando scrive per sé, e  a tenere  gli occhi fissi nel rimescolio della propria mente. Adesso è costretto a distogliere gli occhi da sé, a fissarli nel mondo di un altro. […] Si comporta abitualmente, quando scrive lui stesso, da sovrano, ma ora invece sente che deve comportarsi da servo. Tradurre è servire. […]
Tradurre significa appiccicarsi e avvinghiarsi ad ogni parola e scrutarne il senso. Seguire passo passo e fedelmente la struttura e le articolazioni delle frasi. Essere come insetti su una foglia o come formiche su un sentiero.
Ma intanto tenere gli occhi alzati a contemplare l'intiero paesaggio, come dalla cima di una collina.
Muoversi molto adagio, ma anche molto in fretta, perché in tanta lentezza è e deve essere presente anche l'impulso a divorare la strada. 
Essere formica e cavallo insieme. Il rischio è sempre di essere troppo cavallo o troppo formica. L'una e l'altra cosa sciupano l'opera. La lentezza non deve apparire, deve apparire la corsa del cavallo soltanto. Le parole nate così adagio non devono apparire striscianti o morte, ma fresche, viventi e impetuose. Il tradurre è dunque fatto di questa contraddizione insanabile. […]
Figuriamoci se, avendo a lottare giornalmente con una simile contraddizione, lo scrittore può anche trascinarsi dietro il peso della propria persona, l'ingombro del proprio stile. No, tutto questo è bene che, per un poco, lo lasci da parte.
Formica e cavallo, sovrano e servo nello stesso tempo, lo scrittore viene a conoscere, nel tradurre, se stesso in una spoglia e in una condizione nuova.[9]
N. Ginzburg, Nota del traduttore, in G. Flaubert, La Signora Bovary

2 commenti:

  1. bel passo...
    soprattutto "far sparire se stesso" deve apparire arduo
    un abbraccio "da primo maggio" Emilia

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  2. Affascinante. La traduzione mi affascina, a volte mi cimento in piccole traduzione per mio piacere. Un gesto estremo, molto più di quanto già non lo sia scrivere da zero.

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