07/04/16

Quanta attualità nelle parole di Hanna Arendt!

“È questo un esempio di malafede, un ingannare sé stesso, congiunto a un’enorme stupidità?
O è semplicemente l’eterna storia del criminale che non si pente (nelle sue memorie Dostoevskij ricorda che in Siberia, tra tanti assassini, ladri e violenti non ne trovò mai uno solo disposto ad ammettere di aver agito male), del criminale che non può vedere la realtà perché il suo crimine è divenuto parte di essa?
Eppure il caso di Eichmann è diverso da quello del criminale comune. Questo può sentirsi ben protetto, al riparo dalla realtà di un mondo retto, soltanto finché non esce dagli stretti confini della sua banda.
Ma ad Eichmann bastava ricordare il passato per sentirsi sicuro di non stare mentendo e di non ingannare sé stesso, e questo perché lui e il mondo in cui era vissuto erano stati, un tempo, in perfetta armonia. E quella società tedesca di ottanta milioni di persone si era protetta dalla realtà e dai fatti esattamente con gli stessi mezzi e con gli stessi trucchi, con le stesse menzogne e con la stessa stupidità che ora si erano radicate nella mentalità di Eichmann.
Queste menzogne cambiavano ogni anno, e spesso erano in contraddizione tra loro; inoltre, non erano necessariamente uguali per tutti i vari rami della gerarchia del partito o della popolazione.
Ma l’abitudine di ingannare sé stessi era divenuta così comune, quasi un presupposto morale per sopravvivere, che ancora oggi, a vent'anni dal crollo del regime nazista, oggi che ormai il contenuto specifico di quelle menzogne è stato dimenticato, ogni tanto si è portati a credere che il mendacio sia divenuto parte integrante del carattere tedesco.
Durante la guerra la menzogna più efficace per incitare e unire tutta la nazione tedesca fu lo slogan della “lotta fatale”. Coniato che fosse da Hitler o da Goebbels, quello slogan serviva a convincere la gente che, innanzitutto, la guerra non era guerra; in secondo luogo, che la guerra era venuta dal destino e non dalla Germania; e in terzo luogo che per i tedeschi era una questione di vita o di morte: annientare i nemici o essere annientati”.
Annah Arendt, “La banalità del male”

Quanta attualità nelle parole di Hanna Arendt. Quante menzogne circolano ancora oggi nella nostra società, nel nostro mondo che vorrebbe essere "illuminato", ma che sta invece cadendo in "Tempi bui" come è il titolo di un altro suo libro. 
Come si fa a rimanere indifferenti a ciò che sta capitando ai profughi lasciati ai confini dell'Europa, in  eterna attesa... Di cosa, non si sa. 
Per ora si sono alzati muri. Negli ultimi mesi abbiamo visto famiglie di siriani, iracheni, afgani camminare instancabili attraverso i confini dell’Unione europea, c'è stato un momento in cui era sembrato che fosse possibile anche solo una fievole volontà di accoglierli: di far nostri i loro progetti, le loro storie, le loro vite in fuga dalla guerra, "dai barili bomba di Bashar al Assad, dalle autobombe del gruppo Stato islamico, dai bombardamenti turchi nel Kurdistan siriano." Poi sono diventati "i nostri nemici", eserciti invasori.
"Nel 2015 è entrato un milione di profughi in Europa. Se si pensa che la popolazione europea è di 508,2 milioni di persone la cosiddetta crisi si ridimensiona: i profughi rappresentano l’1,7 per cento della popolazione europea. Nella direzione dell’accoglienza andava la scelta di ricollocare 120mila richiedenti asilo all'interno dell’Unione europea in base a un sistema di quote: un progetto che è fallito, insieme alla promessa di riformare il regolamento di Dublino e di lavorare a una legislazione comune sull'asilo" (Internazionale, Annalisa Camilli)

Ma Bruxelles non ha voluto trovare una linea comune sull'accoglienza, ed è prevalsa la durezza. Una scelta molto più semplice da far passare. Priorità era sedare i populismi in patria, calmare un’opinione pubblica spaventata e dimostrare di saper usare il pugno di ferro contro i migranti, dipinti come un pericolo pubblico, da Budapest a Roma. Nessuno si è speso per questa gente che oggi si trova in una situazione senza speranza.
"Chiudere la rotta balcanica, fare della Grecia una gabbia, un limbo per chi ha provato a passare e invece ora rischia di essere respinto. Rimandare indietro tutti: i migranti economici, i profughi afgani, le famiglie siriane. Questi sono i pilastri della nuova intesa tra Ankara e Bruxelles che è stata abbozzata il 7 marzo e sarà finalizzata il 17 marzo. Non importa se in Turchia le violazioni dei diritti umani sono diffuse. L’Europa ha deciso di considerare la Turchia un paese sicuro e di affidarle il compito più delicato: il rimpatrio dei migranti che non riusciranno a ottenere un visto umanitario".(Internazionale, Annalisa Camilli)

D'altro lato, se i potenti dimostrano tanta durezza e crudeltà , non ho visto muoversi dal basso grandi movimenti come al tempo della guerra in Iraq, non ho sentito farsi avanti le sinistre critiche. Mi sembra che al di là di alcune associazioni volontarie ci sia un silenzio davvero assordante.

Il profugo evidentemente in quanto non è più un cittadino, non può vantare nessun'appartenenza che lo situano “naturalmente” dentro i confini di una certa nazione che lo protegga.  Privo di appartenenze certe, non può neanche rivendicare la sua generica umanità, quella che veniva tanto dichiarati dai i diritti universali dell'uomo. Eppure è un uomo. in quanto uomo ha gli stessi bisogni di tutti gli altri uomini. Nella realtà diventa, invece, un essere umano superfluo, di troppo, quando non dichiaratamente uno da cacciare (dove non si sa), diventa fuorilegge.
Ma il fenomeno dei profughi non è di oggi, profughi ce ne sono sempre stati, generati da guerre, dittature e violenze.
“Privati dei diritti umani garantiti dalla cittadinanza, si trovarono ad essere senza alcun diritto, schiuma della terra.”
È questa la tesi, posta in Le origini del totalitarismo a premessa del capitolo sul Tramonto degli Stati nazionali e la fine dei diritti umani, che Hannah Arendt sviluppa con straordinaria lucidità ed incredibile lungimiranza
Scrive Arendt:
Ogni tentativo, da parte di conferenze internazionali, di istituire uno status giuridico per gli apolidi è fallito perché nessuno status internazionalmente garantito poteva sostituire il territorio dove cacciare uno straniero indesiderato. Tutte le discussioni sul problema si sono imperniate da oltre trent'anni a questa parte su un solo interrogativo: come si può rendere nuovamente esiliabile un profugo? L’unico surrogato pratico del territorio nazionale di cui è privo sono sempre stati i campi d’internamento. Già negli anni trenta questa era l’unica patria che il mondo aveva da offrire all'apolide.
Giorgio Agamben, riprende l’osservazione della Arendt secondo cui nei campi “tutto è possibile”e ne spiega il perché:
 “Solo perché i campi costituiscono, nel senso che si è visto, uno spazio di eccezione, in cui la legge è integralmente sospesa, in essi tutto è veramente possibile. In esso la vita è la nuda vita, contro la quale qualsiasi atto è consentito senza che appaia un delitto. La separazione tra Popolo e popolo, tra Stato-nazione e nascita si è qui colmata, l’ossessione cui dava luogo non ha ragione di essere, perché lo scollamento non intacca l’ordinamento, si verifica fuori di esso, nel “campo” per l’appunto. Pertanto, a un ordinamento senza localizzazione (lo stato d’eccezione, in cui la legge è sospesa) corrisponde ora una localizzazione senza ordinamento (il campo, come spazio permanente di eccezione)”.
Per Hannah Arendt i senza patria è come se non esistessero più, perché senza una legge che li protegga, in balia della volontà di "altri" che possono decidere la loro sorte.  Può succedere che diventino talmente “superflui” da non essere più considerati e ad un certo punto dimenticati.

Ma dobbiamo ricordare, come la Arendt avverte, che: 
anche i nazisti, nella loro opera di sterminio, hanno per prima cosa privato gli ebrei di ogni status giuridico, della cittadinanza di seconda classe, e li hanno isolati dal mondo dei vivi ammassandoli nei ghetti e nei Lager constatando con soddisfazione che nessuno li voleva. In altre parole, è stata creata una condizione di completa assenza di diritti prima di calpestare il diritto alla vita .
I passaggi sono abbastanza chiari. Del resto noi sappiamo cosa davvero sta succedendo a questa gente? Molto poco.
Non è quindi sufficiente, anche se meritoria e necessaria, la corsa di molti volontari a soccorrere i profughi. E' necessaria una battaglia politica seria per attribuire ad ogni essere umano il diritto ad esistere dovunque egli si trovi costretto ad esiliare.
E' chiaro che questo passaggio è complicato e complesso allo stato attuale, ma è la direzione verso cui dobbiamo andare e c'è bisogno di tanta creatività progettuale per far si che  all'accoglienza si affianchi anche una vera integrazione. L'esempio del sindaco di Riace è piccolo, ma molto significativo. Da tanti esempi anche piccoli potremmo iniziare la nostra battaglia di Europei/Altri.

Il peggior male, dobbiamo ricordarlo, non è costituito dalle poche menti criminali che hanno ideato i sistemi del male, ma dalle centinaia di persone “banali” che hanno lasciato che tutti i loro piani si realizzassero incontrastati.
Per questo, come dice la Arendt, il vero male non è il “male radicale”, ma è il male senza radici, il male banale, che crea il terreno fertile per piani criminali che senza il sostegno di milioni e milioni di cittadini non sarebbero mai potuti accadere. Esattamente come oggi.
Il ‘ 900 è un secolo tragico per eccellenza, e avrebbe dovuto farci riflettere per cambiare radicalmente  la nostra società e il nostro mondo. Ma sembra che siamo ancora molto lontani.

Nessun commento:

Posta un commento