05/05/16

Adesso a me chi ci pensa ?

Alla fine di un anno scolastico, durante la festa di fine anno della scuola media, i ragazzi si scambiano indirizzi, foto, email. Daniel se ne sta appartato e, pur essendo un ragazzo a cui piace stare in mezzo agli altri, tace e si guarda intorno smarrito. Se qualcuno lo sollecita a partecipare, caccia tutti in malo modo. La sua insegnante nota il suo sguardo triste e gli va vicino. Cosa ti preoccupa, gli chiede. La prima risposta è “niente, niente”, insiste e allora si apre: “E’ che la scuola sta per finire. Fino ad oggi c’era lei che mi seguiva, adesso chi pensa a me?”
Tutti i bambini, tutti i ragazzi, anche quelli più difficili, con una storia alle spalle  problematica, entrando a scuola dovrebbero sentire che quel posto è un posto speciale. Anche chi si sente a volte triste, arrabbiato, solo, senza spesso neanche capire fino in fondo perché, dovrebbe trovare un luogo caldo e persone disponibili ad ascoltarlo, ad ascoltare non solo quello che sa, ma anche quello che sente

La domanda che pone Daniel "A me adesso chi ci pensa?" è una domanda la cui risposta sta alla base di ogni relazione educativa degna di questo nome. E' una domanda che ci racconta quanto ogni bambino, ogni ragazzo ha bisogno di avere la certezza che noi insegnanti siamo lì anche per lui, che anche lui troverà spazio nella nostra mente e nel nostro cuore, qualsiasi sia la situazione in cui lui si trova.

A conclusione di ogni anno scolastico, come un rituale sempre uguale a se stesso, si parla di valutazione, di esami, di prove finali, di prove Invalsi. 
A quella domanda in troppi casi non si dà nessuna risposta, anzi qualcuno dice anche che dovrebbero "togliere il disturbo".
Discutere principalmente di valutazione, di risultati finali è come costruire una casa partendo dal tetto, condizionandone tutta la costruzione e pretendendo che tutte le case siano costruite nello stesso modo, eludendo o escludendo la diversità, la molteplicità, la complessità...

Perché, infatti, sottoporre tutti i bambini allo stesso tipo di prova? perché si pretende di ottenere risultati uguali da situazioni diverse? Se non si risponde bene ai test, nel sentire comune, il colpevole è o il bambino che non ha lavorato come avrebbe dovuto o l'insegnante che non ha fatto bene il suo lavoro.
Non c'è nessuna attenzione per la situazione in cui si sono trovati a lavorare e vivere bambini ed insegnanti. Nessuna attenzione ai punti di partenza, ai percorsi fatti, alla verifica, all'efficacia o meno del lavoro svolto. 
Come conseguenza di questo atteggiamento c'è la preoccupazione di molti insegnanti di pensare allo svolgimento dei programmi in funzione di quelle prove e non alla crescita e alla maturazione del bambino a partire da quello che è e dalle sue potenzialità. 

E dopo i test, che cosa succede? Quali deduzioni e ragionamenti ne scaturiscono? In funzione di quale scuola? Per quale tipo di formazione? Quale mentalità si diffonde? Quale diventa l'insegnante bravo e quello che non lo è? Una scuola è migliore di un'altra su quali parametri?

Porci queste ed altre domande vuol dire non dimenticare quel bambino di cui abbiamo parlato, che ci invita ad affrontare con lui le sue difficoltà, a sostenerlo nei suoi passi incerti, a non farlo sentire solo, ad aiutarlo a trovare la sua strada, ad entrare con lui nel suo labirinto per trovare il suo filo d'Arianna, a non perdere nei discorsi imperanti della statistica l'unicità che è in tutti noi.

Se non facciamo risuonare dentro di noi questo appello e quindi non ce ne assumiamo la responsabilità e non diamo una risposta, vuol dire che insegnando non abbiamo in mente i bambini, ma qualcosa a cui i bambini si devono adeguare. Veniamo meno quindi a quel compito indicato dalla Zambrano: "il maestro ha da essere colui che apre alla possibilità". 

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