27/05/16

Essere o non essere competitivi?

Che per riuscire nella vita bisogna essere competitivi, è un’idea assodata e indiscutibile. La parola competizione con le altre parole che viaggiano insieme a lei: merito, valutazione, selezione, sembrano ormai ciò di cui c’è assoluto bisogno per costruire una società moderna ed efficiente. Secondo questa visione, la competizione ha  effetti positivi,  migliora la realtà, favorisce il progresso e quindi la vita di tutti. Lo crediamo senza indagare più di tanto cosa voglia veramente dire dover sempre gareggiare.
Non si analizza questa parola nelle sue implicazioni sociali, economiche e psicologiche più profonde, non si guardano gli effetti negativi e, se lo si fa, si pensa che i danni “collaterali” siano inevitabili.

Di slogan in slogan, queste idee sono diventate patrimonio collettivo, hanno messo radici nella mente di ognuno di noi e rimbalzano ogni giorno dai discorsi ufficiali della politica ai dialoghi della gente più comune. La competizione deve animare le imprese, le istituzioni, gli stati, ma anche le relazioni sociali tra persone, e purtroppo anche l’educazione dei nostri bambini. Ci vantiamo se sono intelligenti, bravi a scuola, nello sport, se sono belli; li vogliamo vestititi all'ultima moda, con il cellulare ultima generazione e ci preoccupiamo se soni troppo altruisti, se sono sensibili, se pensano troppo agli altri. Li impegniamo dalla mattina alla sera: a scuola, in palestra, a lezioni di musica o di una lingua. Vogliamo che imparino subito a difendersi, a essere forti. La fragilità, la delicatezza d'animo non sono delle doti, sono degli handicap da cui bisogna "guarire". 

La forza del modello competitivo viene dalla determinazione con cui viene applicato, dal consenso acritico di cui gode e dal suo radicamento nella nostra cultura.
E così che ci siamo costretti a correre sempre più velocemente per superare gli altri e noi stessi: non abbiamo tempo è il ritornello più in voga ogni volta che qualcuno ci chiede di fermarci un attimo anche solo a fare due chiacchiere. 
Siamo presi dall'ansia da prestazione, temiamo di non essere all'altezza…, ci sentiamo umiliati se non riusciamo a realizzare ciò che ci eravamo prefissati, abbiamo sempre paura di perdere “qualcosa”. 

Nonostante la stanchezza che a volte ci pervade, non mettiamo in dubbio che essere competitivi sia una necessità e ci adoperiamo per essere sempre al top delle nostre possibilità sia fisiche che intellettive. E questo lo chiediamo anche ai nostri figli che devono anticipare ogni apprendimento per poter superare gli altri, per essere superiori, i più bravi, per raggiungere “mete ed obiettivi” e acquisire più competenze possibili. Alcuni mandano i figli a scuola prima dei sei anni, nelle scuole materne migliori si imparano le lingue straniere, si impara a scrivere e a leggere. E il gioco, l'imparare a stare con gli altri, l'esplorazione di un mondo che in un bambino piccolo è una necessità, non è poi così importante. L'importante è che "sappiano"...

La competizione, quindi, si estende ben oltre la competizione economica e il mercato; arriva a plasmare la nostra quotidianità e soggettività senza che ne abbiamo piena coscienza. Siamo messi in competizione con gli altri e con noi stessi, nel mondo del lavoro, ma anche nel modo con cui stiamo con gli altri, con cui educhiamo i  nostri figli. La vita stessa diventa una incessante gara. 
Tutti devono giocare, e si gioca per vincere, sapendo che, se qualcuno vince, qualcun altro dovrà perdere. Lo si sa e non ci si chiede cosa succederà a chi perde. Si gioisce per la propria vittoria, ma si gioisce anche per la sconfitta degli altri. 

Ma come regolare nella scuola una "sana competizione"? Ed ecco entrare in campo la parola magica che appassiona e fa discutere: meritocrazia. Nella scuola va incoraggiata la meritocrazia e non c'è merito che non si misuri, che "finalmente" introduce l'obiettività delle valutazioni. Nella scuola finalmente entrano i test, le griglie di valutazione nel consiglio di classe, ma anche a livello nazionale e transnazionale. La logica che li sottende è la misurazione oggettiva. E i test sono davvero uno strumento eccezionale, così accurati e "intelligenti" da saper misurare non solo le competenze cognitive, ma anche la capacità di comunicare, di socializzare, di saper lavorare con gli altri... 
Quanto lavoro per rendere la scuola sempre più efficiente e capace di individuare gli alunni più meritevoli!
Se hai un buon punteggio sei dentro, se non lo raggiungi, sei fuori. Tutto quello che rimane fuori dalla griglia non "vale", non esiste perché non è previsto un punteggio. 
Questo vale per ogni tipo di valutazione, anche quella prevista per gli insegnanti.

Eppure se interroghiamo i ragazzi, ma anche noi stessi, ricordiamo come gli insegnanti che abbiamo più amato, che hanno saputo trasmetterci la gioia del sapere, erano quelli capaci di dare "qualcosa in più", un qualcosa di indefinibile che ci apriva le vie della conoscenza senza farla "odiare", anzi...

Questo "qualcosa in più" ci racconta quanto sia irrinunciabile la componente soggettiva, non quantificabile e non standardizzabile anche se non arbitraria. Il che significa, come dice Beatrice Bonato, in Aut Aut, che bisogna:
smettere di spingere gli studenti verso il miraggio di punteggi più elevati, riconoscere gli allievi dotati senza pretendere di creare, fin dalla scuola, un'élite dei talenti .
Martha Nussbaum ci invita poi a sottrarci all'idea di rendere sempre più efficienti le scuole:
Distratti dall'obbiettivo del benessere chiediamo sempre più alle nostre scuole di insegnare cose utili per diventare uomini d'affari piuttosto che cittadini responsabili.
Forse un buon esercizio sarebbe quello di provare a reintrodurre possibilità umane fondamentali, teoricamente e praticamente scartate dall'ideologia dominante: aprire spazi di relazione, di libertà, di bellezza per riflettere sulla costruzione di una società democratica veramente inclusiva, tenendo fuori dalla porta l'ossessione del confronto competitivo e della "traduzione delle differenze in classifiche".
La cultura è un dono che dobbiamo saper offrire ai nostri studenti vivificandola, avvicinandola alle loro realtà di vita, sottraendola a un'idea "aristocratica" in cui ancora troppi insegnanti credono.
Questo è il passaggio fondamentale a cui bisogna prepararsi. E per fare questo dobbiamo "metterci in gioco" nella relazione, imparare ad accettare l'imprevedibilità, a ridefinire le regole del gioco, diventare ricercatori il cui sapere non  è fine a se stesso, ma il mezzo mediante il quale si potenziano e sviluppano le abilità degli allievi e si entra in dialogo continuo con loro.

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