09/05/16

MARGUERITE YOURCENAR PRESENTA “FUOCHI”

“Fuochi” non è propriamente un libro di giovinezza: è stato scritto nel 1935; avevo 32 anni. L’opera pubblicata nel 1936, è riapparsa nel 1957 quasi senza ritocchi. Nato da una crisi passionale, “Fuochi” si presenta come una raccolta di poesie d’amore, o, se si preferisce, come una serie di prose liriche collegate fra di loro sulla base di una certa nozione dell’amore. Come tale, l’opera non ha bisogno di commenti, in quanto l’amore totale, imponendosi alla vittima come malattia e insieme come vocazione, è da sempre una realtà dell’esperienza e un tema tra i più visitati della letteratura.

Si può tutt’al più ricordare che ogni amore vissuto, come quello che ha dato origine al libro, si fa e poi si disfa all'interno di una determinata situazione, grazie a un complesso miscuglio di sentimenti e di circostanze che in un romanzo formerebbero la trama stessa della vicenda mentre in una poesia sono il punto di partenza del canto. In “Fuochi”, questi sentimenti e queste circostanze si esprimono ora direttamente, ma molto criticamente, in “pensieri” isolati che all'inizio erano appunti di diario, ora invece indirettamente, con racconti tratti dalla leggenda e della storia e destinati a offrire un sostegno al poeta attraverso i tempi.
«Io non sarò mai vinta. Non lo sarò che a forza di vincere. Poiché ogni trappola evitata mi rinchiude nell'amore che finirà per essere la mia tomba, finirò la mia vita in una segreta di pure vittorie. Sola, la disfatta trova chiavi, apre porte. Per raggiungere il fuggiasco, la morte deve mettersi in movimento, perdere quella fissità che ci fa riconoscere in lei il duro contrario della vita. Ci offre la fine del cigno colpito in pieno volo, di Achille afferrato per i capelli da chissà quale oscura Minerva. Come per la donna asfissiata nel vestibolo della sua casa a Pompei, la morte non fa che prolungare nell’altro mondo i corridoi della fuga. Per me, la morte sarà di pietra. Conosco le passerelle, i ponti girevoli, le trappole, tutte le zappe della Fatalità. Non mi ci posso perdere. La morte, per uccidermi, avrà bisogno della mia complicità.
Non esiste un amore infelice: non si possiede se non ciò che non si possiede. Non esiste un amore felice: ciò che si possiede non lo si possiede più.
Non c’è nulla da temere. Ho toccato il fondo. Non posso cadere più in basso del tuo cuore».

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