30/05/16

La stranezza che ho nella testa di Orhan Pamuk

“Questa è la storia della vita e dei sogni del bozaci Mevlut Karatas, venditore di boza e di yogurt”
Così comincia il romanzo di Pamuk, La stranezza che ho nella testa.
Mevlut nasce nel 1957 in Anatolia, in un villaggio molto povero nella provincia di Konya, distante circa settecento chilometri da Istanbul. A dodici anni si trasferisce col padre a Istanbul, costruisce con lui la sua casa nella periferia della città cercherà senza successo di continuare gli studi. Intanto aiuta il padre a vendere yogurt e boza per le strade della città. Di bell’aspetto, viso pulito, innocente e modi gentili, Mevlut piace a tutti, in particolare alle donne. Nulla riesce a scalfire il suo ottimismo, tanto che viene spesso scambiato per un ingenuo.

Pamuk ci regala un altro libro che, ancora una volta, è un omaggio alla sua Istanbul.
Pamuk ha voluto narrare l’epopea dei diseredati che hanno dato vita alle migrazioni interne. Chi emigra ad Istanbul, esercita mille mestieri. Mevlut, oltre a vendere boza, sarà venditore di yogurt, cameriere, riscossore di bollette elettriche. Occupa le colline ancora disabitate dove costruiscono le loro case, baracche dal pavimento di terra battuta, il tetto di lamiere e dove convivono gente di varia provenienza, compresi i curdi e gli aleviti.
Il romanzo di Pamuk è stato scritto in sei anni, durante i quali lo scrittore ha incontrato decine e decine di uomini e donne "comuni": venditori ambulanti, fabbri e falegnami, piccoli commercianti, ogni uomo con le sue storie, i suoi dolori e le sue gioie, dentro una Istanbul in continua trasformazione.
Alcuni di questi venditori ambulanti di yogurt sono venuti a casa mia, con altri ho mangiato il riso con il pollo per strada. Li ho intervistati. E poi sono entrato negli slum di Istanbul e dato voce alle persone che ci vivono. Alcuni erano timidi, ma poi si sono lasciati andare e mi hanno raccontato di sé, per poi presentarmi chi un cugino chi un amico. Le storie sono arrivate così. Ad aiutarmi sono stati anche dei professionisti, esperti di studi culturali, antropologi.Sì, Mevlut è un uomo ordinario. Per me, come romanziere, la sfida è stata rendere un uomo ordinario in tutta la sua umanità, con tutta la sua immaginazione. La sfida è stata rendere un uomo ordinario come avrebbe fatto Dostoevskij: in tutta la sua umanità.
È una sorta di Marcovaldo di Calvino: una persona che pone domande essenziali, sensate, ma è considerato ingenuo dagli amici. Detto questo, il lettore è consapevole che la sua immaginazione è più vivace di tutti gli altri.Quand’ero un ragazzino ero come Mevlut: non avevo successo tra i miei coetanei ma avevo fiducia nella mia immaginazione, sapevo di essere migliore di loro. Ma intanto gli altri mi guardavano dall’alto in basso a causa della mia ingenuità.
(...) gli amici mi dicevano: “Orhan, hai una strana testa”. Poi un giorno ho letto Il preludio di William Wordsworth e ci ho trovato questa frase da cui ho tratto il titolo del libro: “Avevo pensieri malinconici… Una stranezza nella mia testa”, così mi sono detto che prima o poi avrei dovuto scrivere un romanzo il cui titolo contenesse queste parole.
Mevlut è il protagonista, ma protagonista è anche Istanbul e il suo sviluppo. Una città che diventa metropoli: dagli anni '60 in poi - interi quartieri vengono smembrati, nascono nuove aree periferiche, antichi palazzi vengono buttati giù e poi ricostruiti più alti di prima, per accogliere il numero crescente di abitanti della metropoli sul Bosforo. La casa di Mevlut diventerà un enorme palazzo.
C’è chi riesce ad approfittare di questo sviluppo e arricchirsi e c’è invece chi ne rimane schiacciato anche perché non vuole rinunciare ad essere quello che è e in cui crede.
Mevlut rimane fedele a se stesso, continua il lavoro imparato dal padre, vendere La Boza (bevanda a bassa gradazione alcolica derivata dal grano fermentato). Cammina con il giogo sulle spalle di notte come faceva con il padre, gridando come lui, con una voce intensa e malinconica. La gente lo chiama e scambia con lui quattro chiacchiere. 
Il mondo si trasforma, ma Mevlut continuerà a vivere come nulla fosse cambiato spinto dalla “stranezza” che ha in testa, fatta di sogni, di tante domande che cercano le loro risposte nelle vecchie strade, negli occasionali, nostalgici inviti dalle case.
Nel creativo caos di Istanbul, Mevlut non si schiera con nessuna ideologia, ma riflette sulla realtà che vive, sui cambiamenti della nazione, accoglie le forme, le luci, che lo attraggono e spaventano allo stesso tempo, della nuova megalopoli.

La stranezza che ho nella testa è un libro che parla anche di amore e di donne in un paese dove la maggioranza si sposa con un partner scelto e deciso dalle famiglie. 
È la Turchia ma potrebbe essere l’India o il Vietnam, cambia poco. Sono paesi in cui non ci sono spazi per incontrarsi liberamente, andare al cinema e negoziare il proprio amore. Ma paradossalmente, in ambienti come questi l’amore è romantico perché si hanno pochi secondi per innamorarsi di una donna di cui s’intravede a malapena lo sguardo. È il caso di Mevlut, che deve provare il suo amore con le lettere, perché non ha denaro per comprare regali alla sua amata. Nel mio romanzo l’amore è amicizia e solidarietà, amare vuol dire essere felici e comunicare bene.
Mevlut, appena compiuti venticinque anni, rapisce, con l’aiuto del cugino Süleyman, la ragazza dei suoi sogni. Si erano incontrati  al matrimonio del cugino Korkut. Rayiha era una delle due sorelle della sposa. Incrociando il suo sguardo, si innamora perdutamente di quegli occhi meravigliosi e per tre anni le scrive lettere piene d’amore. 
Quando, però, vede il viso della ragazza con cui è fuggito, scopre di essere stato ingannato: Rayiha era la sorella maggiore di colei che gli aveva ispirato le lettere.
Tuttavia tace. Non si rivelerà mai il motivo di questo suo silenzio, forse la sua profonda dignità, o una radicale sottomissione al destino fanno sì che Mevlut accetti la situazione e sposi dunque Rayiha, che lo ricambierà con un amore solido che saprà renderlo felice. 
Solo dopo la morte di lei, l’affranto Mevlut sposerà finalmente Samiha, che nel frattempo si è separata dall’uomo che aveva aiutato Mevlut a scriverle le lettere d’amore, il comunista di famiglia curdo-alevita Ferhat.
Il romanzo racconta anche le donne :
Mi sembra di essere riuscito, infatti, a rappresentare bene la condizione in cui vivono le donne in Turchia, la repressione a cui sono soggette, gli abusi che subiscono, la loro umanità fatta di rabbie espresse in un linguaggio spesso molto affilato, la loro immaginazione, il loro senso dell’umorismo, e in definitiva il loro essere tramiti di un vero pensiero alternativo. In quanto figlio di una madre che aveva una sorella maggiore e una minore, ricordo benissimo le sedute tra queste tre donne, che si raccontavano a vicenda la relazione con i loro mariti, confrontavano le reciproche situazioni familiari, producevano una battuta dopo l’altra, e ridevano davvero molto.
Certo, io provengo da un ceto sociale diverso da quello dei personaggi di cui parlo nel mio romanzo, tuttavia ritrovo in loro un senso dell’umorismo capace di schierarsi e di contrapporsi efficacemente alla consuetudine repressiva che le donne subivano da parte dei loro mariti, spesso trattate come delle serve, al tempo in cui ambiento la vicenda ma anche oltre. Mi creda, per parlare di questi aspetti non ho dovuto né documentarmi, né fare chissà quali ricerche, potevo disporre di molto materiale in presa diretta.
C’è, a questo proposito, un capitolo in cui il personaggio di Vediha, la sorella maggiore, infila cinquanta domande per chiedersi se sia giusta la sorte che le spetta, evocando le colpe che ingiustamente le addossano, i rimproveri che le muovono, il disprezzo che le riservano, e così via per tre pagine, tanto che, alla fin fine, il tutto suona piuttosto comico…
Ecco, appunto, per scrivere questa pagine non ho certo avuto bisogno di andare a cercare chissà dove. Il monologo di Vediha, questa donna che manda avanti da sola tutta la baracca e dispensa consigli, mi viene da osservazioni accumulate nella mia infanzia, quando andavo a trovare i miei compagni di scuola e già sulla soglia delle loro case capivo con chi avevo a che fare. C’erano famiglie in cui ci facevano togliere le scarpe prima di entrare, le donne erano velate, non facevano che andare e venire per servirci il te, insomma era chiaro che ci trovavamo in famiglie conservatrici musulmane, e tuttavia anche tra queste avevo dei carissimi amici. Ma alle donne non si permetteva, in quelle famiglie, nemmeno di accedere al telecomando della televisione
Intorno alla vita di Mevlut si intrecciano le storie di genitori, di intriganti zii, di cugini, fratelli, figli, nipoti e di un potente imprenditore, un calligrafo sceicco del Tempio. Ognuno offre il suo punto di vista, in un alternarsi di voci Sullo sfondo la storia della Turchia con i suoi colpi di stato, l’inaugurazione del primo ponte sul Bosforo, l’invasione di Cipro, il massacro degli Aleviti e la crescita dei nuovi quartieri di Istanbul, ritratta nei suoi anfratti più poveri e desolati dove si addentra Mevlut. Questo suo camminare per la città, diventa un suo modo di vivere irrinunciabile:
«Fu in quell'istante che Mevlut riconobbe chiaramente la verità che a livello inconscio conosceva da tutto quel tempo: girovagare per le strade di notte faceva nascere in lui la sensazione di aggirarsi nei meandri della propria mente».. 
Un cammino doloroso, che gli conferisce la consapevolezza di ciò che è stata la sua vita, in una città in preda al cambiamento. E noi con lui attraversiamo queste strade, queste storie che ci portano in mondi che non conosciamo, ma da cui si rimane attratti e con il desiderio di saperne di più. Un mondo distante dai rotocalchi e dalle immagini che ci trasmettono giornali e mass-media. Incontriamo quell'umanità che ha bisogno di essere raccontata, di raccontarsi. Perché solo il racconto può restituirci la vita nelle sue contraddizioni e molteplici verità.

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