07/05/16

Io non sono mai stata interessata alla società ben educata

«Sono nata nel 1931, durante la depressione. Non so come sia stata in Europa, ma nel Nord-america è stata disastrosa. Non eravamo disperatamente poveri. Eravamo mentalmente poveri.
Coltivavamo il nostro cibo, le nostre verdure. E nostro padre allevava volpi argentate. Allora erano molto alla moda. Se lei guarda le fotografie di Eleanor Roosevelt aveva sempre una stola di volpe attorno al collo. Mio padre aveva sognato di diventare ricco con questa attività, ma non ha avuto mai abbastanza soldi per investire, e non ci è riuscito. Poi, durante la guerra, quel tipo di pellicce è passato di moda. Ed è stato costretto ad andare a lavorare in una fabbrica, in una fonderia.
Mia madre si è ammalata molto gravemente di Parkinson ed è vissuta per quasi vent'anni in questa condizione disperata. E io, io ero la figlia più grande. E immagino che, se fossi stata una brava figlia, una volta finito il liceo sarei rimasta a casa, con mia madre e mio fratello e mia sorella più piccoli. Invece ho vinto una borsa di studio e me ne sono andata. All'università».
«Avevo soldi per tre anni e non per quattro. Dovevo trovare qualche forma di lavoro. Ho avuto dei premi, ma non bastavano. Così ho deciso che la cosa migliore da fare era sposarmi»
(...) La Sirenetta ha avuto un influsso molto profondo su di me. Si è condannata per amore, ha dato la sua anima per amore. È la donna ideale. Ed è vero, a me piace la tragedia. In genere si pensa che una scrittrice donna debba scrivere come Jane Austen. E Jane Austen è bravissima.
Ma per qualcuna della mia classe sociale non è interessante come le Brontë. Io non sono mai stata interessata alla società ben educata. Volevo che la gente avesse dei destini tragici e grandi emozioni. Quando i bambini erano piccoli ho letto come una disperata, tutto, ma non sono mai stata influenzata dai classici del xx secolo come Proust, Mann, la letteratura nobile, sa, perché non capivo quel tipo di società.
No, gli autori che mi hanno spinta a scrivere sono Flannery O’Connor, Carson McCullers, Eudora Welthy, scrittrici che raccontano le piccole città, la povera gente. Il mio territorio. Perché non solo ho avuto la fortuna di nascere povera, ma di vivere in un paese che tratta i poveri con dignità.
«Credo che la gente legga le mie storie per le stesse ragioni per cui io le scrivo. Perché non cerco l’happy ending, perché scrivo per un momento di shock, di stupore, di rivelazione – ciò che rende la vita appassionante per me. E se riesco a suscitare negli altri questo effetto, è meraviglioso. Lo so, parlo di cose difficili, di sofferenza, di come si sopravvive alla sofferenza».
«Non ho mai avuto paura della vecchiaia, ma ora, a settantasette anni, sento che il tempo si sta chiudendo. E ho un po’ paura delle cose che possono succedere. Di quello che ho visto succedere agli altri. Non c’è che una cosa da fare.Stare più attenta che in passato a come uso il tempo che mi è concesso. Voglio usarlo al meglio. Magari», sorride, «per scrivere».
Alice Munro, intervistata da Irene Bignardi, Repubblica, 5 marzo 2005 

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