19/05/16

The Selfish Giant di Clio Barnard

Vado a Cannes durante il festival da qualche anno. In questo periodo si possono vedere films che difficilmente entrano nei circuiti commerciali. E’ un’esperienza straordinaria perché il cinema può veramente farti viaggiare con la mente e con il pensiero, può farti conoscere spaccati di realtà lontane dalla nostra e uscire diversi, più curiosi, più attenti e più sensibili.
E’ un’esperienza che non fai da solo, perché ci si consulta prima, si scambiano informazioni, si discute dopo.
Torni a casa più ricco e comprendi come il cinema potrebbe svolgere un ruolo culturale molto importante se fosse gestito in un modo diverso.

Michele Mozzati, lo scrittore, si è inventato un “cineforum al contrario”in un locale nel cuore di China Town, un quartiere storico e antico di Milano: una breve introduzione al film e poi una visione collettiva con addirittura la possibilità, alla fine, di fare delle chiacchierate personali e informali davanti a un bicchiere di vino Un’iniziativa, che permette di far rivivere la condivisione di emozioni che ci sono state sottratte dalla Tv, in primis, e poi in qualche modo anche dal web.
Bisognerebbe ripensare i quartieri in questo modo, creare luoghi di incontro e di cultura, dove tutti si sentano a casa loro e tutti siano i benvenuti. Luoghi decentrati che raggiungano anche le periferie e lavorino perché la gente ritrovi il gusto dello stare insieme.

Mio fratello, grazie a cui vado a Cannes, lo fa nel suo piccolo a casa sua, un cinforum in casa, ma con film che non entrano nei circuiti normali e dando ad alcuni la possibilità di goderne.
Michele Mozzati del suo cineforum dice
“La cosa più interessante è stato scommettere che siamo ancora in grado di viverci come persone. Fatti di orecchie, occhi, mani, voci, odori, pelle… Il gioco è stato molto semplice: dare la possibilità a chi lo volesse, di alzare il culo dal divano e scendere nel locale sotto casa, o del quartiere, o della città, a vedersi un film con altra gente che aveva fatto la stessa sua scelta. Gente che avrebbe tranquillamente potuto vedere lo stesso film da sola, magari con le cuffie per isolarsi dal resto della casa e che invece ha ancora voglia di alternare a quella tecnologia che ci facilita fortunatamente la vita, vecchie abitudini che ci mantengono umani, per esempio quella di inventarsi delle specie di cineforum al contrario.”
Per adesso io mi accontenterò di raccontarvi film che mi sono parsi particolarmente significativi per condividerlo sul web, poi chissà, magari inventeremo qualcosa d’altro.


Il primo film di cui vi palerò, l’ho visto a Cannes: The Selfish Giant di Clio Barnard  che è del 2013.
Il film “Il gigante egoista” (titolo italiano), trae spunto da una delle fiabe scritte da Oscar Wilde e contenuta all'interno de Il principe felice e altri racconti, di Oscar Wilde una storia molto triste su di un Gigante geloso del suo giardino da cui per un certo tempo caccia i bambini, poi cambia idea e li accoglie rendendosi conto di quanto aveva perso prima senza di loro.

L’opera prima della regista britannica di Clio Barnard ci porta nella quotidianità di una comunità socio-economica marginale a Bradford. I protagonisti della storia sono due adolescenti che hanno imparato da subito la legge della sopravvivenza in una “giungla” di cemento. Una storia comune a tutti coloro che abitano in luoghi in cui la drammatica assenza di uno stato sociale li rende invisibili. Bambini e ragazzi non tutelati, che vivono in un ambiente tragico e senza prospettive. 
Arbor (Conner Chapman) è un ragazzo sveglio, senza regole, che gioca a far l’adulto ma in realtà dentro di sé nasconde la paura di ogni bambino che non ha una famiglia capace di prendersi cura dei propri figli; Swifty (Shaun Thomas), al contrario di cosa possa far pensare il significato del suo nome (swift vuol dire rapido, svelto), è un ragazzino un po’ lento, ma buono e dolce, con un grande amore per i cavalli. Kitten (Sean Gilder) è il gigante egoista, ma il suo giardino è costellato di acciaio, ferro, rame ed ogni metallo che i ragazzi riescono a procurargli. 
Per  Arbor e  Swifty, non esiste infanzia. Swift oltretutto è di etnia gitana e i suoi sono considerati inferiori anche da chi sta al fondo della scala sociale, ultimi tra gli ultimi, disprezzati e mai accettati né integrati dalla società.
I due imparano presto l’arte di arrangiarsi, cercando di entrare nel mondo degli adulti che, invece di prendersi cura di loro, sono pronti a sfruttarli e ad usarli.
Siamo in una Inghilterra degradata in cui vivono famiglie di povera gente, di miseria materiale e morale i cui bambini sono le vittime innocenti di padri violenti e alcolisti e senza un lavoro, di madri depresse e disperate.  
La vita di Arbor e del suo amico Swifty diventa quindi una quotidiana lotta per la sopravvivenza. E’ così che incontrano Kitten, un losco individuo per cui si dedicano al  “commercio” di cavi elettrici e metallo.
Fin dalle prime inquadrature si comprende quanto i due giovani protagonisti siano destinati ad essere le vittime di un mondo che ha perso o non ha mai trovato dei valori. Perché così è un mondo che non sa prendersi cure delle generazioni future, che li abbandona al loro destino, che li rifiuta e li mette ai margini.
Il biondino e smilzo ma scaltro Arbor e il suo amico più robusto e sensibile Swifty iniziano la loro attività e trafugano tra i rottami il rame dalle centrali elettriche incustodite.

Ogni mattina, anziché andare a scuola, che volentieri ha fatto a meno di loro, i due salgono su un carro arrugginito trainato da un cavallo che gli fornisce in prestito il gigante per caricarsi di ferraglia e guadagnarsi la giornata. Percorrono ogni giorno con un carretto le lande desolate intorno al loro paesello in cerca di rifiuti o qualcosa da rubare e rivendere al "gigante" che li usa e li sfrutta. 
La centrale elettrica con i suoi cavi sta lì a tentarli, sta lì maestosa a dominare il paesaggio in cui si muovono i personaggi, mostro pericoloso ma che  attrae, potenziale occasione di arricchimento con tutto quel rame da rubare e insieme pericolosa minaccia mortale. Chi tocca i fili muore, letteralmente.
Swifty, intanto, scopre il suo grande amore per i cavalli e vorrebbe dimostrare la sua abilità come fantino: il loro datore di lavoro ne possieda alcuni, che vengono impiegati in corse clandestine organizzate per la strada, alle quali il ragazzo vorrebbe partecipare come sfidante.
Clio Barnard, la regista, ha seguito questi due bambini in tutta la loro storia, ci ha fatto conoscere i loro pensieri, i loro sentimenti e le loro scelte. Ne è venuto fuori un ritratto assolutamente reale.
Il racconto è essenziale, privo di retorica, duro e narra, momento dopo momento, le azioni dei suoi protagonisti. Di loro percepiamo quella disperazione che nasce dal disagio affettivo, da una vita troppo difficile e piena di insidie che si trovano ad affrontare da soli, senza nessuna guida né consiglio, quella disperazione che si trasforma ogni giorno che passa in rabbia.

Il film sfocia nel dramma, quello che consentirà al gigante di fare un pur tardivo esame di coscienza e di ammettere tutte le proprie responsabilità nei confronti di due ragazzini che sognavano una via d'uscita dal buio.
Arbor e Swifty appartengono alla categoria di molti ragazzi e bambini invisibili ai nostri occhi che pur esistono numerosi e che spesso ci passano accanto.
E' un film di grandissimo impatto emotivo, che coinvolge lo spettatore e che ti costringono a porti domande su una infanzia che vive ai margini nell'indifferenza dei più.  Nello stesso tempo è un film sull'amicizia, sul conflitto generazionale e sull'incomunicabilità. 
La sceneggiatura è cruda, essenziale. Una regia efficace, la macchina da presa che resta perennemente sempre vicina ai due magnifici interpreti.
Un cinema, quello della giovane regista inglese Clio Barnard dedicato agli umili e ai disperati, che non sfora  mai nel  sensazionalismo e soprattutto in un fastidioso pietismo. Un film di denuncia soprattutto se pensiamo che questi ragazzi vivono in uno degli stati più emancipati del mondo , la Gran Bretagna. 

Un film bello e toccante come sanno essere le produzioni inglesi quando hanno come protagonista lo strato sociale più basso e proprio per questo più vero e schietto. Un film inquietante e commovente da vedere e su cui riflettere. E' un film che può far breccia nella nostra indifferenza, che pone tante domande senza dare comode risposte. La prima domanda è cosa ne facciamo di questi ragazzi? Perché non siamo capaci di dar loro delle opportunità, dare delle possibilità di riscatto? Perché il nostro sguardo non si pone mai su queste vite abbandonate e non chiede con forza, con determinazione un'economia, uno stato che si prenda cura di questi ragazzi, che sappia mettere in moto politiche che migliorino la vita nelle periferie, nei luoghi più dimenticati da tutto e da tutti, dove ogni cosa può succedere senza che noi ne sappiamo nulla.
La regista Clio Barnard ci lascia l'amaro in bocca nella consapevolezza che questi bambini ci saranno sempre e che continueremo a passar loro accanto indifferenti o cercando di non vedere perché la nostra tranquillità non venga intaccata da scomode  realtà.
Mentre giravo The Arbor ho incontrato un bambino chiamato Matty che vive a The Arbor, una strada di Bradford. Il film si basa su di lui e la relazione col suo migliore amico. Ho letto Il gigante egoista ai miei bambini quando erano piccoli, e ho sempre voluto farne una versione contemporanea e realista. La storia parla del pericolo di escludere i bambini, di quello che si perde quando si urla loro, quando il loro valore non viene riconosciuto. Matty e il suo amico erano bambini ai margini di una comunità già marginalizzata, e sapevo chi sarebbero stati i bambini, ma non riuscivo ad individuare il gigante. Matty e il suo amico raccoglievano rottami di metallo con un cavallo e un carretto come molti ragazzi di Bradford, e mi è venuta l’idea che il gigante egoista potesse essere un rigattiere.
Clio Barnard 

Nessun commento:

Posta un commento