26/06/16

Eclissi del principio di autorità

Tempo fa ho sentito parlare due miei allievi fra di loro. Uno era Stefano, l’altro Giovanni. Stefano, pur essendo un ragazzo molto intelligente, non andava bene a scuola e parlando al compagno diceva: «Vorrei che mio padre mi prendesse a botte, invece non mi dice nulla, mi lascia fare e questo non mi sembra giusto». Ero rimasta molto sorpresa da questa affermazione. Mandava in crisi tutte le idee contro l’autoritarismo che erano state motivo di lotta di molti ragazzi della mia generazione.
Solo più tardi ho ben capito cosa voleva dire. Ai ragazzi, al di là delle apparenze, non piace una relazione paritaria con l’adulto. Non era l’autoritarismo che Stefano invocava, ma quella sana autorevolezza che un genitore, un insegnante deve avere nei confronti del più giovane.

La nostra società sta assistendo ad una vera e propria “eclissi del principio di autorità”. I genitori sempre di più sono insicuri nelle decisioni da prendere, sentono il bisogno di giustificare continuamente le richieste che si fanno ai figli, e le spiegazioni continue diventano ridondanti quando non assordanti alle orecchie del bambino. Un genitore mi spiegava come sua figlia, quando lei cercava di convincerla a fare una cosa piuttosto che un’altra, si tappasse le orecchie e gridasse “basta!!!”. In altri casi si dà per scontato che un bambino debba fare le proprie scelte fin da piccolo ed una volta spiegata la “questione” si debba lasciar fare a lui.

Una signora, un giorno, raccontandomi le prodezze del figlio di tre anni, mi spiegava come lui capisse già tutto, che sapeva quello che era giusto o sbagliato e come esempio raccontava: «quando la nonna telefona, mio figlio sa molto bene che a lei fa piacere parlare con lui e lui si diverte a farle il dispetto di non andare al telefono dicendo che ha molto da fare».
È chiaro come i ruoli si siano invertiti: è il nipote, il piccolo, che decide come debba essere la relazione e la nonna per conquistarlo dovrà ricorrere ad armi seduttive: se vieni ti do una caramella e così via.
Questo atteggiamento dell’adulto dimostra come non si conoscano i bisogni veri del bambino, che non può essere lui a comandare, ma che al contrario ha bisogno dell’autorità rassicurante e contenitiva del genitore, altrimenti il bambino si sente solo di fronte alle proprie pulsioni e all'ansia che ne deriva.

È sempre più riscontrabile l’insicurezza nei genitori che sempre meno sanno cosa fare coi loro figli e come comportarsi di fronte ai loro atteggiamenti aggressivi o trasgressivi. Quante volte a scuola li sentiamo dire: «Non so più cosa fare con lui, le ho provate tutte». Ma se non c’è autorità manca sicuramente armonia, se i genitori non sanno affrontare i conflitti che necessariamente nascono tra le generazioni, si prenderanno decisioni arbitrarie e nella casa regnerà la confusione.
«Il rapporto tra genitori e figlio diventa teso e ansioso e la vita famigliare si trasforma in uno psicodramma permanente…»  dice Miguel Benasayag, Gerard Schmit ne L’epoca delle passioni tristi.

I figli hanno bisogno della nostra autorevolezza, che è il contrario dell’autoritarismo.  Chi è autorevole ha acquisito dei meriti sul campo, ha saputo guadagnarsi la fiducia e sa soprattutto rispettare l’altro. Il rispetto è la capacità di guardare agli altri come portatori di valori, è la capacità di guardare l’altro per quello che è e non per quello che noi vogliamo che sia.
Diventare autorevoli, però, vuol dire saper ascoltare e saper dialogare non rinunciando al proprio punto di vista, ma sapendolo mettere a confronto in modo dialettico con quello dell’altro.

Diventare autorevoli vuol dire non nascondersi le difficoltà dei figli, non fare finta di non vedere. Troppo spesso i genitori di fronte ai problemi dei loro figli si ritraggono, ne hanno paura, non cercano di capire da dove vengono. Il bambino sente di provocare nei propri genitori angoscia e in questo modo finiscono anche loro per angosciarsi di più senza che il problema trovi né una soluzione né una via d’uscita. Un vicolo cieco che porta il bambino e i suoi genitori dallo specialista.

L'amore, secondo Fromm, è un'arte da imparare. L’amore, infatti, per l’autore è un potere attivo dell’uomo, è un’arte che si impara e si fonda su certi elementi in comune: «la premura, la responsabilità, il rispetto, la conoscenza».
“Premura” è interesse attivo per la vita, è la crescita di ciò che amiamo, è quindi cura ed interesse.
È “responsabilità”, che non deve essere intesa come qualcosa che ci è imposto dal di fuori, ma come un atto volontario: è la risposta al bisogno, espresso o inespresso, di un altro essere umano. Essere responsabili vuol dire “essere pronti e capaci di «rispondere»”.
L’amore è anche “rispetto”. La parola rispetto viene dal latino “respicere”, vuol dire, quindi, avere la capacità di guardare la persona così com'è, e non come dovrebbe essere per adattarsi a me. Ma la cura e la responsabilità sarebbero cieche se non fossero guidate dalla «conoscenza», conoscenza che deve partire da un interesse per l’altro, il che presuppone la capacità di ascolto.
Solo chi ama nel senso che dice Fromm può essere autorevole, il che non vuol dire, come abbiamo detto prima, lasciare che il bambino faccia la prima cosa che gli viene in mente.

L'adulto che sia il genitore o l'insegnante deve esserci nel momento il cui bambino affronta la vita e le sue difficoltà e non rinunciare al suo ruolo che è quello di aiutare il bambino a comprendere le conseguenze delle sue azioni sugli altri e di insegnargli il rispetto di se stesso, ma anche degli altro.

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