07/06/16

Libertà, pensiero e responsabilità

Si fa presto a pensare di voler essere persone libere. La libertà è sicuramente la premessa essenziale perché la nostra esistenza possa dispiegarsi e realizzarsi, la libertà è elemento fondante di ogni democrazia che voglia essere davvero tale.
Ma la libertà può diventare un contenitore vuoto dentro cui si può mettere di tutto e in questi ultimi anni abbiamo visto lo scempio che hanno fatto di questo grandissimo valore conquistato a duro prezzo da chi è vissuto prima di noi. Oggi sta a noi comprendere cosa vuole dire davvero per noi essere persone libere.
Mi faccio guidare dal pensiero di Hanna Arendt che dopo aver vissuto il tempo del nazismo e dell’olocausto ha riflettuto molto sul significato di questa parola.
Secondo la Arendt per diventare cittadini veramente liberi bisogna imparare l’arte del pensiero, arte che sembra non interessare più a molti o quanto meno si dà per scontata di averla. E scontata non è.
Basti pensare a come i nostri discorsi sono intessuti di luoghi comuni, di frasi fatte, che molto spesso sono ancorate a ideologie già preconfezionate che non lasciano spazio a critiche e revisioni.Di questo bisogna prendere coscienza. Viviamo in un certo momento storico, in un certo tipo di società, di famiglia, di ceto sociale... Tutti siamo oggetto dei messaggi mediatici, e siamo immersi dentro il mormorio continuo della gente...

In realtà quello che ci spaventa è la complessità dei problemi, quella problematicità che rende più difficile trovare risposte certe e per sempre. Siamo alla ricerca di “ricette”, di esperti che ci dicano cosa fare, come comportarci,  tendiamo a delegare la soluzione dei problemi di fronte a cui in modo quotidiano ci troviamo di fronte. 

Il più delle volte agiamo senza interrogarci sul senso che vogliamo dare al nostro agire, venendo meno a quella responsabilità che dovremmo sempre avere presente di fronte ad una decisione da prendere che richiede consapevolezza e attenzione.
Agiamo sotto la spinta di quello che fanno gli altri, di quello che ci viene richiesto, della moda del momento e così via.  La libertà ci fa paura. Così scriveva Erich Fromm:
L'uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché? Perché la libertà lo obbliga a prendere delle decisioni e le decisioni comportano rischi. Se invece si sottomette a un'autorità, allora può sperare che l'autorità gli dica quello che è giusto fare, e ciò vale tanto più se c'è un'unica autorità – come è spesso il caso – che decide per tutta la società cosa è utile e cosa invece è nocivo.
Secondo Hanna Arendt la libertà di pensiero, l’evitare di interrogarsi di fronte a ciò che accade ci impedisce di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato perché, secondo la filosofa:
Il pensare è quell'attività che produce precisi effetti morali, trasformando chi pensa in qualcuno, in una persona o personalità.
L’interrogazione che dovrebbe accompagnarci è quella di come dare forma a un modo di vivere che sia degno di questo nome per noi e per gli altri, è pensare a costruire un mondo, il nostro mondo, a misura di uomo, di qualsiasi uomo o donna. Questo vuol dire mettersi in cammino sapendo che non si potrà mai arrivare a trovare criteri certi e indiscutibili nella ricerca di ciò che è giusto, ma che proprio per questo dobbiamo esercitarci, metterci alla prova e continuamente in gioco.
Un criterio guida fondamentale è che nessuno può pensare al posto mio, nessuno  può pensare al posto degli altri. Bisogna cioè opporsi alla tendenza di alcuni a pensare e a decidere per altri cosa è meglio per loro. Questo vuol dire sminuire l'altro, non averne rispetto. L’altro, qualunque sia il grado di intelligenza o di elaborazione del pensiero, è sempre competente su se stesso e su ciò che lo riguarda. Se non è in grado di pensieri razionali elaborati, è però in grado di comunicare ciò che gli fa bene o male, ciò che gli piace o no. Ma su questo meriterebbe aprire un altro capitolo. 

In sintesi è importante prendere pienamente coscienza che per essere liberi bisogna assumersi la responsabilità della scelta e del rischio che si corre sempre quando si devono prendere decisioni sul da farsi in una situazione particolare, nelle relazioni con gli altri e con il mondo.
Si pensa per entrare in noi stessi, per dar forma alla nostra consapevole presenza nel mondo, pr aver cura della vita.
"Interrogarsi su che cosa sia il bene e che cosa il male, - dice Luigina Mortari - che cosa il bello e cosa sia il brutto, che cosa sia giusto e cosa sia l'ingiusto è della massima importanza perché le risposte che vengono formulate a queste domande vanno a costituire quell'orizzonte di criteri regolativi in base ai quali si decide la direzione del proprio esistere. (...) Una condizione essenziale dell'essere liberi è non dipendere da risposte già date" . Pensare vuol dire cercare "le questioni di significato" e dischiudere lo spazio per quella libertà essenziale che permette di "generare spazi esistenziali degni di essere vissuti".
E ci accorgiamo che pensare e riflettere su questioni scottanti in cui i più la pensano in un modo che non condividiamo, può risultare difficile, difficile è fare scelte controtendenza, come avveniva per esempio "in tempi bui", come li chiama la Arendt, o come su questioni che allarmano l'opinione pubblica: i profughi, gli emigranti e la diversità in genere. 

E’ più facile esercitare il nostro pensiero critico su questioni che non ci toccano direttamente o si manifestano lontano da noi, piuttosto che nel nostro piccolo quotidiano. Certe scelte possono creare momenti di solitudine, di isolamento quando non di rottura. Ma è proprio con queste scelte che possiamo fare la differenza. Possiamo per lo meno tentare di indicare percorsi diversi, mettere sul tavolo domande su cui aiutare anche altri a riflettere, prendere posizione, quando si operano da parte degli altri scelte discriminanti e non rispettose dell’altro.
Importante quindi non tanto pensare in modo astratto ma mantenere sempre vivo un rapporto interrogante rispetto all'esperienza, saperci cioè porre domande  di significato che individuino orizzonti di senso, "assumersi la responsabilità di cercare fili di senso con cui tessere l'esperienza". (Luigina Mortari ne A scuola di Libertà)
Solo l’individuo che saprà pensare e giudicare in modo critico un evento, senza appoggiarsi come ad una ringhiera a criteri generali e riconosciuti a prescindere come validi, senza crearsi alibi, senza staccarsi dalla realtà, e senza abituarsi subito ai nuovi criteri di giudizio usandoli come unico metro, saprà comprendere il mondo e cambiare la sua direzione. Sarà capace di difendersi quando l’umanità proverà ad avviarsi verso altri atti di violenza nei confronti di sé stesso, così come sono stati i totalitarismi, che, attenzione, non sono finiti: hanno solo cambiato forma.
Anche nei tempi più oscuri abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione. Ed è molto probabile che essa arriverà non tanto da teorie o da concetti, quanto dalla luce incerta, vacillante, spesso fioca che alcuni uomini e donne, nel corso della loro vita e del loro lavoro, avranno acceso in ogni genere di circostanze, diffondendola sull’arco di tempo che fu loro concesso di trascorrere sulla terra. 
Hanna Arendt 

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