13/06/16

L’intelligenza cresce e porta frutto solo nella gioia (Simone Weil)

"La scuola secondaria deve creare nei ragazzi il piacere di vivere e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del loro sviluppo ad allentare i loro legami con la casa paterna e la famiglia.
Mi sembra incontestabile che la scuola non faccia ciò e che per molti aspetti rimanga al di sotto del proprio compito, che è quello di offrire un sostituto della famiglia e di suscitare un interesse per la vita che si svolge fuori, nel mondo. Non è questa l'occasione per fare la critica alla scuola secondaria nella sua attuale struttura: mi è tuttavia forse consentito di mettere l'accento su un singolo punto.
La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, se pur sgradevoli, dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità, propria della vita non deve essere più che un gioco di vita"
Sigmund Freud 
Queste sono parole scritte da Freud nel 1910. Oggi più di cento anni dopo queste affermazioni sono, per il nostro modo di vedere e di pensare la scuola, ancora attuali e, nel complesso, assolutamente disattese, anche se ancora presenti nella nostra Costituzione.
Così diceva Piero Calamandrei
L'uomo non può essere libero se non gli si garantisce un’educazione sufficiente per prender coscienza di sé, per alzar la testa dalla terra e per intravedere, in un filo di luce che scende dall’alto in questa sua tenebra, fini più alti”.
La scuola democratica è:
“la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questo Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà».
Siamo ben lontani da questa scuola ne sono testimoni tanti insegnanti che da soli lottano per mantenere questa promessa, nonostante tutte le riforme che si sono succedute in questi ultimi anni e che hanno affossato ogni idea di scuola per tutti.
Lo dicono le testimonianze dei ragazzi che non credono più nel valore dell'educazione.
Ma lo dicono i numeri. Sembra che non importi più nulla a nessun politico e non solo se in Italia tanti abbandonano la scuola, se continuiamo a perdere prima del diploma o della qualifica professionale quasi uno studente su cinque, il 18,8%, con enormi e intollerabili disparità geografiche e sociali.
Questa disuguaglianza delle opportunità è un grande fallimento per il nostro Paese, è un chiaro segno che la scuola è ancora "una promessa mancata" e, date le premesse, ci sembra che lo sarà ancora per molto.
Trascurare questa realtà  vuol dire non solo non costruire una "buona forza-lavoro", ma soprattutto non crescere neanchcittadini democratici e tanto meno felici: ogni anno in Italia si contano circa 4 mila suicidi, come se ogni 12 mesi scomparisse un piccolo Paese. Anche in Italia il suicidio arriva a essere la seconda o la terza causa di morte tra gli adolescenti e i giovani adulti.
Certamente la scuola non funziona per mancanza di investimenti economici, ma anche, come dice Freud, per un deficit culturale che non vede nella scuola un luogo dove creare opportunità per una crescita sana e il più possibile serena.

Se i ragazzi sono demotivati, aggressivi, se rifiutano la scuola, siamo in generale portati a credere che siano loro i responsabili di questo disinteresse, o nel migliore dei casi che sia colpevole la società nel suo insieme.
Molto grave è la conflittualità  che si è creata  tra insegnanti e genitori, là dove dovrebbe nascere un'alleanza per il bene delle generazioni più giovani.
Siamo noi adulti i primi ad essere demotivati. Le ragioni ci sono e grandi, ma questo non può che ricadere pesantemente sui ragazzi, non certo sui governi che dalla nostra stanchezza non possono che avere benefici.

Eppure noi possiamo fare ancora molto, nonostante tutto, proprio perché la società non offre quasi più nulla in termini di speranza. Siamo noi a contatto con i bambini e con i ragazzi, è il nostro interesse per le loro vite, per i loro problemi che sentono, è il nostro entusiasmo che può contagiarli, è il nostro sorriso che li può catturare, è la nostra capacità di presentare gli argomenti che li può interessare. Non una cultura che sia "oltre loro e senza di loro", ma che vada "verso di loro", che desideri incontrarli ovunque siano, qualsiasi sia la loro capacità di partenza e di recepirla. 

Le parole sono duttili e possiamo usarle in modo che tutti ci possano capire; le parole hanno modalità di presentarsi diverse, possono respingerci o emozionarci: con quale attenzione noi le scegliamo? A chi sono dirette? Chi ci ascolta ha la sicurezza che stiamo parlando anche per lui? E se non ce l’ha, siamo pronti ad andare a spiegarglielo personalmente? A dirgli che noi ci interessiamo anche di lui?
C’è un deficit a livello economico, a livello politico, ma c’è un deficit di umanità di cui non si parla mai se non per abbellire i nostri discorsi. Invece è il centro del problema, il cuore di tutti i problemi. Il tipo di scuola che cerchiamo di costruire dipende dalle priorità che vogliamo darci.
E allora che cosa fare?  Se tutti gli insegnanti che credono nella democrazia, nella nostra costituzione si sentissero impegnati, là dove sono, a costruire un “aula come luogo di speranza per tutti”,  qualcosa di significativo comincerebbe davvero a cambiare. Riprendiamoci l'entusiasmo che hanno cercato di demolire, ricominciamo ogni giorno la nostra battaglia, entriamo in classe, chiudiamo le porte e facciamo entrare i sogni di cui hanno bisogno i nostri alunni per immaginare un altro mondo. Perché solo l'immaginazione può produrre cambiamento.
"L’intelligenza può essere guidata solo dal desiderio. Perché ci sia desiderio, occorre che ci siano piacere e gioia. L’intelligenza cresce e porta frutto solo nella gioia. La gioia di imparare è indispensabile agli studi, come la respirazione ai corridori. Dove essa è assente non ci sono studenti, ma povere caricature di apprendisti che al termine del loro apprendistato non avranno neppure un mestiere"
Simone Weil

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