10/06/16

Silenzio della foto

Gianni Berengo Gardin, Lido di Venezia 1959
Il fotografo sogna una luce iperborea, un’atmosfera rarefatta, dove le cose assumono l’esattezza che avrebbero nel vuoto. Luce bianca, oceanica, luce irreale, sotto vuoto, venuta da un altro litorale, luce che conserva, anche nel colore, la potenza del bianco e nero. Luce fluida che fa una distinzione crudele, luce assoluta, fotografica nel senso letterale di una scrittura di luce, e che domanda, piuttosto che di essere guardata, che si
chiudano gli occhi su di lei e sulla notte interiore che essa racchiude. I paesaggi, i visi, i personaggi, proiettati in una luce che non è la loro, illuminati violentemente dall'esterno come oggetti insoliti dalla luce che impone l’imminenza di un avvenimento strano. 
Non è l’uomo che beve il thé, è il thé che beve l’uomo 
Non sei tu che fumi la pipa, è la pipa che ti fuma 
È il libro che ti legge 
È la televisione che ti guarda 
È il mondo che ci pensa 
È l’obiettivo che ci fissa 
È l’effetto che ci causa 
È il linguaggio che ci parla 

E sempre sempre 

È il tempo che ci perde 
È il denaro che ci guadagna 
È la morte che ci spia 

(...) Silenzio della foto. Una delle sue qualità più preziose, a differenza del cinema e della televisione, a cui bisogna sempre imporre silenzio senza riuscirvi.
Silenzio dell'immagine che succede (o dovrebbe succedere!) a ogni commento. Ma silenzio anche dell'oggetto che strappa al contesto ingombrante e assordante del mondo reale.
Qualunque siano il rumore e la violenza che la circondano, la foto restituisce l'oggetto all'immobilità e al silenzio. In piena confusione urbana, essa ricerca l'equivalente del deserto, un isolamento fenomenale.
La foto è il solo modo di percorrere la città in silenzio, di attraversare il mondo in silenzio.
Jean Baudrillard

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