20/09/16

Imparare anche dagli altri a conoscersi

Molto spesso (troppo per i miei gusti) sono stato fotografato sapendo che lo ero. Orbene, non appena io mi sento guardato dall'obbiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di posa, mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagine.
Henri Cartier-Bresson
Viviamo in un periodo in cui la fotografia è alla portata di tutti, e soprattutto sono gli autoritratti a dominare la scena, i cosiddetti selfie-mania. Grazie a smartphone e tablet, la gente ha imparato a farsi le foto in completa autonomia, sia a casa che per le vie della città. Sono finiti i tempi di quando, in veste di turista, si chiedeva ad un passante di fotografarci, possiamo farlo da soli. Basta guardare verso l'obiettivo dei nostri cellulari, sorridere e premere il pulsante di scatto. Ecco fatto.

Ma non è la stessa cosa.  Una volta ci si poteva mettere in posa e un amico ci invitava a sorridere prima di scattare. Difficilmente ci lasciavamo fotografare in un momento qualsiasi della giornata, senza metterci in posa, cambiarci il vestito, pettinarci, insomma offrire quello che ritenevamo il meglio di noi.

Eppure le foto quelle vere sono altre. Sono quelle che sono scattate, oltre che da un bravo fotografo, anche da chi ha la pazienza di cogliere quelle espressioni che meglio parlano di noi. E allora, a seconda di chi ha la macchina in mano, noi possiamo sembrare persone diverse. Perché agli occhi degli altri siamo diverse. Nessuno ci vede allo stesso modo, ognuno vede di noi quello che nella relazione con loro traspare di noi.

Cosa vuol dire allora "essere se stessi". Ha qualche valore quello che gli altri percepiscono di noi? Oppure conta solo quello che noi vorremmo essere. 
Se è giusto indagare noi stessi e sentirci il più possibile autentici, è anche buona cosa renderci conto di come gli altri ci vedono e ci sentono, se vogliamo che la relazione con gli altri cresca e maturi.
A volte noi crediamo di essere in un modo e non ci accorgiamo che il nostro sguardo, la nostra postura, il nostro tono dicono a chi ci incontra tutt'altra cosa. Il dialogo tra persone per conoscersi forse può nascere anche tra queste discrepanze, tra ciò che crediamo di essere e ciò che appaiamo agli altri. Questo vuol dire accettare la critica, vuol dire spiegarsi e imparare dagli altri. Non esiste in questo torto o ragione, ma il desiderio di conoscersi davvero.

In fondo noi non ci guardiamo mentre viviamo tra gli altri, siamo quelli che si vedono meno. Gli altri ci possono raccontare molto di noi. E allora perché non ascoltarli?
Abbiamo paura dell'immagine che rimbalza fuori di noi. Per questo amiamo farci fotografare, ma quando e come vogliamo noi. Il vero coraggio è quello di imparare a guardare dentro e fuori di noi sapendo che si può e forse, a volte, si deve cambiare, sapendo che se non si può cambiare, dobbiamo imparare ad accettarci come siamo. Fragili, ma veri.

Davanti all'obiettivo, io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei che si creda che io sia, quello che il fotografo crede che io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte.
Ronald Barthes

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