19/09/16

Quel vecchio magico atlante dove cercavo l’isola del tesoro

La scoperta (e la fascinazione) della letteratura venne con l’adolescenza grazie a un libro “magico”, che per me continua a essere magico, L’isola del tesoro. Quel libro mi trasportò verso oceani favolosi, era un vento che non gonfiava solo le vele del vascello solcato alla ricerca del tesoro, ma muoveva soprattutto le ali dell’immaginazione. Seguendo la fantasia, ma confidando nel principio di realtà, cercavo quell’isola sul mio atlante, che fu l’altro libro “magico”. Era l’atlante De Agostini.
Avevo il mondo davanti a me. Sulla prima tavola dell’atlante, il globo diviso in due come un’arancia, poi le tavole successive dei vari continenti. La cosa che mi affascinava di più era che sulla pagina di destra veniva raffigurato un continente e su quella di sinistra una serie di fotografie “rappresentative” del continente in questione.
Ne ricordo qualcuna per l’Europa: il Colosseo, la Torre Eiffel. Per l’Africa c’erano fra l’altro: le Piramidi, il Kilimangiaro, una moschea del Marocco. Per l’Asia, il porto di Singapore, una pagoda di Tokyo e una veduta di Samarcanda. Era quello, il mondo.
E quella è stata la mia prima idea della Terra. Per me era immutabile e sicura, perché da un lato c’era la rappresentazione astratta della sua forma geografica e dall’altro le immagini fotografiche, il “contenuto”. Ho ancora quell’atlante, ormai inutilizzabile, come un orario scaduto delle ferrovie.
Per me che non ho mai preteso di insegnare niente a nessuno se non gli strumenti di lavoro per ricostruire filologicamente un testo letterario, quell'atlante costituisce un prezioso strumento didattico. Lo tengo da parte per i miei nipoti affinché non pensino, come pensavo io allora, che il mondo sarà sempre quello che conoscono.
 Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi


Chi scrive viaggia alla ricerca di sé e degli altri. Abita luoghi immaginari o si reinventa il luogo da sempre abitato. Ma la mente non è ferma, è alla ricerca e si collega con il cuore e con l'anima. Poi il problema è trovare le parole che corrispondano a ciò che si sente e si prova.

Ma grandi sono gli scrittori che sono curiosi, che sono in-quieti, che non approdano mai ad isole sicure, che inqietano il lettore, che non lo lasciano "vivere in pace" con se stesso, ma lo smuovono, lo interrogano, lo spingono a loro volta a viaggiare, a cercare, a interrogarsi.

Oggi di questi scrittori ce ne sono pochi. Ne conosciamo molti che si auto celebrano e questo non ci piace.

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