01/10/16

Due riflessioni a caldo sul dibattito tra Renzi e Zagrebelsky

Renzi nel confronto con Zagrebesky mi è sembrato un ragazzo saccente e presuntuoso. Un ragazzino che si sente più furbo e più abile e che non vede l’ora di mettere in difficoltà un professore da tutti considerato senza ombra di dubbio un grande studioso,  per sentirsi bravo e vincente. E' il linguaggio oggi prevalente: del resto una sfida si vince o si perde. La parola confronto è bandita dal vocabolario: si perde tempo, dice il nostro primo ministro, si rimane dentro una palude. Ed allora bisogna fare, decidere: questo devono capire gli italiani. Entrare nel merito degli argomenti trattati non serve, visto che è stato già tutto deciso. 
Del resto mi sarei aspettata di più da Zagrebesky che rispetto molto e da cui ho imparato molto. Ma gli intellettuali come lui non si sono mai posti seriamente come far arrivare alla gente il loro sapere. 
Non so quanto possa essere servito questo dibattito a chiarire cosa si va a votare. Ma è però stato interessante ancora una volta comprendere che viviamo in una società dove una dialettica vuota di contenuto, si sovrappone al dialogo e alle argomentazione, lo slogan alla spiegazione, la semplificazione alla complessità. Ma è pur vero che chi ha studiato e lavorato nelle accademie non si è mai posto il problema di come arrivare alla gente, di come raggiungere quella parte del territorio dove troppo gente ha come unico interlocutore la televisione o i social network.
Questa è la realtà che ci piaccia o non ci piaccia. Di questo dobbiamo prendere atto. La democrazia è fragile e ha bisogno di militanti perché possa un giorno prendere davvero vita.
Lecito lamentarsi, ma sbagliato pensare che non si possa fare nulla.  La democrazia,  quella vera,  si costruisce dal basso,  giorno dopo giorno,  praticando quello in cui crediamo.  Imparando a dialogare, ad ascoltare, ad informarci per trasmettere con pazienza e dedizione ciò che noi sappiamo ad altri che non hanno avuto la nostra formazione.
È vero che la gente non legge i giornali,  ma se lo facesse non si sentirebbe respinto da un linguaggio per addetti ai lavori,  giornali che pur dichiarandosi di sinistra non sono certo di facile comprensione.
È se la semplificazione non mi piace perché evita la complessità,  amo la semplicità del linguaggio che non è banale.
Certo oggi molti di noi vogliamo veder cadere un governo che non ci piace,  ma  dobbiamo porci due problemi: costruire una sinistra vera,  e combattere l'ascesa ancora più pericolosa di una destra. xenofoba e razzista che sembra davvero alle porte.  

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