06/10/16

Fotografare la Sicilia di Ferdinando Scianna

"È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e - in definitiva - al suo stile."
Leonardo Sciascia
Ho cominciato a fotografare perché la Sicilia era là. Era naturalissima cosa per me portare lo sguardo, la curiosità e la mia passione di ragazzo sulla maniera di vivere e sui riti delle feste del luogo dove ero nato e vivevo.
Per qualche anno feci un po’ la vita dei venditori di torrone o di tamburelli, che spesso erano anche i miei migliori informatori. Andavo di paese in paese alla ricerca delle feste meno conosciute e frequentate, più forti e autentiche. Mi sono così ritrovato, sbalordito, in mezzo a impressionanti pellegrinaggi, come quello per i santi Alfio, Cirino e Filadelfo al santuario di Tre Castagni, sulle falde dell’Etna, dove migliaia di penitenti in mutande recano ogni fine maggio, correndo, pesantissimi ceri, urlando le lodi dei santi martiri. O a Butera, a seguire il rito del serpentazzo.
A Baucina, dove una interminabile, notturna processione mette in scena i molti martirii cui è stata sottoposta la miracolatissima Santa Fortunata, che probabilmente non è mai esistita. E in tanti altri luoghi, tra feste splendide e intensissime.

«Ma una festa religiosa, che cosa è una festa religiosa in Sicilia? Sarebbe facile rispondere che è tutto, tranne che una festa religiosa (ma con una grande eccezione, come vedremo). È, innanzitutto, una esplosione esistenziale. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo». Così scriveva Leonardo Sciascia, trentatré anni fa, in prefazione al volumetto che la casa editrice Leonardo da Vinci di Bari pubblicò con le mie fotografie sulle Feste religiose in Sicilia. Quel libro, primo frutto di un incontro fondamentale per la mia storia di fotografo, e ben di più per la mia vita. (…)
Oltre che esplosione esistenziale, quelle feste sono oggi diventate spettacolo, occasione mediatica. Spesso nelle processioni ci sono più fotografi e cineoperatori che penitenti. L’eccezione indicata da Sciascia era quella della Settimana Santa, in cui si contempla il dolore di una madre per un figlio ammazzato e tradito da un amico. Vicenda di eterna attualità, come si vede.

Ed è vero che imbattersi nella solennità straordinaria della processione di Enna del venerdì santo, con centinaia di penitenti incappucciati che sfilavano interminabilmente per la città, in silenzio, con sivigliano sfarzo, mi ha provocato un’emozione indimenticabile. E poi il silenzio, lo strazio della funebre musica della banda, l’Addolorata che oscilla al dondolio dei portatori, il tutto immerso in una nebbia che tutto rendeva ancora più misterioso e ovattato. Ma a me pare che, fatti salvi i sentimenti più profondi di ciascuno, anche i riti pasquali, e non solo in Sicilia, naturalmente, siano oggi diventati momenti di leggera mondanità: non per nulla hanno offerto occasioni per i giochi più o meno seri della moda. Queste feste, però, rimangono bellissime e per me, poi, quarantacinque anni fa solitario ragazzo con la macchina fotografica, felice in mezzo a quella densa umanità cui così profondamente appartengo, furono occasione di straordinaria scoperta sulla maniera di essere della gente della mia terra e sono oggi motivo di struggente nostalgia. (…)
Come fai a guardare il mondo senza tenere conto che appena hai aperto gli occhi intorno a te hanno chiuso le finestre perché c’era troppo sole? Le nostre case sono piene di persiane, di luce che filtra, di finestre a bocca di lupo. In Olanda fanno case di vetro perché di luce ce n’è talmente poca. E già questo ti da un’idea diversa della luce e quindi una maniera diversa di guardare le cose. Per me il nord ha una luce esotica, mentre dal nord vengono in Grecia, in Sicilia a cercare l’appollineità, il classico, il solare.
I fotografi siciliani amano la Sicilia nera. Io, per esempio, dico che il sole mi appassiona perché fa ombra. “La luce e il lutto”, un titolo di Gesualdo Bufalino che esprime bene questo sentimento. Questa sorta di seme della contraddittorietà profonda che da fatto fisico, atmosferico, diventa anche culturale, psicologico. Da noi il lutto è sempre una cosa molto violenta, teatrale. A volte persino una tragica risata. Così come la carnalità, la sensualità. Sono rimasto stupito quando, guardando le mie prime fotografie di moda dicevano “Il tuo sguardo sensuale sulle donne…”. Io non penso che la sensualità di un fotografo, se ne ha, si riveli solo quando fotografa le donne, perché nelle mie fotografie nere siciliane, per dire, a me pare che la luce abbia la stessa sensualità che si trova nelle immagini di donne.
Ferdinando Scianna

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