11/11/16

Alcuni pensieri per ricordare Umberto Veronesi

Umberto Veronesi ci ha lasciato. Ma le sue parole rimarranno vive e non le scorderemo. Oltre ai suoi grandi contributi per la lotta al tumore, si è contraddistinto per l'umanità che aveva per il paziente, per un paziente il più delle volte a rischio di vita. Ho stralciato da  alcune sue interviste alcune sue idee.

Veronesi ha sempre pensato che la malattia non è altra cosa rispetto al cosiddetto “stato di salute”, e che non è sempre facile diagnosticare con esattezza lo stato e il livello del male come non è facile diagnosticare il livello della salute. In altri termini esiste più il malato che la malattia. Un’attenzione particolare Veronesi l’ha sempre dedicata ai malati cosiddetti “senza speranza”, per i quali occorrono attenzioni particolari. Si tratta, appunto dei malati verso cui l’attenzione e la cura medica a volte vengono ad attenuarsi o a mancare, in considerazione del fatto che abitualmente si considera che “ormai non c’è nulla da fare”.

Ma il “nulla da fare” per Veronesi non è mai esistito
I malati non sono pazienti, ma persone. Da curare nel corpo ma soprattutto nell'anima, perché guarire l'involucro non basta"
Distinguo due momenti, diagnosi e prognosi. La diagnosi, cioè che cosa ha il paziente, è certa e come tale va comunicata. Ma per la prognosi - come evolverà la malattia, come reagirà il corpo, quanto vivrà il paziente - c’è sempre un margine di incertezza e in quel margine abita la speranza. Nessun medico ha il diritto di togliere la speranza, perché quando si dice a una persona che dovrà morire, è come se morisse in quell'istante. Attenzione: questo non è tradire la fiducia del paziente, ma provare a capire.
Che una malattia colpisce un organo, ma viene elaborata da una mente. Lo stesso male può essere più o meno sopportabile a seconda della persona che lo percepisce. Ecco perché dico che bisogna tornare alla “Medicina della persona”. Per curare qualcuno dobbiamo sapere chi è, che cosa pensa, che progetti ha, per cosa gioisce e soffre. Dobbiamo far parlare il paziente della sua vita, non dei disturbi. Oggi le cure sono fatte con un manuale di cemento armato: “Lei ha questo, faccia questo; ha quest’altro, prenda quest’altro”. Ma così non è curare.
Veronesi crede in  quella che a livello internazionale si chiama “Medicina narrativa”.
Curare è prendersi cura della persona senza lasciare che abbia il sopravvento la medicina d’organo. Sono stufo di sentire in sala operatoria “Che cosa abbiamo oggi? Un polmone, un fegato...”, senza sapere a chi appartengono quel polmone e quel fegato. Ai medici non piace legarsi al paziente, nel timore di perdere obiettività, e spesso non disdegnano di drammatizzare la malattia perché così aumenta la loro missione salvifica e dunque il potere».
 I medici italiani devono imparare a fare un lavoro diverso. Oggi la tecnologia offre scenari inediti, posso fare una diagnosi senza palpare un paziente o operarlo senza toccarlo, attraverso un robot. Questo dà più tempo per conoscere la persona che si ha davanti».
La medicina moderna “non potrà più curare una persona senza sapere chi è, cosa pensa, cosa crede e in che cosa spera. Cioè, senza considerare il malato nella sua complessa unità di corpo e di mente. Bisogna tenere presente che il dolore che la malattia provoca nel corpo, fortunatamente sempre più spesso ha una durata molto limitata. La sofferenza, nella mente, può rimanere presente a lungo. Non possiamo quindi considerare un malato guarito solo quando esce dall’ospedale e la sua malattia è regredita, scomparsa o comunque sotto controllo; dobbiamo fare in modo che possa ritrovare anche la sua dimensione di vita dopo la malattia. In un certo senso è sorprendete cha la medicina abbia atteso tanto tempo ad orientarsi in questa direzione”.  
Veronesi vorrebbe essere  ricordato
«Come uno che ha contribuito a migliorare la qualità della vita, soprattutto delle donne. Dopo secoli di maschilismo, le donne stanno prendendo più potere in tanti campi, nella sanità, nei media, nella magistratura. È una fortuna: la donna è pacifista, conciliatrice, l’uomo è violento e aggressivo. Si va verso una maggiore parità e il prezzo da pagare è anche una più bassa attrazione fra i sessi. Andiamo verso un’umanità bisessuale. Non è detto sia un male».
Non credeva in Dio:
Ho pensato spesso che il chirurgo, e soprattutto il chirurgo oncologo, abbia in effetti un rapporto speciale con il male. Il bisturi che affonda nel corpo di un uomo o di una donna lo ritiene lontano dalla metafisica del dolore. In sala operatoria, quando il paziente si addormenta, è a te che affida la sua vita. L’ultimo sguardo di paura o di fiducia è per te. E tu, chirurgo, non puoi pensare che un angelo custode guidi la tua mano quando incidi e inizi l’operazione, quando in pochi istanti devo decidere cosa fare, quando asportare, come fermare un’emorragia.”
Ed è allora che l’uomo scopre di essere uomo, si rende conto che non c’è nessuna entità sovrannaturale a benedire il suo operato, che ci sei solo tu in quei momenti, solo con la tua capacità, la tua concentrazione, la tua lucidità, la tua esperienza, i tuoi studi, il tuo amore (o anche la tua carità come la chiamava don Giovanni) per la persona malata. 
Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato la prova della non esistenza di Dio. Come puoi credere nella Provvidenza o nell'amore divino quando vedi un bambino invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno davanti ai tuoi occhi? Ci sono parole in qualche libro sacro del mondo, ci sono verità rivelate, che possano lenire il dolore dei suoi genitori? Io credo di no, e preferisco il silenzio, o il sussurro del "non so".
Fin da ragazzo pensavo che la vita deve finire e che non ha alcuna dimensione metafisica. Non c’è da perdonare né da chiedere perdono dei propri peccati nella speranza di garantirsi un buon soggiorno nell'aldilà. Perché Dio non è mai esistito
Ha cercato di trasferire questa convinzione nei suoi figli. Sette. Ha detto loro di accantonare la triade Dio-patria-famiglia per sostituirla con i valori laici della libertà, della tolleranza e della solidarietà.
Pensate all'uomo perché solo l’uomo merita di essere lo scopo dell’uomo.
Ma nonostante tutto è ottimista rispetto al futuro dell'umanità:
Oggi viviamo un momento di schizofrenia: il mondo economico è in crisi, mentre il mondo del pensiero è in evoluzione. Per questo sono ottimista per il futuro. In 10 mila anni di storia, la scienza ha costantemente migliorato la nostra vita, superando guerre, carestie e catastrofi, e a ogni progresso scientifico ha sempre fatto seguito un passo avanti della civiltà. Non può che essere così anche oggi e la società futura sarà una società migliore.

1 commento:

  1. Io trovo significativo il fatto che fosse vegetariano.

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