01/11/16

Il giorno dei morti: ogni giorno appartiene anche un po' a loro.

Ho capito un giorno perché molti bambini hanno bisogno di aggrapparsi al dito della mamma, o di chi per lei, prima di addormentarsi. Nel passaggio dalla veglia al sonno si passa in un tunnel che non può che destare paura in un piccolo che non sa cosa verrà dopo e che per lui ha solo il significato della perdita, della fine di un qualcosa senza garanzia che qualcosa d'altro nascerà. Gli adulti sanno che il giorno verrà dopo la notte, perché lo hanno sperimentato per tanto tempo, i bambini no, si devono fidare di qualcuno che li rassicuri.

Mi è capitato quando tre anni fa è mancata mia mamma. Eppure bambina non ero più. Mia madre stava andandosene per sempre ed io mi sentivo persa. No, non sapevo come affrontare il dolore, quello che scaturisce in modo prepotente dalla sofferenza che leggi negli occhi di chi sempre aveva sostenuto la tua paura. Mia madre mi guardava, ma non mi vedeva, guardava oltre ed io sentivo che si stava preparando ad una partenza definitiva. Si ha paura di chiamarla morte. E’ una parola tabù che si pronuncia mal volentieri. Eppure mi rendevo conto che quella parola doveva entrare nei miei pensieri e abitare la mia mente.
E questo pensiero faceva male. Lottavo per cacciarla come ogni presenza scomoda.

Ed è stato in quel momento che ho afferrato il dito di una mia amica che era al mio fianco mentre dai miei occhi cercavo di ricacciare le lacrime. Lei era lì. Una presenza. Lei non se ne andava. Lei era la garanzia che la vita, nonostante tutto, continuava.

La morte appartiene a tutti. Non si può scappare. Eppure dinanzi alla morte, alla radicalità della separazione, non si riesce a trovare un senso: la morte è il male radicale, è la porta che si chiude inesorabilmente alle spalle dei nostri cari, che oltrepassano una soglia da cui nessuno ritorna.

Quando muore una persona cara, il tempo improvvisamente si svuota, si immobilizza. Ti senti immersa in un mondo senza dimensione. Smarrimento, senso di vuoto, vertigine. Quella persona scompare e tu continui a cercarla, a chiamarla… La nostra società non vuole sentir parlare della morte se non per esorcizzarla, per allontanarla da noi il più possibile, vuole quasi pensare che un giorno potrà distruggerla, aver ragione di lei. Da qui viene, credo, un accanimento terapeutico che non trova altra spiegazione. Si vuole tenere in vita un corpo senza anima per non accostarci alla morte con umiltà accettandola perché fa parte di noi come la vita. Così le togliamo dignità…

La morte di chi amiamo è un evento personale, privato. Lo viviamo prima di tutto dentro se stessi. Dobbiamo accettarla, trasformare il nostro rapporto con chi ci ha lasciato in qualcosa di diverso…
E' difficile sostenere la “visione di vuoto” che deriva dalla mancanza, dalla consapevolezza delle finitudine della vita di chi amiamo, ma anche della nostra. Il dolore c'è e non dobbiamo negarlo, dobbiamo conviverci perché anche lui sa parlare al nostro cuore. Diventa pian piano  ascolto più pacato di ciò che chi abbiamo amato ci ha lasciato, in quell'affetto nostalgico che si rivela nutrimento della nostra anima. 

Si dice in modo forse consolatorio che chi muore vivrà in te. Questo lo sento più vero  di “è lassù che ci guarda”… forse… ma questo non lo posso sapere. Che vive in me, sì, lo sento… Lo sento ogni giorno. Il giorno dei morti è un rito come tanti: ogni giorno appartiene anche un po' a loro perché noi siamo anche quello che loro ci hanno dato. Per questo la vita si intreccia con la morte e la morte con la vita.

Non restare a piangere sulla mia tomba.
Non sono lì, non dormo.
Sono mille venti che soffiano.
Sono la scintilla diamante sulla neve.
Sono la luce del sole sul grano maturo.
Sono la pioggerellina d’autunno.
Quando ti svegli nella quiete del mattino…
Sono le stelle che brillano la notte.
Non restare a piangere sulla mia tomba.
Non sono lì, non dormo.

Canto Navajo
Foto mia

2 commenti:

  1. I miei nonni paterni sono con me ogni giorno. Ogni tanto, quando sono a casa da sola, mi trovo a raccontar loro qualcosa, come quando telefonavo e il solo suono della voce mi metteva allegria. Non vado spesso a trovarli al cimitero. Non so perché, io che i cimiteri li amo tanto. Forse perché quando vado lì realizzo che non ci sono più e mi sembra insopportabile. Anche se la morte è parte della vita, anche se la loro vita è stata lunga e intensa. Non ci si abitua mai a quelle stanze vuote.

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  2. Anche io non vado volentieri al cimitero per la tua stessa ragione. Mi piace più stare nei luoghi dove hanno vissuto, lì li ritrovo vivi, presenti almeno nella mia mente. Un abbraccio

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