29/11/16

La figlia di Clara Usòn, un libro per non dimenticare

L'11 luglio 1995, Srebrenica, durante la guerra in Bosnia Erzegovina, sono stati barbaramente uccisi dai serbo bosniaci ottomila bosniaci musulmani - uomini, bambini e anziani, tutti maschi. A ordinare la strage è stato il generale Ratko Mladic, già responsabile del sanguinoso assedio di Sarajevo. 
A Srebrenica gli uomini e i ragazzi musulmani bosniaci di età compresa tra i quattordici e i settant’anni furono separati dalle donne e dai bambini e portati fuori città dove sono stati fucilati e sepolti con delle ruspe. Per ucciderli tutti ci vollero quattro giorni.


Molte donne sono rimaste sole, molti bambini senza padre, molti corpi non identificati senza sepoltura.. 
E' stato il generale Ratko Mladic a ordinare questo massacro. Sua figlia Ana  la notte del 24 marzo del 1994 si era tolta la vita con la Zastava, la vecchia pistola che lei e suo padre ritualmente smontavano e lucidavano, perché doveva essere in perfette condizioni il giorno in cui a nonno Ratko, Ana avrebbe regalato un nipotino. Allora avrebbe sparato “a festa”.

Clara Usòn mette insieme il rapporto fra Ana e suo padre partendo dalla fine, da un video postato su Youtube, tratto da un programma della televisione bosniaca chiamato 60 Minuta. Il generale parla al telefono. Poi, l’obiettivo riprende due donne che lo osservano in secondo piano  che si assomigliano, una è giovane, la figlia, l’altra più vecchia è la madre. La scena risale al 10 lugio del 1993. La scena seguente ritrae Mladic seduto serenamente attorno a un tavolo con i familiari e gli amici. Di colpo, l’immagine sfuma. Breve nero e compare la lapide che in caratteri cirillici riporta il nome di Ana Mladic e due date, l’anno di nascita e di morte della ragazza: 1971-1994. La Usón infatti, nelle prime pagine, dà conto dalla curiosità che le scatena questo filmato, dalla ripresa di un momento di armonia e felicità famigliare che passa al momento più tragico: il funerale della figlia da cui il padre sembra non volersi staccare piangendo disperato aggrappato alla bara.
Da lì ha principio un lavoro di ricognizione di notizie, di studio, lettura, indagine; e anche naturalmente di ricostruzione – una ricostruzione affidata alla propria sensibilità, alle proprie idee, a quella libertà di riempire vuoti che il racconto le concede.


Nel libro si intersecano due voci: la prima, quella storica, è la voce di Danilo Papo, figlio di madre serba e di padre ebreo che condivide nome e origini con il grande scrittore serbo Danilo Kis, che aveva giudicato il nazionalismo come una paranoia collettiva.  Danilo ama Ana, ma sa che non la conquisterà perchè non ha mai avuto successo con le ragazze. 
La seconda voce è quella di Ana, che pian piano scopre, dopo aver rifiutato ogni allusione, il passato del padre e non lo regge. L’autrice cerca di indagare sul dramma di una ragazza plasmata sotto l’ombra gigantesca dell’amore di un padre che è però un criminale di guerra.
Siamo nel marzo del 1994 e la ex Jugoslavia è devastata da una guerra cruenta che miete centinaia di vittime e Sarajevo (capitale della Bosnia) continua ad essere straziata da un assurdo e devastante assedio. Ana risiede a Belgrado dove studia con successo medicina e vive con la sua famiglia felicemente. E' la figlia più grande (ha un fratello più piccolo), la preferita. Il padre la chiama “figlio mio”: non c’era modo migliore d’amarla che considerarla un maschio. Il generale e la bambina.
Lei era fiera di suo padre e parlava di lui come di un eroe.

Ana parte per un viaggio con gli amici in Russia e durante quel viaggio a Mosca Durante la pemanenza a Mosca sente molte cose, troppe. Ne discute con gli amici. Qualcuno cerca di nasconderle la verità, altri gliela gettano in faccia senza pietà. Lei resiste, tiene testa, ma dentro di sé il dubbio si insinua e la verità pian piano si impone. , 
Non vuole crederci. Nega fin che può l’evidenza. E' sconvolta. Quando tornerà non è più la stessa. Si chiude agli altri, ma anche alla famiglia. 
Clara Usón scava nella psiche di questa giovane donna travolta in poco tempo da dubbi che la dilaniano.  Il suo amore incondizionato per il padre non poteva contemplare l’evidenza dell’orrore e delle responsabilità di Mladic nel conflitto bellico dei Balcani. E avviene il crollo.
Non vuole crederci. Nega fin che può l’evidenza. Ma è meno allegra, più taciturna e ombrosa. Si chiude agli altri, ma anche alla famiglia. 

I dubbi diventano certezze, quando Ana legge i diari di guerra del generale – uno che “nella Jugoslavia in tempo di pace”, scrive la Usòn, “non sarebbe mai diventato generale” – e trova quelle conferme che non avrebbe voluto. Scopre che l’amato papà ha mandato a morire un suo ex fidanzato sul fronte bosniaco. Viene a conoscenza del fatto che dalle colline intorno a Sarajevo il padre e i suoi soldati sparavano alla cieca senza distinguere fra militari e civili. Legge che il generale Ratko Mladic ordinava ai militari della repubblica Srepska di sparare sui civili e di mirare alla carne “per farli diventare matti”.
Allora ripensa ai dialoghi fra i suoi amici a Mosca. Non vista, aveva sentito Petar, uno dei suoi amici, dire agli altri: “Se mio padre fosse un bastardo di serial killer, io mi sentirei responsabile. Per ogni vita che salverà la dottoressa Ana Mladic, suo padre avrà lasciato dietro di sé migliaia di cadaveri”. E allora avviene il crollo.

Un gesto, quello di Ana Mladic, che, invece di frenare il padre come lei avrebbe voluto, invece di fargli capire il male di cui si era macchiato, avrà ripercussioni del tutto contrarie: scatenerà ancora di più la ferocia del padre e delle sue milizie. 
Ratko Mladic infatti dà il via all’operazione Stella (così chiamava Ana), alla strage di Srebenica. L’11 luglio del 1995. 
C’è un Mladic prima e dopo la morte di Ana. Un uomo impazzito dal dolore, disperato, dilaniato dalle fiamme di una sofferenza fantasma quanto reale. Sono convinto che Srebrenica sia stata una vendetta sul mondo, uno sfregio sulla ragione degli innocenti, un atto criminale che non può avere eguali, l'infamia gratuita. Gli stessi esperti militari dicono che ammazzare tutta quella gente, per giunta in pochi giorni e in che maniera, non aveva alcuna logica, ne senso, neppure ragione, anche sul piano strategico militare”, sono le parole dell'autrice.
"La figlia" è un romanzo che non può passare inosservato, un libro "per non dimenticare" e per comprendere come in ogni luogo possa scatenarsi l'odio e la ferocia di chi sostiene di essere superiore ad un altro. Per ricordare come la mente della gente possa essere manipolata da un'informazione che deforma la realtà e la racconta a suo uso e consumo. Questo è un rischio che stiamo correndo oggi e l'avanzata di destre razziste e xenofobe ci dovrebbe mettere all'erta.
Non possiamo e non dobbiamo sottovalutarne i pericoli.

Un libro duro, che ti fa soffrire, ma che ti aiuta a comprendere, a conoscere. Una letteratura non tanto di moda, ma necessaria. Chi scrive questo tipo di romanzi non credo sia attratto dal successo, almeno non solo, ma dall'esigenza di testimoniare, di raccontare l'indicibile. 

Vojin Dimitrijević, direttore del Belgrade Center for Human Rights afferma che:
L’opinione pubblica in Serbia è il risultato della propaganda sistematica del decennio 1990-2000. Le informazioni che la popolazione serba ha ricevuto in quei dieci anni provenivano unicamente dai media controllati dallo Stato e specialmente la Tv e la radio nazionale. Quindi tutte queste idee, impressioni, versioni della storia, che tuttora circolano tra le persone, sono ancora quelle che venivano propagandate ripetutamente in quegli anni. Si possono ancora trovare persone a Belgrado che credono che Sarajevo non sia mai stata assediata. Inoltre dopo i cambiamenti nel 2000 c’era ancora, e c’è ancora oggi nei nostri media, in particolare nella “yellow press” [stampa scandalistica], la promozione di idee nazionaliste incluso questo terribile odio contro il Tribunale penale internazionale.
A differenza della Germania noi non abbiamo avuto pressioni dalle potenze vincitrici internazionali per cambiare completamente e così non c’è ancora una generazione che tracci una linea divisoria netta con il passato. Certo alla Germania ci sono voluti più di vent’anni per disfarsi delle rimanenze del nazismo. Forse dovremmo farlo in meno tempo ma questo tempo non è ancora venuto.

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