16/11/16

Mettiamoci in movimento...

Ha vinto Trump. Sì, ha vinto un personaggio che, in quanto a volgarità, razzismo, e chi più ne ha più ne metta, batte anche quelli che abbiamo avuto e abbiamo nella nostra Italia. Non mi piaceva neanche la Clinton, e come avrebbe potuto!  
Ma questa volta c’è qualcosa che mi ha particolarmente inquietato: il suo linguaggio, la violenza, l’aggressività con cui condiva i suoi comizi. L’odio di cui erano intrise le sue parole.

Diamo troppa poca importanza all'effetto delle parole, ma le parole sono pietre, diceva Carlo Levi, e pietre pesanti che possono fare molti danni perché l’essere umano è linguaggio: il linguaggio forma le nostre menti, le plasma, le parole sono già di per sé “azione”.
Il dire non è solo un dire, ma è anche una voce, un modo, un tono, un modo di porsi con tutto il corpo. Ed è, oltre che nei contenuti, in questa voce, in questo tono, nella violenza delle parole che si sono riconosciuti i suoi elettori.
Violenza contro le donne, contro gli stranieri, i musulmani, i neri, per affermare la supremazia indiscussa dell’uomo bianco, del maschio, dell’uomo forte. Il riaffermarsi di una vecchia ideologia che già nel tempo ha fatto tanti danni. Parole che istigano alla violenza e che sono rimbalzate nei social network con una velocità e un tam tam senza precedenti.

Parole che sono entrate nelle case di tutto il mondo, perché l’America è l’America. Hanno raggiunto vecchi e bambini, donne e uomini con quella capacità, che è tipica della violenza, di farsi ascoltare.

Trump ha sempre saputo a chi stava parlando e quale sarebbe stato l’effetto delle sue parole, delle sue invettive, delle sue ingiurie. Lo sapeva, le sue non erano gaffe, sapeva che avrebbe creato orrore, indignazione, rivolta, ma sapeva anche che stava raggiungendo e indirizzando la rabbia di tanta gente silente, ma che, come quando si accende una miccia, sarebbe finalmente esplosa a suo favore, contro i suoi avversari di sempre. E sapeva che l'effetto avrebbe avuto una sua durata. La rabbia di tanta gente, l’hanno detto in tanti, era reale e spesso giustificata, non raccolta da una sinistra che da troppo troppo tempo vive nei palazzi e non conosce i problemi di chi prima difendeva e organizzava.

Ma l’odio che Trump sta scatenando non sappiamo dove andrà a parare. Non certo contro quelli che, come lui, detengono il potere economico. Quella rabbia che doveva indirizzarsi verso chi sfrutta i più deboli, si scatenerà contro capri espiatori, ma soprattutto lascerà libero campo al tentativo di azzerare quei pochi diritti che si erano affermati.

Trump si è sempre distinto per le sue pratiche discriminatorie verso i neri, ha sempre odiato i latinos, gli islamici, gli asiatici, ed è notoriamente misogino. Tutti i suoi seguaci sono dichiaratamente omofobi, antiabortisti, antiambientalisti e soprattutto anti-immigrati. E finalmente questa gente trova in Trump  un presidente che le dà piena rappresentanza. Da tempo aspettavano il loro riscatto. Ora sono al potere, hanno potere.
Razzismo e maschilismo risultano intrecciati negli Stati Uniti, ma anche in Europa.
E oggi i profughi, i “dannati della terra” come li chiamava Fanon sono rimasti più soli e in balia di questa gente.

Che cosa può fare un cittadino di buona volontà contro il tam-tam che sta chiamando a raccolta tutti i razzisti? Se lo fanno loro, perché non possiamo anche noi mobilitarci per difendere i diritti, per dire no, per riaffermare il nostro linguaggio, le nostre idee, i nostri valori ben più forti e saldi. Come fare per non arrendersi?
Azioni politiche, ma anche azioni tra la gente, nella quotidianità che facciano sentire la nostra presenza, che noi continuiamo ad esserci, sempre e comunque. Che non molliamo. Che anche noi sappiamo sentire nostro questo paese e questo mondo e sappiamo difendere chi verrà offeso o maltrattato.

Facciamo vedere gesti che disturbino almeno gli ingranaggi del disumano, rendiamo visibile la bellezza che pur abita questo mondo.

L’hanno cominciato a fare a New York dove sono spuntati dei post-it colorati sui muri della fermata della metropolitana di Union Square: i cittadini hanno lasciato commenti e pensieri dopo l’elezione di Trump. L'idea è stata dell'artista Matthew Chavez che ha invitato i passanti a scrivere i bigliettini, in quella che ha definito la "terapia della metro". Rabbia, amarezza e preoccupazione i sentimenti più diffusi.
(…). Da mercoledì, all’indomani delle elezioni, centinaia di newyorchesi hanno scelto di visitare questo tunnel che di solito attraversano in gran fretta, colorandolo con i loro messaggi scritti su post-it gialli, arancioni, rosa. (...) «Eravamo tutti sotto choc e ho pensato che servisse uno spazio per esprimersi. Come dopo le grandi catastrofi, quando la gente lascia messaggi di solidarietà per farsi coraggio l’un l’altra. No, non un muro del pianto: io la chiamo Subway Therapy, terapia metropolitana».
Ogni messaggio è una storia. (…)
In tre giorni il muro di post-it è cresciuto fino a diventare una sorta di monumento estemporaneo alla diversità che caratterizza la Grande Mela. Ryan, 22 anni, nato nel Queens e di famiglia pakistana, si ferma giusto il tempo di scrivere: «Grazie New York, sei l’ultimo posto dove mi sento protetto: sono musulmano». Racconta che ora le sorelle hanno paura di andare a scuola con l’hijab: «Ma io le ho rassicurate: a New York non ci succederà nulla ».
Davanti ai foglietti la folla cambia continuamente. In tanti raccolgono carta e penna da terra per aggiungere un nuovo pensiero. Ellen Stroben, 36 anni, ha portato qui i figli di 12 e 8 anni: «Perché questa elezione peserà sulle loro vite. Voglio che comprendano che tanta gente sperava in un futuro diverso». Katy, la più piccola, abbozza un disegnino: è una barchetta in un mare in tempesta. «Oggi, in America, ci sentiamo così».(Da Repubblica)

Facciamoci nascere delle idee… Contrapponiamoci alla barbarie che avanza. Non taciamo. Ma cerchiamo uno stile con cui farlo, che le nostre parole non siano di odio o di rabbia, ma siano parole che testimonino che un altro mondo è possibile, che tanti piccoli semi faranno crescere una foresta. Non oggi, forse. Ma domani, per i nostri figli, per le future generazioni. Creiamo piccoli microcosmi di umanità. 
Rompere il silenzio degli “innocenti” e trovare le parole giuste: è questo il problema pratico da superare per affrontare i tempi nuovi. Se lo facessimo, si creerebbe un fronte. Sapremmo cosa dire ai vigliacchi aggressivi con i deboli e tremebondi con i forti. E allora verrebbe alla luce, come nei Balcani, l’inganno della guerra tra poveri. Il trucco dello scontro etnico costruito per risparmiare la resa dei conti politica ai veri responsabili delle crisi. Gli esiliati parafulmini ideali per depistare la nostra legittima frustrazione su falsi obiettivi. Qualcosa che rende l’odio razziale utile ai poteri senza patria che dettano le regole di un’economia globale di rapina. Per questo è importante rispondere picche a chi cavalca la discordia. Non solo per motivi umanitari, ma per smascherare il Grande Gioco di cui essi sono complici, e talvolta vittime inconsapevoli.
 Paolo Rumiz su Repubblica

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