29/12/16

Cecità (Ensaio sobre a cegueira) di Josè Saramago

“Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall'altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.”
Inizia così il romanzo di Saramago, Cecità. Improvvisamente, un uomo si ritrova cieco nel pieno del traffico cittadino. Gli altri automobilisti suonano nervosi il clacson, scendono dalle loro auto, sono insofferenti, hanno fretta, diventano aggressivi. Nessuno si chiede se a quell'uomo fermo con la sua auto in mezzo alla strada sia successo qualcosa, abbia bisogno di qualcosa!

Fin dalle prime battute Saramago ci racconta la nostra cecità: il non voler vedere. Vedere non è solo guardare, ma  è voler comprendere. E comprendere vuol dire fermarsi, riflettere, essere disponibili, essere attenti a ciò che succede davanti ai nostri occhi volendo capire cosa sta realmente succedendo all'altro che sto guardando. Una volta ero in treno che si è fermato per molto tempo: un uomo si era gettato sulle rotaie ed era morto. La mia vicina di posto parla al telefono con un'amica e dice di essere davvero "sfigata" perché è riuscita a prendere proprio un treno sotto cui uno ha deciso di suicidarsi!
Vince il nostro egoismo, pensiamo al nostro tornaconto, senza preoccuparci se l’altro che intralcia il nostro percorso ha più bisogno di noi o addirittura ha bisogno di noi.
Il cieco portò le mani agli occhi, le agitò. Niente, è come se stessi in mezzo ad una nebbia, è come fossi caduto in un mare di latte. Ma la cecità non è così, disse l’altro, la cecità dicono sia nera, Invece io vedo tutto bianco.
La cecità che colpisce la popolazione non è nera è bianca, ci si sente improvvisamente colpiti da un’intensa luce bianca, simile a un “mare di latte”. Dentro un mare di latte, si potrebbe dire.
E di questa epidemia non si saprà mai l’origine. Essa rende ciechi pian piano tutti gli abitanti di una città sconosciuta. Tutti i personaggi sono ciechi tranne uno, «la moglie del medico»

Il titolo originale dell’opera, Ensaio sobre a cegueira (1995), ci indica che questo è un «saggio» (ensaio), uno studio sperimentale su un campione di umanità colta in una situazione specifica. Lo scrittore ci fa entrare in questo mondo e ci rende spettatori di ciò che accade.

L’ambiente in cui si svolge il romanzo non è descritto in modo dettagliato e realistico. Nemmeno i personaggi lo sono. Il loro passato e la loro psicologia sono irrilevanti, non hanno nome. Quello che diventa cieco nella sua auto, sarà chiamato «il primo cieco». Allo stesso modo, il personaggio che lo accompagna a casa, ma che gli ruberà l’auto, si chiamerà «il ladro dell’automobile». E poi ci sarà: «la moglie del primo cieco», «il medico», «la ragazza dagli occhiali scuri», «il ragazzino strabico», «il vecchio con una benda nera», mai un nome proprio. Di aver perso la propria individualità, lo capisce subito la moglie del medico:
Siamo talmente lontani dal mondo che fra poco cominceremo a non saper più chi siamo, neanche abbiamo pensato a dirci come ci chiamiamo, e a che scopo, a cosa ci sarebbero serviti i nomi, nessun cane ne riconosce un altro, o si fa riconoscere, dal nome che gli hanno imposto, è dall'odore che si identifica o si fa identificare, noi, qui, siamo come un’altra razza di cani, ci conosciamo dal modo di abbaiare, di parlare, il resto, lineamenti, colore degli occhi, della pelle, dei capelli, non conta.
Saramago si sta interrogando sulla civiltà umana e sulla sua involuzione, sulla natura umana in una Città qualunque, di una Nazione qualsiasi, in un Tempo indeterminato
“Questo è un libro francamente terribile, - dice lo scrittore - con cui voglio far soffrire il lettore tanto quanto io ho sofferto a scriverlo. In questo libro si descrive una lunga tortura. È un libro brutale e violento e al tempo stesso è una delle esperienze più dolorose della mia vita. Sono 300 pagine di costante afflizione. Attraverso la scrittura, ho tentato di dire che non siamo buoni e che bisogna avere coraggio per riconoscerlo”.
Quindi Saramago vuole che prendiamo coscienza di cosa siamo capaci, che tutti siamo aperti al male, nessuno escluso e quindi prima di tutto ci invita a vigilare su noi stessi.
“È di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”.
Cecità è un romanzo doloroso e nello stesso tempo lirico. Dapprima il singolo uomo, poi poco per volta l’intera società impara a fare i conti con la propria cecità. Una comunità intera (contagiata dal mal bianco) viene isolata in un manicomio e li si svela poco per volta. Si racconta.
Lo  scrittore ci mette di fronte ad un’umanità primordiale e feroce, incapace di vedere con lucidità e distinguere le cose su una base razionale. Il romanzo diventa così un saggio sul potere e la sopraffazione, sull'indifferenza e sull’egoismo, una forte denuncia del buio che pervade l’animo umano. Il buio della ragione: in una situazione estrema, l’uomo rivela il peggio di sé, anteponendo la cattiveria, l’irrazionalità, la brutalità alla ragione. 
Denuncia, quindi, la violenza dell’uomo sull'altro uomo e ci invita attraverso questo libro a fermarci a riflettere, perché la cecità non è solo di qualcuno, ma di tutti noi, una cecità che ci impedisce di vedere noi stessi e gli altri, una cecità che ci porta a pensare solo a noi stessi e a salvarsi ad ogni costo. L’anima diventa cieca e priva di emozioni, di compassione.


Tocchiamo con mano la fragilità dell’animo umano, di quanto basti poco per ritrovarsi nel caos, presi dal panico, confusi, disorientati. Saramago descrive divinamente la psiche e l’istinto dell’uomo che annulla la propria evoluzione sociale e culturale quando il panico prende il sopravvento e solo la lotta può salvarlo.

“Cecità” è sicuramente l’invito a guardare il nostro tempo e le sue sfumature, a fare i conti col buio che ci cela dietro le nostre paure, rendendoci tutti dei potenziali “cattivi”. così Saramago descrive il suo romanzo.
Volevo raccontare le difficoltà che abbiamo a comportarci come esseri razionali, collocando un gruppo umano in una situazione di crisi assoluta. La privazione della vista è, in un certo senso, la privazione della ragione. Quello che racconto in questo libro, sta succedendo in qualunque parte del mondo in questo momento”
E' questa una lettura che travolge, si vive in una realtà che sembrerà frutto dell’assurdo, ma è solo l’ombra di quella luce in cui viviamo.
Col suo solito stile, con l’irruenza di una prosa che trasforma i dialoghi in un flusso di pensieri, il premio nobel per la letteratura portoghese, ci restituisce il ritratto del nostro mondo: cieco di fronte al male, quello che viene da dentro, dalla nostra natura animale, quello che viene da fuori e che ci abbrutisce. Il suo è un invito a guardare il nostro tempo e le sue contraddizioni, a fare i conti col buio che ci attanaglia e che ci rende tutti uguali, buoni e cattivi. Tutti uguali perché ugualmente ciechi. Tutti uguali perché la nostra cecità toglie speranza al mondo. 

Nello stesso tempo ci indica una strada, quello della solidarietà da conquistare e mantenere giorno per giorno tra gli esseri umani. L'uomo diventa cieco se non sa condividere, se si abbandona alla violenza, al degrado, all'egoismo, se diventa preda della paura e se non sa seguire le figure positive che la società ogni tanto (fortunatamente) esprime. Vedere non significa capire: uno sguardo vero sul mondo è frutto di uno sforzo, di un lavoro; è un atto culturale, un percorso che si deve compiere perché solo quello può portare alla salvezza.
E' la moglie del medico a mantenere una fiammella di solidarietà, la possibilità di sentirsi davvero umani.
E' lei che, vedendo, guiderà giorno per giorno gli altri.  Dopo tanto dolore e tanta disperazione, il libro finisce con un barlume di speranza: la malattia, senza apparente motivo, scompare. Perché il "mal bianco" abbandona gli uomini?
La cecità scompare perché non era mai stata una vera cecità. I personaggi hanno vissuto un'esperienza in cui l'uso irrazionale della ragione li ha condotti ad estremi di violenza e di crudeltà, simili a quelli che oggi vediamo e viviamo in tutto il mondo. Il mio romanzo rispecchia l'orrore contemporaneo, non è più duro delle realtà che ci circonda. Resta da chiedersi - perché nel libro non lo racconto - se l'esperienza vissuta dai miei personaggi li abbia o no cambiati. Io sono abbastanza scettico, perché credo che gli esseri umani non imparino nulla dalle esperienze che fanno. Il medico del romanzo alla fine ipotizza che la gente, in realtà, sia sempre stata cieca. Nominando, con ciò, qualcosa di simile a quel che ci accade oggi: non vediamo chi ci sta attorno, non siamo in grado di occuparci delle relazioni con gli altri esseri umani.
Saramago ha sempre dato alle donne la responsabilità nonché la capacità di contrastare il male, alla donna come madre, moglie, amante e guida, punto fermo nel cammino della vita. In Cecità la moglie del medico ha "La responsabilità di avere gli occhi quando gli altri li hanno perduti", e il suo comportamento è fondamentale nello stabilire una forma di vita ordinata nella camerata, quella "azione pedagogica della cieca in fondo alla camerata, quella sposata con l'oculista", colei che "si è tanto affannata a dirci, Se non siamo capaci di vivere globalmente come persone, almeno facciamo di tutto per non vivere globalmente come animali".


Cecità nella sua crudezza e a volte brutalità è però capace di svegliare qualcosa in chi lo legge, di interrogarci, di darci la voglia di pensare la vita e in un certo senso ricrearla. Guardando l'orrore che siamo capaci di generare, troviamo la forza di provare, almeno provare a essere diversi, a guardare in faccia la realtà, per contrastarla. Non sappiamo cosa riusciremo ad ottenere, ma ugualmente ci sentiamo impegnati a ricreare noi stessi.

Questo, del resto, dovrebbe essere anche il compito di una letteratura impegnata a suscitare il pensiero e la riflessione e Saramago in questo è sicuramente un maestro.

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