21/12/16

L’intelligenza può essere guidata solo dal desiderio

Robert Doisneau
La scuola secondaria deve creare nei ragazzi il piacere di vivere e offrire appoggio e sostegno in un periodo della loro esistenza in cui sono necessitati dalle condizioni del loro sviluppo ad allentare i loro legami con la casa paterna e la famiglia. Mi sembra incontestabile che la scuola non faccia ciò e che per molti aspetti rimanga al di sotto del proprio compito, che è quello di offrire un sostituto della famiglia e di suscitare un interesse per la vita che si svolge fuori, nel mondo. Non è questa l'occasione per fare la critica alla scuola secondaria nella sua attuale struttura: mi è tuttavia forse consentito di mettere l'accento su un singolo punto. La scuola non deve mai dimenticare di avere a che fare con individui ancora immaturi, ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in determinate fasi, se pur sgradevoli, dello sviluppo. Essa non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità, propria della vita non deve essere più che un gioco di vita"
Era il 1910 quando Sigmund Freud scriveva questo sulla scuola. Oggi più di cento anni dopo queste affermazioni sono, per il nostro modo di vedere e di pensare la scuola, ancora attuali e, nel complesso, assolutamente disattese.

Quanti direbbero a questo proposito che quello che dice Freud non è compito della scuola? Che a noi spetta la "trasmissione del sapere" e nulla più? Quanti di noi dicono che spetta a noi insegnanti "offrire appoggio e sostegno" a ragazzi in crescita, anche a quelli che non hanno una valida famiglia alle spalle?

Che importa poi se in Italia tanti abbandonano la scuola? Che importa se continuiamo a perdere prima del diploma o della qualifica professionale quasi uno studente su cinque, il 18,8%, con enormi e intollerabili disparità geografiche e sociali?
Questa disuguaglianza delle opportunità è un grande fallimento per il nostro Paese, è un chiaro segno che la scuola è ancora "una promessa mancata" e, date le premesse, ci sembra che lo sarà ancora per molto. Trascurare questi aspetti vuol dire non crescere cittadini democratici e tanto meno felici. In Italia il suicidio arriva a essere la seconda o la terza causa di morte tra gli adolescenti e i giovani adulti.
Certamente non è colpa solo della scuola che non funziona per mancanza di investimenti economici, per colpa di riforme politiche assolutamente  inadeguate ai suoi compiti, ma anche, come dice Freud, per un deficit culturale che non vede nella scuola un luogo dove creare opportunità per una crescita sana e il più possibile serena.
Se i ragazzi non riescono a compiere un tragitto scolastico adeguato alla loro formazione, se non stanno bene a scuola, ci riguarda eccome!

Se i ragazzi sono demotivati, aggressivi, se rifiutano la scuola, siamo in generale portati a credere che siano loro i responsabili di questo disinteresse, o nel migliore dei casi che sia colpevole la società nel suo insieme. Della nostra responsabilità personale si parla poco. Eppure siamo noi a contatto con loro, è il nostro interesse per le loro vite, per i loro problemi che sentono, è il nostro entusiasmo che può contagiarli, è il nostro sorriso che li può catturare, è la nostra capacità di presentare gli argomenti che li può interessare. Non una cultura che sia "oltre loro e senza di loro", ma che vada "verso di loro", che desideri incontrarli ovunque siano, qualsiasi sia la loro capacità di partenza e di recepirla.

Le parole sono duttili e possiamo usarle in modo che tutti ci possano capire; le parole hanno modalità di presentarsi diverse, possono respingerci o emozionarci: con quale attenzione noi le scegliamo? A chi sono dirette? Chi ci ascolta ha la sicurezza che stiamo parlando anche per lui? E se non ce l’ha, siamo pronti ad andare a spiegarglielo personalmente? A dirgli che noi e la scuola ci interessiamo anche di lui?

C’è un deficit a livello economico e politico e dobbiamo lottare perché questo venga colmato, ma c’è anche un deficit di umanità di cui non si parla troppo poco se non per abbellire i nostri discorsi. Invece è il centro del problema, il cuore di tutti i problemi. Il tipo di scuola che cerchiamo di costruire dipende dalle priorità che vogliamo darci. Sono i nostri programmi a dominare la scena o sono i nostri studenti a essere la nostra priorità anche quelli che sembrano così refrattari a ciò che offriamo loro?

Non è vero che tutti gli insegnanti sono uguali e, se dobbiamo difendere la categoria nei confronti dei politici e della opinione pubblica perché venga giustamente valutata e considerata per la sua importanza, è anche vero che non possiamo tacere quando ci troviamo di fronte a colleghi che nei confronti dei ragazzi hanno un atteggiamento poco corretto.

Se tutti gli insegnanti che credono nella democrazia, nella nostra costituzione si sentissero impegnati, là dove sono, a costruire una scuola dove ogni aula diventi "un luogo di speranza per tutti” come dice Marìa Zambrano, la scuola comincerebbe davvero a cambiare. Ci sono già molti esempi in cui gli insegnanti, nonostante tutto, si impegnano in prima persona perché questo avvenga.

Se le valutazioni che vengono proposte nei confronti degli insegnanti giustamente non ci convincono, dobbiamo comunque rendere conto del nostro lavoro,  raccontare il nostro modo di fare scuola, metterci in dialogo con genitori e ragazzi senza timore di essere giudicati, motivando e difendendo il nostro operato. 

Dobbiamo ricordarci quello che così bene ha detto Simone Weil come insegnante:
"L’intelligenza può essere guidata solo dal desiderio. Perché ci sia desiderio, occorre che ci siano piacere e gioia. L’intelligenza cresce e porta frutto solo nella gioia. La gioia di imparare è indispensabile agli studi, come la respirazione ai corridori. Dove essa è assente non ci sono studenti, ma povere caricature di apprendisti che al termine del loro apprendistato non avranno neppure un mestiere"

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