06/12/16

Io sono Daniel Blake di Ken Loach

Meno male che ci sono ancora registi come Ken Loach, un uomo capace di concentrare il suo sguardo sulle classi sociali più umili, di mettersi in contatto con la realtà di chi è dimenticato da tanti, tantissimi intellettuali. Meno male che sa farlo con un linguaggio semplice, immediato, senza fronzoli e senza strani artifizi. Sono sempre più rare persone anche nella quotidianità che sappiano confrontarsi con la realtà dell’altro, immedesimarsi, farli parlare e relazionarsi con loro. Sono sempre più rare le persone che sappiano ribellarsi nella quotidianità, la quotidianità della vita reale.
Siamo bravi ad indignarci virtualmente e forse ci illudiamo troppo che questo cambi qualcosa. Ma in realtà siamo sempre meno capaci di ascolto, di confronto e di dialogo.

Ken Loach ci racconta una storia inglese, ma che potrebbe essere ambientata in moltissimi altri paesi in cui la tecnologia ha preso il sopravvento sull’umano, in cui l’uomo invece di essere aiutato dalle macchine ne è succube e dipendente.  

Io sono Daniel Blake è l’odissea kafkiana di un bravo falegname, che, dichiarato inabile al lavoro dai medici per un grave problema cardiaco, viene spinto ai margini della società da un sistema assistenziale ormai tutto burocratizzato e senza anima. 
Per le contraddizioni di questo sistema Daniel si trova improvvisamente ostaggio della burocrazia, nella situazione di non poter più svolgere il suo lavoro, ma al tempo stesso non gli viene riconosciuto il diritto a ricevere il sussidio d'invalidità. 
Il suo “analfabetismo” informatico, inoltre, aggrava la situazione e gli procura  notevoli difficoltà ad accedere a moduli e pratiche del servizio sanitario online.
A cinquantanove anni Daniel Blake è dunque costretto a frequentare corsi che gli insegnano a compilare un CV e ad imparare l'utilizzo del computer senza però riuscire ad arrivare a capo di nulla. Rimarrà disoccupato, senza pensione di invalidità.
La burocrazia è il volto nascosto dello Stato che rende invisibili i “padroni” di un tempo e per questo più insidiosi e pericolosi. La macchina di fronte a cui Daniel si trova è disumana, ma disumani diventano anche gli uomini che dovrebbero aiutare la gente ad utilizzarle e a districarsi nei meandri della burocrazia. 

Ken Loach parla di questa realtà, nel suo film non ci sono più operai e lotte di classe, ma un individuo preso da ingranaggi perversi e senza pietà: 
La burocrazia non è efficiente, - dice il regista - ma non è un caso. C'è uno scopo. Non funziona perché vuole dimostrare alle persone che la povertà è colpa loro. Vuole umiliarle. Il governo sa benissimo ciò che fa e la complessità della burocrazia è intensificata ad hoc per confondere le persone, il governo sa talmente bene ciò che fa che le persone che lavorano in questa struttura sanno quante sanzioni devono fare in un settimana e vengono punite se non raggiungono il numero giusto. È una decisione cosciente quella di punire le fasce più vulnerabili della società.
Daniel si ritrova solo a lottare contro i mulini a vento, a contatto con un mondo che sembra remargli contro. Non importa se è un uomo onesto, se è stato un buon lavoratore: il suo caso non rientra nei moduli e lui è considerato solo un numero. 
E’ la spersonalizzazione a rendere disumana la realtà in cui viviamo, un numero è senza volto, senza anima, si può eliminare senza provare pietà. Le parola giustizia e ingiustizia sono cancellate dal vocabolario, l’individuo è solo, senza più una propria identità.
Daniel disperato si troverà a rivendicare la propria individuale esistenza, scrivendo  sui muri dell’ufficio: Io sono Daniel Blacke.  Un atto di affermazione della propria esistenza per non perdere la propria dignità, per non perdere la propria umanità. 
Quando si trova davanti ad una ragazza che subisce gli stessi suoi soprusi, infatti, non rinuncia difenderla, le offre il suo aiuto. “Io so aggiustare tutto” dice a Katie, nel fatiscente appartamento di lei e si mette all'opera affiancando anche i suoi due figli che trovano in lui un amico sincero e affettuoso.

Ken Loach mette a fuoco questo personaggio, un uomo che non si rassegna, che, nonostante tutto, è capace di apprezzare le piccole cose quotidiane: uno sguardo, una parola, lo stare insieme, piccoli gesti che, come dice Vassily Grossman, ci fanno comprendere che forse “il bene è più forte del male”, che anche messo duramente alla prova resiste e combatte attraverso i vari Daniel Blacke. 
Daniel è di esempio anche per chi, come i suoi amici sfortunati, non ce la fanno. Se il mondo disumano del mercato avanza e prende sempre più spazio e potere, il bene, però, resiste.
Uno dei temi principali del film è anche l’amicizia tra Daniel e Katie, un sentimento che può restituire l’anima, da cui Loach è convinto che si deve e si può ripartire.

Ken Loach e Paul Laverty (lo sceneggiatore) per preparare il film sono andati a intervistare le persone che frequentano i banchi alimentari per indigenti, i consultori per ottenere i sussidi di malattia e disoccupazione. E’ un film quindi ispirato a fatti realmente accaduti. 

Loach nel suo discorso a Cannes dove ha vinto la palma d’oro ha rivolto un invito: 
"Restate forti, perché il festival è importante per il futuro del cinema. Ricevere questo premio in questa situazione storica è molto importante. Non dobbiamo dimenticare le storie dei personaggi che hanno ispirato il film. Ci troviamo in un mondo pericoloso dove il neoliberismo rischia di ridurre in miseria migliaia di persone. Il cinema è portatore di tante tradizioni, e fra questa c'è la protesta del popolo contro i potenti. Non solo un altro mondo è possibile  ma è necessario".
Il messaggio è chiaro: ci sarà sempre da lottare e si continuerà a farlo, per far rispettare la propria individualità, i propri diritti. 
C’è chi ha accusato il regista di vecchio ideologismo. A queste accuse risponde Loach così:
“Non puoi fare finta di niente quando vedi quello che il mio paese sta facendo a persone come Daniel Blake. Noi tutti glielo stiamo facendo. E' un senso di sdegno quello che si prova. Quella di Daniel è una situazione che abbiamo visto più volte mentre andavamo in giro per diverse città inglesi durante la preparazione del film: in ogni location c'era sempre una "banca del cibo" per i poveri che non possono permettersi nemmeno di comprare una scatoletta di tonno.
Tutte le città inglesi hanno tantissimi spaccati di vita disperata. Le statistiche parlano chiaro: negli ultimi quattro anni ci sono stati dai due ai tre milioni di persone che sono praticamente alla fame. Non se ne parla più di tanto, anzi, non se ne parla affatto! Una cosa mi colpisce: vedi una banca del cibo e ti sorprende, ma ventiquattro ore dopo le persone ci fanno già l'abitudine.
Quando stavamo creando i protagonisti di questa storia, avevamo una certezza: non volevamo personaggi che dessero subito l'impressione di essere vittime. Il nostro protagonista è un brav'uomo. Una persona positiva. Un professionista nel suo lavoro, stimato dai suoi colleghi. Uno intelligente. Ma anche lui precipita. L'altra protagonista è una ragazza piena di energia: una che vorrebbe finire gli studi. Un altro personaggio luminoso.
Perché mai dovrebbero finire in questo modo? Mi interessava raccontare questo. E non è una storia inventata: facendo ricerche per il film ho scoperto storie perfino più tristi di quella che raccontiamo.
I registi degli anni Sessanta sono cresciuti dopo la guerra e hanno assorbito uno spirito che li spingeva a migliorare le cose. Loro vivevano in un mondo social-democratico che trasmetteva l'unità. Oggi è cambiato tutto: i registi cresciuti negli anni Ottanta e Novanta sono stati invece travolti dallo spirito di 'ognuno per sé e Dio per tutti'. Ed è molto difficile per loro passare a un senso di unità. Ecco perché forse c'è ancora bisogno di vecchi come me dietro la macchina da presa!". (lo dice sorridendo come se fosse una battuta, N.D.R.).

2 commenti:

  1. bella recensione, Emilia.
    Ho apprezzato che abbia rifiutato il premio, l'ho trovato coerente
    un abbraccio di passaggio

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  2. Grazie carissima, i tuoi passaggi sono per me sempre preziosi

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