28/12/16

Morire di Classe, il manicomio prima del '68

Bisogna ricordarli certi momenti della nostra storia. Ricordarli per ripercorrere il cammino, per continuarlo, per non perdere lo spirito e il senso di ciò che si era iniziato. Bisogna ricordarsi per non dimenticare che al male qualcuno si è sempre opposto e ha lasciato la sua traccia. Solo un inizio forse,  l'indicazione di una strada,  di un orizzonte che non bisogna lasciare che si oscuri. 

L’inizio di qualcosa è quasi sempre legato ad un nome. In questo caso il nome è Franco Basaglia che dal 1961 aveva iniziato, a Gorizia, la sua opera di smantellamento dall'interno dell’istituzione psichiatrica. Un'istituzione studiata per segregare chi non era ben accetto dalla società.

Bisogna ricordare da dove è  iniziato il cammino per comprendere anche che abbiamo un patrimonio di idee e di testimonianze che vanno preservare e di cui dobbiamo fare tesoro. 

Franco Basaglia, Antonio Slavich e un piccolo, almeno inizialmente, gruppo di operatori del settore avevano iniziato a scardinare la realtà manicomiale sostituendo la prassi dell’isolamento con quella della libertà e del rispetto, ma la società del tempo poco ne sapeva e ancora meno ne voleva sapere. Ieri peggio di oggi. 

Nacque così al gruppo  l’idea di coinvolgere la fotografa Carla Cerati che a sua volta si rivolge a Gianni Berengo Gardin per una collaborazione. A loro si chiese di recarsi all’interno di alcuni manicomi per fotografare, per la prima volta, i pazienti internati, l'ambiente in cui essi si trovavano a vivere. Un compito assai arduo per le resistenze e le chiusure di un’istituzione che non voleva far trapelare nulla di quello che succedeva dentro.


Furono queste fotografie a mostrare chiaramente una situazione inaccettabile, disumana che non fu più possibile ignorare contribuendo quindi alla crescita di quel movimento di opinione che si propose la chiusura dei manicomi e che condusse alla legge 180 del 1978.

I fotografi si recarono a Gorizia, Firenze, Ferrara e Parma e le loro fotografie mostrarono il tremendo processo di disumanizzazione alla quale molte persone erano condannate. Dentro un'istituzione chiusa vivevano l'"inferno sulla terra". 


Nelle immagini di Gianni Berengo Gardin vediamo figure gettate in corridoi, sguardi assenti e apatici; la felicità, la speranza, la civiltà lontano anni luce da quei luoghi. Ogni uomo,  ogni donna chiusi in sé stessi,  in un mondo interiore che nessuno poteva immaginare. E senza pietà il loro urlo di aiuto e disperazione veniva represso con la forza e la violenza.

La camicia di forza

Donne e uomini urlanti, imprigionate nelle camicie di forza; uomini e donne supini nei cortili dove nessuno ascolta, aiuta o vede.

Come i fotografi  stessi testimoniarono in seguito, l’esperienza fu terribile dal punto di vista umano ed emozionale, non poteva che lasciare in loro un segno indelebile.


Le loro fotografie spalancavano gli occhi a chi, da quel momento, non poté più rimanere indifferente. Guardando queste immagini si poteva comprendere la difficoltà della battaglia intrapresa contro un’istituzione che la psichiatria tradizionale avvallava e che era funzionale ad una società che arbitrariamente decideva chi doveva farne parte o no.
Le norme basate sul controllo e sull’esclusione degli elementi di disturbo e di scarto avevano  privato di ogni dignità dignità, centinaia e centinaia di persone che erano entrate in quel luogo per essere curate e si trasformavano in larve umane: una situazione che nella sua drammaticità ricordava tanto Auschwitz. 

La realtà era finalmente uscita allo scoperto: non si poteva più fare finta di non sapere.

Le immagini della Cerati e di Berengo Gardin rafforzarono le parole e le azioni di Basaglia e dei suoi collaboratori; il muro era stato squarciagola. 

Le immagini vennero utilizzate nel 1969 in un docu-libro intitolato Morire di Classe, la cui pubblicazione rappresentò un momento fondamentale nella storia dell’intero movimento antipsichiatrico. Morire di classe è, infatti, allo stesso tempo un album fotografico politico e sociologico, un libro da leggere tanto quanto un libro da guardare, un reportage che diede un contributo fondamentale alla costruzione del movimento d’opinione che avrebbe portato, nel 1978, all’approvazione della legge 180/78.
Scatti che, a 40 anni di distanza, mantengono immutata la loro carica di indignazione,  di orrore e ci invitano a non chiudere, mai, gli occhi e a valorizzare il lavoro iniziato da Basaglia che ancora deve essere portata a compimento. 

La fotografia entrava in strutture chiuse e faceva luce su condizioni e situazioni che non dovevano essere mostrate.

Questo era il sessantotto della fotografia italiana, un lavoro  sociale, che si dava come compito quello di rivelare, indicare e smuovere la coscienza della gente, cambiare la mentalità.


A distanza di molti anni, rivedere la documentazione completa realizzata da Gianni Berengo Gardin in quell'occasione – muovendosi con Carla Cerati e poi anche da solo in diverse strutture italiane, da Gorizia a Trieste, da Parma a Firenze e a Siena – permette di recuperare il senso di un lavoro straordinario e di ripensare all'importanza di una fotografia che continui, quando ce ne sia bisogno, a urlare la propria indignazione. 

Entrare nei manicomi fu per Gianni Berengo Gardin e Crala Cerati:
«Uno shock terribile. C’erano malati legati al letto o con la camicia di forza, anche se era proibito. E poi venivano tutti rapati a zero, quello che all’epoca era forse il peggior affronto».
«Siamo stati a Gorizia, Parma e Firenze. Per non provocare violenze in più ai malati, prima di fotografarli organizzavamo un’assemblea in cui spiegavamo loro cosa volevamo fare. Quelli che non volevano, non li fotografavamo. Per quanto riguarda i medici, In molti ospedali ci vietavano l’accesso. A Firenze siamo entrati la domenica con i parenti, fingendoci dei familiari. I responsabili non c’erano e gli infermieri erano dalla nostra parte».
«Noi volevamo raccontare il luogo, per convincere gli italiani che era necessario chiuderlo».
Nelle foto dei manicomi non abbiamo mai fotografato la malattia, ma solo le condizioni in cui erano tenuti i malati di mente. Quando fotografavamo chiedevamo ai malati il permesso. Loro capivano benissimo perché li volevamo fotografare e non ci facevano nessuna difficoltà.”

Per me il lavoro del fotografo non è artistico, ma culturale e soprattutto sociale e civile. È una scelta precisa che vale per tutto il reportage e implica senz’altro delle rinunce».

Oggi, a differenza che negli anni Sessanta, siamo bombardati da immagini shock televisive e non proviamo più emozioni forti di fronte ad esse.Ci sono situazioni in cui si sta esagerando. Non è un’idea mia ma della scrittrice Susan Sontag. Sono d’accordo. L’inflazione di foto, per esempio sui bambini africani, ha portato l’abitudine a guardarle e non fanno più effetto. Sarebbe meglio produrre meno immagini e poi, quando ci sono, che siano forti».
Questo tipo di fotografia è sempre una testimonianza, del presente prima e del passato poi. Chi le vede oggi per la prima volta è interessato e incredulo. Alcuni mi chiedono se si tratti di un montaggio, incapaci di concepire che la situazione dei manicomi fosse davvero quella.
Gianni Berengo Gardin  parla poco, le sue parole sono essenziali, è quasi sempre insegnamenti importanti. 
 “Cerco ogni volta una storia diversa, perché egoisticamente voglio vivere ogni singola storia che fotografo. (…) Hai sempre da imparare.”
 “(…) Volevo essere artista: le belle fotografie, ma ho capito che esisteva un altro modo di fotografare e che non mi interessava più diventare artista, ma giornalista. Se prima, per me, la macchina era come il pennello per il pittore, poi diventò come la penna per lo scrittore.”

 E al fotografo dà un consiglio fondamentale:
“Prima pensa, poi scatta.” 
Già, prima di tutto "pensare"!

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