16/01/17

Marìa Zambrano e il suo esilio

Il nostro è il mondo dei giudizi facili. E' il mondo che presume di essere al di sopra degli altri, di poter quindi decidere il destino di chi riteniamo non appartenere al mondo del "noi", ma a quello del "loro".
E' il mondo che taglia e non tesse, che es-clude e non in-clude. E' il mondo che parla e non ascolta, che discute, prevarica e non dialoga, è il mondo del rumore che teme il silenzio,  che rottama, ma non costruisce e non progetta. E' il mondo del tutto o niente, che non crede ai piccoli passi, al lavoro paziente e costante.

E' il mondo dell'indifferenza diffusa, che considera gli uomini le donne per la loro funzionalità e non per il loro valore, che scarta e guarda scuotendo la testa la fiumana di gente che è costretta a partire, a lasciare la propria terra, che erige muri, che schiera eserciti, che produce violenza, che produce solitudine e disperazione.

Ma faremmo forse un errore a pensare che una volta era meglio.
No, non lo era.
Leggo con passione e lentezza Marìa Zambrano, la considero una guida che si rivela pian piano, che ti pone con garbo e gentilezza interrogativi che non ti lasciano più, ma anche piccole risposte che ti aprono una strada di ricerca.

Parla spesso dell'esilio Marìa Zambrano perché è rimasta lontano dalla Spagna per ben 40 anni  per sfuggire al regime franchista: aveva partecipato alla guerra civile e nel gennaio 1939 era nella colonna di profughi che abbandonava la Spagna ormai in mano all'esercito del dittatore.
E' una donna che ha fatto delle scelte dolorose, ma da esse ha saputo trarre saggezza e sapienza.

L'esilio è un momento di sradicamento da tutto e da tutti, è l'esperienza più drammatica è quella della solitudine estrema. Dice la Zambrano:
La patria è il mare che accoglie il fiume della moltitudine. Quella moltitudine nella quale ognuno va senza allontanarsi e senza perdersi, il Popolo, camminando al passo con i vivi e con i morti.
E quando si esce da quel mare, da quel fiume, soli tra cielo e terra, bisogna raccogliersi e reggere il proprio peso; bisogna ricucire tutta la vita passata che diventa presente, e tenerla sospesa perché non si trascini. 
Non bisogna trascinare il passato, né il presente; bisogna levare in alto il giorno appena trascorso, ricongiungerlo con tutti gli altri, sostenerlo. Bisogna salire sempre. Questo è l'esilio, una china, ancorché nel deserto. (...) E il cuore, quello bisogna tenerlo in alto, bisogna innalzarlo perché non sprofondi, perché non venga meno. E per non andare, noi stessi in pezzi.
L'esiliato entra "come in un oceano senza nessuna isola in vista". Strappato al tempo comune della storia, rimane solo col passare "goccia a goccia" del tempo, senza più un posto a cui possa sentire di appartenere, solo col semplice fatto di sentirsi vivo, "l'incredibile fatto di vivere".  
"Comincia, l'iniziazione dell'esilio, quando comincia l'abbandono, il sentirsi abbandonato", in totale nudità, senza nessuna legittimazione o garanzia, senza diritti, perché "dinanzi al nudo essere nessuna difesa è possibile". L'esilio non è rimanere soltanto senza una patria (destierro), ma è rimanere senza più nessun riparo (des-amaparo), è essere gettati fuori, "esposti d'un tratto alle intemperie senza appigli". 

E nella solitudine l'esilio è un richiamo a se stessi, a quello sconosciuto che ciascuno è a se stesso, l'esilio è un dover rinascere non una volta, ma tante volte in uno sforzo infinito per ritrovare una propria storia e entrare nella storia del luogo in cui vivi o sopravvivi.

Forse se ognuno di noi facesse questa esperienza troverebbe un modo per imparare a tacere, se non a comprendere almeno a tacere. Imparerebbe a guardare prima di parlare, a chiedersi quante volte ancora nella storia dobbiamo vedere l'orrore che l'uomo provoca all'altro uomo per imparare che un'altra umanità è possibile e può cominciare se noi cominciamo. Ma per far questo dobbiamo imparare a sentire per poter pensare come diceva Marìa Zambrano.

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