03/01/17

Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout

«Oggi che la mia vita è cambiata così tanto, ci sono momenti in cui ripenso agli anni della mia prima infanzia e mi ritrovo a dire: Non era poi chissà quale tragedia. E forse non lo era. Ma ci sono anche momenti in cui, all'improvviso, mentre percorro un marciapiede assolato, o guardo la chioma di un albero piegata dal vento, o vedo il cielo di novembre calare sull’East River, mi sento invadere dalla consapevolezza di un buio talmente abissale che potrei urlare, e allora entro nel primo negozio di vestiti e mi metto a chiacchierare con una sconosciuta dei modelli di maglioni appena arrivati.
Deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati da ricordi che non possono assolutamente essere veri.Eppure quando vedo gli altri incedere sicuri per la strada, come se non conoscessero per niente la paura, mi accorgo che non so cos’hanno dentro. La vita sembra spesso fatta di ipotesi».
Quante volte ho pensato da ragazza che la mia esistenza fosse un disastro, che non riuscivo a combinare nulla, che nessuno mi voleva bene... E da grande ripensandoci mi sono ritrovata a dire anche io che "Non era poi chissà quale tragedia". Fai un bilancio e pian piano comprendi cose che quando eri giovane ti sembravano insopportabile. Ti riconcili col passato e allora sorridi alla vita, godi di quello che vedi, cammini felice sentendoti forte e ricca di energia positiva. Ma poi, ecco, improvvisamente tutto ritorna ad essere buio, e non sai il perché, cerchi di attribuirne la causa ad un qualcosa che ti è capitato, ma in fondo in fondo lo sai che non è così. 
A me semplicemente non va di ammettere che non so il perché mi stia succedendo quello che mi sta succedendo. Non mi va di non saperlo perché vorrei il controllo, perché vorrei scoprire le cause, le colpe... Vorrei capire per poter essere davvero padrona di me stessa e della mia vita. Invece, precipito di nuovo nel dubbio e nell'insicurezza e cambia il mio umore. 
Guardandomi intorno, anche a me, come a Lucy Barton, sembra che tutti ostentino sicurezza, che sappiano cosa stanno facendo e perché lo stanno facendo. E io? no, non lo so davvero e, anche se ogni giorno mi sembra di fare delle scelte consapevoli, quelle scelte nascono sempre solo da delle "ipotesi" e mai proprio mai, da delle certezze. Ma è così che forse funziona la vita. La vita di tutti.

E' stato per me impossibile non immedesimarmi in alcuni passi del libro di Elisabeth  Strout, Mi chiamo Lucy Barton. Mi ha portato a riflettere sulla mia vita e in particolare sul rapporto tra me e mia madre anche se non c'erano somiglianze reali tra le persone. Io non assomiglio a Lucy Barton e sua madre non assomiglia alla mia.



In poco più di 150 pagine Elizabeth Strouth racconta il rapporto tra una madre e una figlia interrotto molti anni prima, quando la ragazza lascia la casa dei genitori in Illinois per seguire gli studi. Da allora le due donne non si sono mai più riviste. Lucy, che nel frattempo si è sposata, ha avuto due figlie ed è andata a vivere a New York, non tornerà più nella misera casa dei suoi genitori, dove ha trascorso un’infanzia di privazioni. Grazie alle borse di studio è andata al college ed è poi diventata una scrittrice.

Improvvisamente, però, la malattia irrompe nella vita di Lucy, una complicazione subentrata ad un'operazione la costringe a rimanere a letto in ospedale per lungo tempo. Dalla sua finestra l'unica cosa che riesce a distrarla e a farle compagnia è il grande grattacielo Chrysler, suo marito e le sue figlie le fanno visita molto di rado. 
Proprio quando il senso di solitudine si fa pesante, compare la madre che non incontra da anni. Partita dalla una piccola cittadina rurale di Amgash, nell'Illinois, salendo sul primo aereo della sua vita, la donna ha attraversato le mille miglia che la separano da New York, da sola. È stato suo marito William a contattarla. 

Lucy rimane senza parole, ma le basta sentir dire alla mamma, "ciao, Bestiolina", "quel vezzeggiativo che non usava da una vita", per provare "dentro il tepore di un liquido caldo", come se tutta la sua tensione "fosse stata un grumo solido e adesso non lo fosse più".


All'inizio, "nessuna delle due parla molto perché non sa come comportarsi", poi trovano un terreno neutro di conversazione, la vita degli altri, il pettegolezzo: 

"Per favore, mamma. Raccontami qualcosa. Una storia qualunque. Dimmi di Kathie Nicely. Mi è sempre piaciuto tanto quel nome".
"Ah, già, Kathie Nicely. Santo cielo, che brutta fine ha fatto".
Un micro-mondo di provincia senza importanza entra in quella stanza d'ospedale. 
La madre, seduta su una sedia rigida, rimane cinque giorni e cinque notti, senza dormire sempre vicina al letto della figlia. Racconta dell' antipatica Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary. Parla del fratello che dorme nella stalla con gli animali che il giorno dopo andranno al macello. Ma non dice nemmeno una parola su suo padre e le sue crisi, né sul loro matrimonio che si trascina da moltissimi anni, preferisce intessere discorsi sulle vite e i fallimenti degli altri per non parlare dei propri problemi, dei propri fallimenti.
Parla senza interruzione e la figlia, sonnecchiando tra un racconto ed un altro, è contenta di ascoltare la voce della mamma. Avrebbe voluto però che sua madre "chiedesse di lei", avrebbe voluto raccontarle come viveva, che scriveva, che aveva pubblicato due racconti, avrebbe voluto che le chiedesse delle sua figlie che non aveva mai visto... ma la madre sembrava non volerne sapere di entrare nella sua vita né di parlare del passato.
Lucy si accontenta allora di quell'intimità nuova tra lei e sua madre, mai avevano parlato tanto tra di loro anche se a tratti le rinvengono ricordi tanto dolorosi .

La storia di Lucy Barton è anche quella di un’America povera, l’America provinciale del Midwest, di famiglie costrette a vivere di stenti, di bambini abbandonati a se stessi, costretti a frugare nei cassonetti davanti ad una pasticceria, esclusi dal mondo reale e lontani dal “sogno americano”, un' America che non conosciamo se non attraverso la letteratura. Lucy pensa agli anni tristi del suo passato, alla loro povertà, alla vita nel garage di un prozio. Suo padre era un trattorista e la madre faceva riparazioni in sartoria. Facevano la fame lei e i suoi fratelli in quel posto isolato, "perlopiù, mangiavamo melassa spalmata sul pane", al freddo, senza acqua calda, senza libri, senza giochi, ma soprattutto senza quel calore umano di cui ogni bambino ha bisogno. Andava a scuola sporca e i suoi compagni di classe la disprezzavano: "la tua famiglia fa schifo!" le dicevano con cattiveria. 

Ha dovuto pensare a farcela da sola: 
«quello della solitudine era il primo sapore che avevo assaggiato nella vita e non se andava più, nascosto dalle pieghe della bocca, a ricordarmi».
Il padre poi non c'è tutto con la testa: reduce dalla Seconda Guerra Mondiale in Europa, non è mai riuscito a superare il trauma, era diventato aggressivo, duro. Lucy chiama quei comportamenti paterni “la Cosa, ovvero una condizione in cui a mio padre non reggevano i nervi e perdeva il controllo di sé”. 
Capitava che a volte la rinchiudessero nel retro di un furgone e la lasciassero sola a piangere e a disperarsi:
Non so, in termini numerici quante volte sono stata chiusa nel furgone. Ma ero piccolissima, non dovevo superare i cinque anni l'ultima volta... Mi mettevano lì perchè mia sorella e mio fratello erano a scuola - è questo che mi dico adesso - e i miei lavoravano tutti e due. Altre volte mi ci mettevano in castigo. (...) Mi ricordo che battevo i pugni sui vetri dei finestrini, urlando. Non pensavo che sarei morta, non pensavo affatto credo, perchè mi rendevo conto che non sarebbe venuto nessuno e guardavo il cielo diventare più scuro e sentivo il freddo aumentare. Non facevo che urlare, urlare. Qui in città, a New York, vedo bambini che piangono di autentica stanchezza, e a volte anche solo di autentico cattivo umore. ma ogni tanto mi capite di vederne uno che piange di una disperazione assoluta, e mi sembra che quello sia uno dei suoni più veri che un bambino è in grado di emettere. In questi casi ho la sensazione di sentirmi dentro il rumore del cuore che si spezza. (...) E poi arrivava mio padre, apriva la portiera e qualche volta mi prendeva in braccio. "Non c'è niente da piangere", diceva, magari, e mi ricordo la sensazione della sua mano calda che mi reggeva la nuca.Lucy è adulta ormai, è una moglie ed una madre anche lei. Ora in quell'ospedale, dopo tanti anni, alla presenza di sua mamma, può tornare a osservare il suo passato. Finalmente le due donne tornano a parlare, ma è nel silenzio, in ciò che non si dicono, che scorre l'altra storia.
Il romanzo ci porta a riflettere sulla maternità e i conflitti che la maternità porta con sé: alla relazione tra madre e figlia, ci porta a ragionare su cosa vuol dire essere madre senza rinunciare ad essere donna. 
La madre di Lucy non l'ha mai davvero perdonata per essersene andata, per aver studiato, per aver abbandonato il suo paese. Lucy forse fa fatica a perdonare la madre per averla fatta soffrire, per non averle regalato quell'affetto di cui aveva bisogno, per aver dovuto vivere un'infanzia così difficile. 
Ad un certo punto le chiede "Mamma, mi vuoi bene?" ma la madre imbarazzata" scuote la testa, guarda le luci di fuori. - Piantala bestiolina", ma la figlia non si arrende e insiste ridendo, la madre non riesce a pronunciare quelle parole, ma sta al gioco e ride con la figlia. Il gioco si interrompe, ma Lucy si sente finalmente felice, perché qualcosa di nuovo era successo fra loro due.
Ho la sensazione che la gente potrebbe non capire perché mia madre non riuscì mai a pronunciare quelle parole: ti voglio bene. Sento che la gente potrebbe non capire che andava bene così.
Io penso, invece, di comprenderlo. L'ho compreso anch'io molto tardi, mia madre anche lei era schiva, non le piacevano quelle che lei chiamava "le gnugnerie", forse semplicemente non ne era capace, perché nessuno l'aveva abituata prima. Ma non per questo non era una donna affettiva. Di un altro tipo di affettività, di un'affettività che si sentiva, più che essere detta. Ma pur capendola anche io volevo sentirle dire "Ti voglio bene". Le parole danno concretezza a quello che esiste nel cuore di ognuno di noi quando sono la voce di quello che si sente.

La storia tra madre e figlia è sempre complessa anche quando sembra lineare, non si sa mai fino a che punto si fa bene o male ed è quello che si chiederà anche Lucy parlando delle sue figlie dopo aver divorziato dal marito:

"Io lo capisco il dispiacere che hanno avuto le mie figlie? Sono convinta di sì, ma è possibile che loro la pensino diversamente. Eppure conosco anche troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci persino il pianto. Ce lo teniamo stretto, invece, e lo difendiamo da ogni assalto del cuore. Questo è mio, è mio, è mio.
Dalla sua insegnante di scrittura ha appreso che «ciascuno ha soltanto una storia. Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi. Ma tanto ne avete una sola». La donna si chiama Lucy Barton, e questa è la sua. Ognuno ha la sua di storia, ne ha una sola e quella è nostra.

Ricordo che la mia non vuole essere una recensione né un consiglio di lettura. Ognuno deve scegliere secondo i propri gusti. E' soltanto ciò che questo libro mi ha suggerito.

6 commenti:

  1. Ognuno ha i suoi gusti, ma io ho già letto Alice Munro dopo aver letto un tuo post. Sei brava a far entrare in contatto con le scrittrici. Hai frugato fra pensieri che condivido e ho messo un brano su Facebook... Proverò Elisabeth Strout e intanto buon anno.

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  2. Sono contenta di averti suggerito un libro che ti è piaciuto. Questo è un libro che all'inizio mi sembrava abbastanza superficiale ed invece, soprattutto dopo averlo letto, ho capito quanti spunti profondi nella sua semplicità nascondeva. Ha toccato alcune mie corde sensibili... Un abbraccio e grazie del tuo passaggio

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  3. che bella sorpresa Emilia... Elizabeth Strout ha rapito la mia estate, ho letto tutti i suoi libri e questo, in particolare, mi ha molto coinvolta. Mi piace molto questa scrittrice e sono contenta che anche qui ci incontriamo. Un abbraccio

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  4. Ciao carissima, ci sono cose che ci uniscono, anche se lontane. Un abbraccio, è sempre un piacere quando passi di qua

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