25/01/17

Riprendiamoci la politica

Si parla oggi tanto di post-Verità… Ogni tanto nasce una parola nuova, e naturalmente si discute all’infinito su cosa voglia davvero dire o quale nuovo fenomeno voglia segnalare.
Ma ogni fenomeno non nasce all'improvviso,  ha i suoi percorsi più o meno manifesti o spesso sotterranei. Quando esplode, è arrivato a colpire il suo obiettivo. Più che la post-verità, a me sembra di vedere la decadenza della democrazia o come la chiamano alcuni intellettuali la post-democrazia.

Da tempo assistiamo a una crescente passività dei cittadini occidentali, a delle elezioni trasformate in grandi “spettacoli” guidate da esperti nella tecnica di persuasione. La discussione politica è passata da tempo, dal territorio nei salotti televisivi prima e ora anche o soprattutto sul web.
Intanto mentre noi assistiamo seduti sul divano o partecipiamo dietro a uno schermo, la politica, quella che conta, viene poi decisa in privato dallo scambio di favori tra i governi eletti e le lobbies che rappresentano i loro interessi economici.
In questa situazione la gente vive la politica come un corpo estraneo, lontano, inafferrabile e incomprensibile.

Ma anche i partiti politici ormai non hanno più legami con la popolazione e si affidano ai metodi del «marketing» che creano però legami artificiali, contingenti. Vince chi sa creare un’immagine di sé che attira maggiormente la gente.
Ciò a cui stiamo assistendo è la formazione di uno stato saldamente nelle mani dei grandi gruppi di potere economico. Uno stato, tuttavia, che mantiene una legittimazione democratica: all’élite non serve più una dittatura per esercitare il potere, basta controllare l’elettorato.

Il politico oggi si è liberto dal fardello della “Verità”. In realtà nella politica la “Verità” ha sempre avuto un ruolo secondario, ma si doveva fingere di dirla. Era quello che la gente comune chiamava il “politichese”, quel modo di parlare alla gente che diceva tutto e non diceva nulla, ma che si preoccupava che quel “nulla” fosse detto bene e in modo convincente.

Oggi assistiamo ad un nuovo fenomeno: nei discorsi di molti politici non è mai il messaggio in sé ad avere importanza, ma l’effetto che produce negli elettori. Per questo la Verità non ha più senso, si possono dire un monte di bugie e si può anche venire smentiti, ma quello che conta è che quella bugia per molti diventa verità. Peggio per gli altri se non ci credono.

E’ così che è stato eletto Trump nonostante le sue innumerevoli grandi bugie e, se proprio le bugie risultavano evidenti, la difesa era semplice: “Scherzavo”. Proprio come fanno i bambini quando vengono scoperti a fare del male a qualcuno.
L’autocontraddizione è, contro ogni logica, l’arma vincente, chi la usa per salire al potere si prende gioco dei suoi avversari, li prende in giro, prende in giro il loro parlare ampolloso e per addetti ai lavori, li sbeffeggia davanti al suo elettorato, prende in giro la retorica politica stessa e di tutti gli altri linguaggi in particolare quello giornalistico. E’ in questo modo il politico si tira fuori da vecchio sistema, dalla cosiddetta “casta”, dà voce agli scontenti e fa credere di essere dalla loro parte.

Possiamo criticare questo sistema, ma credo che la responsabilità non si può addossare solo agli altri. Da questa situazione dobbiamo imparare, rivedere il nostro modo di rapportarci agli altri, di fare. Si fa presto a dire che la gente si lascia abbindolare, ma in che modo si è lavorato perché ciò non avvenisse.
Intanto è vero che la politica oggi parla un linguaggio freddo, lontano dai veri bisogni della gente, lontano da una carica ideale capace, quella sì di trascinare e di mobilitare.
La sinistra, anche quando dice o diceva cose condivisibili, non ha mai fatto un lavoro per rendere partecipe la gente se non in convegni, eventi in cui partecipavano sempre “i soliti” che sono serviti più agli addetti ai lavori, che non ai partecipanti. E oggi la sinistra sembra non esistere più come siamo abituati a concepirla. I riferimenti sono saltati, non senza conseguenze disastrose.


Si sono abbandonate a se stesse le periferie, i giovani si sono sentiti e si sentono soli ad affrontare un mondo del lavoro sempre più difficile e la disoccupazione è alle stelle.
La scuola potrebbe fare molto per la crescita civile delle nuove generazioni, per la nascita di un buon senso critico e di una maggiore solidarietà, ma vive di programmi obsoleti e di una burocrazia che è aumentata a vista d’occhio che sommerge anche gli insegnanti più impegnati.
Ma è comunque un terreno su cui bisogna tornare a lavorare e molto, nonostante e contro chi non ci crede: bisogna riconquistare i genitori, costruire con chi ci sta un’alleanza solidale, per i loro figli e per quelli degli altri, bisogna che sia un luogo di vera emancipazione per chi è ai margini della società, bisogna che parli agli studenti un linguaggio più vicino al loro sentire e al mondo che stanno vivendo. Genitori che vogliono una scuola più democratica, ce ne sono, studenti anche. La contrapposizione insegnanti-genitori deve cessare, gli studenti devono partecipare di più alla loro formazione. E bisogna denunciare che ci sono anche insegnanti che remano contro una scuola più giusta. Bisogna lavorare dal basso, costruire progetti, fare opposizione, discutere, riparlare, dialogare…
E poi la cultura. Chi raggiunge? A chi parla? Leggo spesso, per esempio, e volentieri Il Manifesto, un giornale "comunista" in cui trovo molti articoli interessanti, ma a chi è diretto? Chi comprende i suoi sofisticati articoli? Come formare la gente, come raggiungerli?
Certo che le parole di Trump, di Salvini, di Grillo raggiungono di più anche perché più comprensibili.

C’è stata, dopo l’insediamento di Trump, una grande manifestazione in America ed in altre parti del mondo e questo è un segnale positivo, ma non basta. Può anche questo essere un modo vecchio di fare politica a cui tutti si sono abituati. Vanno bene le manifestazioni di massa, perché lanciano parole d’ordini comuni, ma poi è nel territorio che bisogna lavorare, ogni giorno, tra la gente comune. E bisogna ascoltare, far ripartire una politica che nasca dall'esperienza e dall'ascolto di chi vive il disagio in modo più marcato.
E poi? Mi sembra che ci sia una voce molto fievole che urla contro i “lager” a cielo aperto che vedono coinvolti bambini, donne, uomini. E' inaccettabile.

Dobbiamo essere coscienti che qualcosa in cui credevamo o desideravamo avvenisse, non è avvenuto. Qualcosa ha arrestato un processo che ci sembrava ormai acquisito. Ora sappiamo che non è così. Non serve drammatizzare, bisogna agire, tornare a contrastare con forza per rimetterci in cammino. Dobbiamo andare oltre la nostra delusione e accettare che, essendo esseri limitati, le vittorie conseguite nel tempo, possono non essere durature. Sta a noi dire come porci e rinnovare ciò che è diventato obsoleto.

Basta essere disfattisti! diventiamo propositivi e anche se si può un po’ più entusiasti e ottimisti, sicuramente più motivati. E’ questo uno sforzo etico che dobbiamo compiere.  E’ diventare “persone etiche” ci richiede di fare sempre di più, di reagire con più forza e continuità a delle situazioni di ingiustizia e iniquità.

In questi tempi scuri, in questi tempi di guerra e di orrori a cui dobbiamo assistere, non possiamo aspettare che qualche entità astratta si muova per noi o ci chiami alla lotta. Dobbiamo muoverci anche se ci sentiamo soli. Dobbiamo avere inventiva, immaginazione e imparare a resistere. I principi verso cui tenderemmo saranno forse universali ma dovranno essere messi alla prova nelle situazioni concrete.

Certo sarebbe bello se unissimo le forze, se ci dessimo obiettivi comuni, se imparassimo a dialogare di più a mettere insieme le tante esperienze che qua e là si fanno. Una politica che ricominciasse a partire dal basso lenta, magari nei suoi risultati, ma instancabile. Forse è utopia, ma un'utopia che può mettersi in cammino. Riprendiamoci la politica.

5 commenti:

  1. Mia cara, purtroppo tutto questo sta riuscendo molto bene alle destre . La loro avanzata è preoccupante e temo che tutto ciò si potrà invertire allorche il mondo avrà sbattuto il naso in quelle atroci realtà già vissute.
    Ti leggo sempre con grande interesse, per imparare, ma non sono certo all'altezza di commentare.
    Un abbraccio.
    Cristiana

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  2. Tutto molto condivisibile, cara Emilia. Io però mi sento davvero impotente di fronte al "mondo in cui viviamo" (come dice la tua etichetta) e sempre più pessimista. Forse sono disfattista ma non riesco ad aver fiducia negli altri.
    Cari saluti.

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  3. Carissime, che bello ritrovarvi qui. Anche io sono ultra-pessimista, ma questo è il momento di non arrendersi. Non ho più l'illusione che ci sarà un politico che ci guiderà. Almeno non credo di vivere abbastanza per vederlo. Ma un militanza del quotidiano, almeno uno ci prova. Serve e non sentirsi come loro. Fosse anche solo questo, è qualcosa. Un abbraccio a tutte e due. Non perdiamoci di vista.

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  4. Cristiana, sei in grado sempre di commentare. Mi fa tanto piacere che tu sia ancora in contatto con me. Solo il segno del tuo passaggio, è una cosa molto bella.

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  5. Cara Emilia, è vero non è la prima volta che ti scrivo dei commenti, ma sai ciò che io tratto è un'altra cosa, poi devo essere sincerò non ci riesco da tutti, poi ce pure che l'età non mi permette ciò che vorrei :-)
    Ciao e buona serata cara amica e forse ci risentiremo ancora!!!
    Tomaso

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