19/01/17

Still Life di Uberto Pasolini

L'umanità e la disumanità si manifestano in mille forme e in mille situazioni. E' quello che vediamo in questo film del 2013 di Uberto Pasolini interpretato magnificamente da Eddie Marsan.

John May è un funzionario comunale, il suo compito è ricercare i parenti di persone morte dimenticati da tutto e da tutti. Lui se ne fa carico. Il suo è un lavoro, ma diventa per lui una missione per  restituire ad ognuno la propria dignità almeno alla fine. 
Un rossetto quasi nuovo, una collana da poco prezzo, una lettera d'auguri al proprio gatto oppure una serie di bottiglie di whisky vuote, le mutande ad asciugare sul termosifone, un album di fotografie ormai ingiallite, diventano per John May degli indizi, dei segni. Seguendo questi indizi, cercherà di ritrovare familiari o, in mancanza di questi, se ne servirà per ricostruire una storia che possa appartenere al defunto. Perché nessuno può morire senza una storia, una sua identità.
Se non trova nessuno, organizza, lui stesso il suo funerale: scrive discorsi celebrativi, cerca la musica appropriata all'orientamento religioso del defunto, presenzia ai funerali. In un album dove raccoglie le fotografie che ritrova nelle case in cui sono vissuti, un modo perché il loro ricordo non scompaia del tutto e per sempre. 

Fuori dal lavoro però la vita di John May è monotona, ripetitiva: anche lui non ha famiglia e non ha amici, mangia sempre la stessa scatoletta di tonno, indossa sempre gli stessi vestiti, percorre sempre lo stesso tragitto.
E'un uomo ordinato e meticoloso, segue abitudini consolidate nel tempo, svolge il suo lavoro con devozione e amore, ma non tutti sono d'accordo con lui: i tempi che impiega sono troppo lunghi, la scelta delle sepolture troppo dispendiose: la cremazione è molto più economica ed efficace. Quindi viene licenziato. Insomma anche in questo campo, è l'efficienza che conta, non la cura che si mette a svolgere il proprio compito. 

E' un duro colpo per lui, ma ha ancora una pratica che gli sta a cuore in sospeso e chiede al suo superiore di concedergli pochi giorni per chiuderla: l'ultimo defunto è di Billy Stoke, un vecchio alcolizzato che aveva  però aveva avuto un passato felice. Indaga, incontra diverse persone che l'hanno conosciuto e arriva a conoscere sua figlia, Kelly, perduta per orgoglio molti anni prima, ma di cui conserva un ricco album di fotografie. Lasciata Londra John incontra la giovane donna con cui nasce una bella amicizia e complicità.

Un’opera profonda e toccante che racconta una storia drammatica con mano leggera e toni poetici. Il premio alla regia ricevuto a Venezia nella sezione Orizzonti è solo una delle conferme di questa qualità del film firmato da Uberto Pasolini, italiano di nascita ed inglese di adozione.

Still Life è una lenta riflessione sulla vita e sulla morte, che attraverso il ritratto di un uomo mette a nudo l'insensibilità di un mondo che non ha posto per i "perdenti".  
Nell’atmosfera grigia  del sud di Londra, si muove il bravissimo Eddie Marsan che offre un'interpretazione straordinaria del suo personaggio che conduce una vita umile, sempre uguale, ma non per questo senza senso. 

Pasolini si concentra sulla storia di questo piccolo grande uomo, ne delinea la sua psicologia all'apparenza indecifrabile. Ci spinge ad  osservarlo e lo sguardo del regista è  empatico. Still Life, è un film  ricco di umanità che vuole con discrezione – e senza nessuna presunzione – offrire una rappresentazione della vita da un'angolatura particolare che spesso ci sfugge.
Con questa sua delicatezza, Still Life riesce ad essere il ritratto di un uomo ed una efficace riflessione sulla mortalità e l'importanza di condividere la propria vita.
Ho scritto la sceneggiatura per lui. - dice il regista del protagonista - Avevo lavorato con Eddie circa 12 anni fa nel film I vestiti nuovi dell’imperatore in cui aveva 3 scene e 6 battute. Nonostante il poco materiale è riuscito a dare un grande spessore alla sua figura. Marsan ha una grande umanità legata ad un talento e una tecnica magnifici; si è lasciato guidare dalla sceneggiatura e quando eravamo sul set abbiamo lavorato sul dettaglio e sulle sfumature. Eddie in Still life riesce a comunicare emotivamente “scomparendo” – l’attore ha svolto un grandissimo lavoro di sottrazione n.d.r.. Inoltre Eddie ha una grandissima generosità nei confronti della storia e della scena, non pensa mai a mettersi in mostra ma solo a migliorare il risultato del film. Io che lavoro nel cinema da 30 anni posso dire che questa generosità verso il materiale e verso la troupe è una vera rarità.
La traduzione dell'espressione inglese Still Life in italiano è natura morta ma il mio film non è sulla morte, è sulla vita. Preferisco altre interpretazioni del titolo: una vita ferma, che non si muove, sempre uguale come è quella del mio protagonista all'inizio del film, ma si può tradurre anche con "una vita per immagini" oppure "ancora in vita" che poi è il senso profondo del film. Ogni vita va valorizzata per quello che è.
"L'idea per il film è nata dalla lettura di un'intervista su un quotidiano inglese a uno di questi funzionari comunali - dice Pasolini - e mi è venuta la curiosità di capire di più del loro lavoro. Per sei mesi li ho affiancati nelle loro mansioni, sono stato con loro nelle case dei defunti, ho presenziato alla cremazione o ai funerali di tante persone dove spesso io ero l'unico, a parte l'officiante, perché talvolta neppure i funzionari che hanno organizzato il funerale posso essere presenti, per i loro impegni di lavoro. Quasi tutto quello che si vede nel film l'ho tratto dalla realtà, la signora che scriveva i biglietti di auguri al proprio gatto è stata la mia prima visita.
Uberto Pasolini è un ex banchiere che ha scelto il mondo del cinema, da trent'anni lavora nella produzione inglese, ha alle spalle un successo come "Full Monty", ad oggi il film inglese di maggior successo al botteghino del Regno Unito. Da regista ha già firmato Machan, storia vera di un gruppo di cingalesi che si fingono la nazionale di palla a mano dello Sri Lanka per emigrare in Europa. 
"Il cinema per me è una scusa per conoscere situazioni sociali diverse dalle mie", spiega. "Con questo film mi interessava raccontare la condizione di isolamento in cui viviamo sempre più nelle grandi città sia anziani che giovani. Prima di girare il film io non conoscevo i miei vicini di casa, ora li conosco e li frequento. Posso dire che "Still Life" una cosa l'ha ottenuta, io che sono un solitario, ossessivo e considerato da gli altri glaciale, sono un po' cambiato". "Still life, con la sua tematica della solitudine, è diventato anche un modo per interrogare me stesso e capire che rapporto ho io con i miei familiari e conoscenti. L’ho sentito molto anche a livello personale e infatti durante le riprese mi sono spesso commosso".
Ogni cosa che fa John May, ogni suo gesto è poesia, egli sa ripristinare la giustizia che la vita con il suo corso ha sopraffatto e  ci invita a vivere con responsabilità civile il nostro ruolo nella società

2 commenti:

  1. L'ho visto! 'ho visto per caso in televisione, dev'essere stato in piena notte, tornata dal lavoro. Un film strano, molto umano, con questo attore dalla fisionomia per noi insolita, poi l'ho visto in altri film, ma qui è davvero intenso come scritto nel post, "per sottrazione". Bello, grazie.

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  2. Gran film, umanista profondo, di un "socialismo magico", se mi si passa la definizione, parente stretto di certe pellicole di Ken Loach. Un film, che ti può cambiare la vita ... a me ha fatto questo effetto.

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