09/02/17

Le storie insegnano...

Molti bambini si portano dentro ferite di cui non siamo a conoscenza, di cui neanche i genitori ci parlano, perché loro stessi incapaci di riconoscerle o di affrontarle.
È troppo comodo dire che, se non c’è la famiglia, noi insegnanti non possiamo fare niente. Proprio per questo, semmai, dobbiamo fare qualcosa. Non possiamo dimenticare che metà della giornata, quando non di più, i ragazzi la passano con noi. A volte la famiglia attraversa momenti delicati, difficili. Siamo noi, semmai, insieme ai servizi sociali, che dobbiamo fare qualcosa. Altrimenti l’alternativa è che un bambino, un ragazzo, dovrà cavarsela da solo.

Cosa fare? È difficile trovare una ricetta. Ricordo un’insegnante che avevo incontrato a un corso di aggiornamento. Mi aveva detto che lei aveva inventato uno spazio che chiamava «Parliamo insieme». Un’idea semplice che aveva portato molti bambini a sedersi vicino a lei a raccontare o  raccontarsi. 
L'aula si trasformava i banchi sparivano, i libri pure. Si creava uno spazio vuoto in cui i ragazzi si sedevano in cerchio e a turno parlavano e si ascoltavano. Imparavano pian piano a conoscersi, a parlare rispettando i turni, ad ascoltarsi. 

Questo manca nella scuola, spazi liberi dove incontrarsi come persone. Non dobbiamo dimenticarci che prima di essere insegnanti, alunni, genitori, siamo persone che in qualche modo intrecciano le loro vite in un luogo che è sì il posto dove si va ad imparare, ma anche e prima di tutto un luogo dove si va a vivere e in cui ognuno entra con tutto se stesso.

Quando inizio un ciclo scolastico, io invito i genitori a venirmi a parlare dei loro figli e a conoscermi. Mi sembra un momento importante d’incontro e di conoscenza reciproca non ancora inquinata da quello che è il discorso privilegiato tra genitore e insegnante: il rendimento del figlio. Ho ritrovato in questi giorni una lettera che una mamma, invitata da me a quel colloquio all’inizio dell’anno, di suo figlio mi ha scritto. Ne riporto alcuni passi:
«Sono cosciente della situazione di Renato (che si protrae dalla terza elementare). In questi anni ce l’ho messa tutta per avvicinarlo allo studio… coi risultati che purtroppo conosciamo. La nostra situazione familiare attuale è di “assestamento”. Personalmente ho assunto per qualche anno psicofarmaci antidepressivi, mentre mio marito era lontano dalla famiglia; ma soprattutto mi sono reclusa in casa da qualche anno a causa di fobie ecc… Ed ora non ce la faccio a riemergere alla vita “normale”. In casa il mio dovere lo svolgo al meglio delle mie capacità attuali. (Pertanto  la pregherei di non contattare servizi sociali o di altro genere, di cui abbiamo già fatto esperienza) (…). Se lo accetta posso contattarla telefonicamente o a scuola o…?».

Renato era un bambino dolcissimo, mi raccontava tranquillamente che sua mamma non poteva uscire ed era lui che andava a fare la spesa. Il papà da quello che si intuiva non era molto presente in casa. 

Della mamma me ne parlava con affetto. Sentivo che in lui la sua presenza era importante, che era un riferimento saldo e positivo. Mi misi in contatto allora con lei e iniziammo dei colloqui telefonici. La signora ne fu molto felice. Parlavamo di suo figlio, e di questo Renato era molto contento. 
Pian piano mi parlò di lei, dei suoi problemi, ma anche dei suoi interessi. Ne risultò una donna ricca dentro. Le chiesi in seguito il perché della sua esitazione ad entrare in relazione con i servizi sociali. Mi disse che aveva provato a chiedere loro aiuto ma che si era sentita giudicata e non aiutata e non ne aveva tratto nessun giovamento. In seguito ho parlato, con il suo consenso, con l’assistente sociale e pian piano siamo riusciti a creare una rete di aiuto solidale da cui hanno tratto giovamento sia la madre che il figlio.

Quello che chiedeva quella madre era di non essere considerata solo per la sua patologia, ma anche per tutte quelle altre caratteristiche della sua personalità che erano sane. Era indubbiamente vero che lei era agoro-fobica, ma questo non le impediva di essere comunque una persona in grado di comunicare e di agire  e in modo anche migliore di altri che quel problema non hanno. È come dire che se uno è muto, non può parlare, quando sappiamo molto bene che parlano solo usando un altro linguaggio. Sono gli altri che debbono aver voglia di capirlo.

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