17/03/17

Affiancando i giovani, anche il nostro cammino di ricerca continua.

Dipinto di Michele Battistella 
«Bisogna allontanarsi dall'isola per vedere l’isola, e non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi» 
Saramago - Il racconto dell'isola sconosciuta 
I ragazzi temono il futuro; li spaventa dover scegliere, vorrebbero poter tener aperte tante porte e, invece, la domanda «cosa farai da grande» arriva implacabile alla soglia dell’adolescenza. Loro  sono nella fase in cui si ha solo voglia di vivere, sperimentare, sentirsi liberi. Nello stesso tempo proprio questo sentirsi liberi li disorienta e oscillano tra il conformismo e la trasgressione. Il tempo dell’adolescente è dilatato, cinque anni sono un’eternità. c'è ancora tempo... tanto tempo... perché Vogliono prendere le distanze da una decisione definitiva.

La loro voglia di vivere, di sperimentare, di andare incontro al nuovo mette a nudo la nostra immobilità, le nostre rinunce. E non sappiamo che, in realtà, quello che ci chiedono è di affiancarli perché hanno paura, anche quando è più dura la loro opposizione e ostentano sicurezza, . Abbiamo paura accostandoci a loro di incontrare l’insicurezza, di non saper dare risposte, di dover entrare in un mondo che non conosciamo, di incontrare quel dolore che si intreccia alla crescita. Abbiamo paura di un futuro che questo tempo sembra negare...

Quando qualcuno dice «è un adulto» si pensa ad un uomo maturo, serio, responsabile. Diventare adulti sembra voler dire «essere arrivati», aver raggiunto il traguardo. Ed è quello che forse vorremmo essere o sembrare. In realtà anche l’adulto è sempre in movimento, ma cerca di muoversi in un’isola che conosce o crede di conoscere: non vuole vivere più di illusioni o di sogni, quelli li lascia ai giovani. 

Ai giovani vuole insegnare come entrare nel mondo reale. Metti i piedi per terra! dice spesso a suo figlio. Vuole metterlo di fronte alla realtà, a quella realtà che, però, spesso non soddisfa neanche lui. Infatti, quando ha il coraggio di guardarsi in profondità, capisce di non essere arrivato da nessuna parte, si rende conto che anche lui è in cammino, che è anche lui alla ricerca di quella che Saramago chiama «L’isola sconosciuta», quella che non è ancora sulla carta geografica, appunto perché non è stata ancora scoperta. Solo che non ci vuole più credere, soprattutto in un tempo come il nostro in cui sperare sembra una bestemmia. 

Chi si sente arrivato ha rinunciato a cercare, ha lasciato i suoi sogni alle spalle, ha rinunciato a dare «un senso», una direzione alla sua vita: si è adattato. Non crede più al cambiamento, vive nella palude dell’abitudine e della routine. Si mantiene, quando ci riesce, in equilibrio, non si pone più domande. Quante volte chiedendo a qualcuno come va, ci sentiamo rispondere: Tiriamo avanti…

È proprio affiancando i giovani, che, invece, l’adulto non smette di crescere, di interrogarsi. I ragazzi non ci chiedono risposte vecchie, ma risposte sagge, che sappiano cioè mettere a servizio del nuovo l’esperienza che solo un uomo maturo ha. L’adulto non deve smettere di esplorare, non deve smettere di cercare isole sconosciute.
Non si arriva da nessuna parte, semplicemente ci fermiamo perché non troviamo il coraggio di continuare il nostro cammino. Vivere vuol dire cercare sempre un "altrove" e ogni sosta è solo una tappa per prendere  fiato. 

Chi si lascia interrogare non ha mai finito di fare i conti con l’incertezza e grazie a questo, però, forse riuscirà a mettersi in rapporto con il rischio del cambiamento che i giovani continuamente gli ripropongono. Aver paura del cambiamento, di esplorare il nuovo, vuol dire lasciare i giovani soli di fronte ad una realtà difficile, rinunciare al nostro ruolo di adulto che, come tale, non deve imporre, ma affiancare il giovane, mentre a tentoni ricerca la sua strada. Se il futuro sembra non esserci più garantito, forse dobbiamo inventarcelo noi con quello che siamo, con quello che abbiamo.

Si dice che i giovani diffidano degli adulti; in parte è vero, ma è vero anche il contrario: gli adulti diffidano dei giovani. Basta vedere sui giornali come si guarda a loro: li pensiamo consumatori, chiassosi, disinteressati, aggressivi, poco educati… E se ci fermiamo alle apparenze, è facile che sia questo a balzarci agli occhi: rincorrono le mode, ti affrontano senza rispetto, fanno i duri, si isolano… 
I giovani d'oggi, non sono più come una volta. Come se ignorassimo, che da sempre i giovani segnano un cambiamento e sono oltre che nostri figli, figli della storia.  La realtà è un’altra: la loro è una risposta a quello che noi gli offriamo. Dobbiamo dircelo forte, non per colpevolizzarci, ma per reagire; per chiederci di cosa veramente hanno bisogno. Allora usciremo dagli stereotipi e vedremo in loro ragazzi e ragazze desiderosi di conoscere e mettersi alla prova, di crescere e di inventarsi una vita che valga la pena di essere vissuta.

È vero, sono in crisi e ci mettono in crisi. Ma essere in crisi può avere una connotazione molto positiva. Nei caratteri cinesi la parola crisi è formata dalla combinazione di due ideogrammi che separatamente significano «pericolo» e «opportunità».
La crisi accade senza essere attesa, semplicemente capita. Ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo, che non sappiamo affrontare con gli strumenti che già conosciamo. Ecco perché sono d’accordo che può diventare un’opportunità, perché a volte ne usciamo se siamo capaci di cambiare qualcosa di noi.    

Pochi oggi si interrogano, si fermano a pensare, a riflettere sulla propria esperienza. Allora tutto diventa abitudine, routine. Tutto sembra uguale, non sappiamo più stupirci. Certo la meraviglia di fronte all'inaspettato, all'evento straordinario è spontanea. Ma la noia, la disattenzione ha preso il posto alla capacità di guardare con occhi nuovi quello che sembra abituale e quotidiano. I nostri occhi vedono, ma non sanno guardare al di là dell’apparenza. L’assuefazione nasconde ogni cosa. Ci rende indifferenti: non vediamo più con curiosità ciò che è diverso. In realtà non c’è mattino in cui ci svegliamo che sia uguale ad un altro mattino, la strada che percorriamo non è mai uguale a se stessa, non c’è persona che incontriamo che sia uguale ad un’altra persona.
 «Il filosofo del re, quando non aveva niente da fare, veniva a sedersi accanto a me, (…) e a volte si metteva a ragionare, diceva che ogni uomo è un’isola (…) che bisogna allontanarsi dall'isola per vedere l’isola, e che non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi»  .
Noi adulti dobbiamo imparare ad osservare prima di tutto noi stessi, a guardarci dentro, a verbalizzare quelle che sono le nostre reazioni a contatto con i ragazzi, a non nascondere i nostri pensieri negativi per capire come affrontarli e come superarli.

Accompagnare la crescita dei nostri figli, dei nostri alunni, accettare con loro la sfida di aprirli al mondo è sempre qualcosa di assolutamente nuovo, è un’ allontanarsi da noi per far nascere qualcosa di diverso, di non ancora scoperto.
Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini non lo raggiungerò mai non lo raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a camminare.
 Eduardo Galeano

1 commento:

  1. Come scrisse nel De Profundis Oscar Wilde, durante gli anni di reclusione nelle carceri inglesi, la superficialità è il vizio supremo.

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