31/03/17

Riprendiamoci il futuro, riprendiamoci il tempo che ci stanno sottraendo


Il futuro ci sfugge di mano. Il tempo corre ed il cambiamento è imprevedibile. Non trascorre giorno senza che la televisione non porti dentro casa qualche catastrofe. Il futuro che alle generazioni passate si presentava come una promessa, oggi è vissuto come minaccioso e noi rischiamo di perdere il senso di quello che stiamo facendo e soprattutto ci sembra di non tenere più sotto controllo la nostra vita. 
«Dietro l’ideologia della flessibilità è presente un disegno che fa dell’instabilità il proprio punto di forza e che mira ad addomesticare gli individui. (…) Il cittadino globale è spinto, nell’epoca contemporanea, ad isolarsi nella sua vicenda privata e cercare di gestire da solo le tensioni che lo attraversano» 
Zigmunt Bauman, Una nuova condizione unama
Gli adulti si sentono insicuri rispetto al proprio domani, ma ancora più temono per i loro figli in un mondo dove la competizione sembra schiacciare i più deboli, dove il lavoro è sempre più precario. Per questo vogliono vedere i loro figli preparati, all'altezza di un mondo in cui è sempre più difficile inserirsi con profitto. Li spingono ad imparare tante cose e in fretta. Devono essere attrezzati e pronti ad attraversare un mondo pieno di difficoltà. Intanto non si accorgono più che i bambini sono più stressati, più infelici, più nervosi.
«Troppi genitori ripongono sui loro figli aspettative troppo forti, si disperano davanti ai loro minimi insuccessi e li opprimono con responsabilità paralizzanti per dei giovani, invece di aiutarli, in un clima di sicurezza e di distensione a conservare la fiducia in se stessi e la speranza».
Francoise Doltò, Come allevare un bambini felice

Un padre, professore universitario ci parlava di suo figlio: è lento, diceva, dispersivo, non conclude. Vedesse, invece, la mia bambina più piccola! A quattro anni sa già leggere e contare, è sveglia, pronta, lei sì che mi dà soddisfazioni!
Gli si è fatto presente che Luca era lento, perché riflessivo, che la velocità di apprendimento non era sinonimo di intelligenza migliore. Ma niente da fare, scuoteva la testa e diceva: non riuscirà nella vita se continua così; vogliamo anche che faccia sport agonistico perché impari a gareggiare, ma lui trova sempre scuse per non andarci… Gli è stato detto che il figlio aveva bisogno della sua fiducia. Ha risposto: mi fa perdere la pazienza.
E così Luca era sempre affannato, non riusciva più a trovare la calma e balbettava perché voleva parlare in fretta. Se riusciva a rilassarsi e a ritrovare la fiducia in se stesso, era un ragazzo profondo, sapeva porre domande molto intelligenti, era curioso e desideroso di apprendere. «Ho bisogno di tempo per pensare, ma mio padre mi incalza e io vado in confusione. Forse davvero non ce la farò mai» aveva scritto su un suo testo.

È così che la società con i suoi ritmi e i suoi dictat entra nelle nostre coscienze, forgia la nostra mentalità, ci fa dimenticare i bisogni dei bambini per renderli dei piccoli automi. E in questo modo li perdiamo davvero perché solo qualcuno ce la fa, e a che prezzo!.
Nella mente di coloro che vogliono aiutare i giovani domina l’idea di un futuro minaccioso. Ecco che allora chi esercita una responsabilità pedagogica si comporta come se avesse di fronte un pericolo: deve combattere per superarlo e per aiutare il maggior numero di persone a uscirne vittoriose. Così la nostra società diventa sempre più dura: ogni sapere deve essere “utile”, ogni insegnamento deve “servire a qualcosa”.Ne consegue che «gli sforzi di tutti gli allievi e insegnanti devono essere tesi alla ricerca delle competenze migliori e dei diplomi più qualificati, sol garanzia di sopravvivenza in questo mondo pieno di pericoli e di insicurezza, caratterizzato dalla lotta economica di tutti contro tutti.
Miguel Benasayag
Riprendiamoci il futuro, doniamo ai nostri figli il tempo che sottraiamo loro assoggettandoci alle leggi che stanno decidendo delle nostre vite. Per ogni cosa ci vuole il tempo che ci vuole, sì proprio così, ci vuole il tempo che ci vuole. 

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