09/03/17

Robert Doisneau: Cercavo di mostrare mondo dove mi sarei sentito bene

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.
Così diceva Robert Doisneau che ci ha saputo raccontare  Parigi attraverso le strade delle periferie, i bambini che giocano, gli innamorati, storie della quotidianità che lui sa valorizzare come pochissimi altri. 
La bellezza della fotografia è proprio questo suo catturare immagini tutte dense di significato e per questo indimenticabili.
La Parigi del fotografo non è convenzionale, non è quella che domina la pubblicità, la moda, i giornali è la Parigi della gente comune ma che di comune non ha mai niente perchè è sempre differente e sa sempre stupirci. 

È  questo il suo grande dono: rendere ogni suo scatto un evento imperdibile, farci comprendere che la bellezza è ovunque ed è quella vera non quella patinata dei grandi giornali o schermi.

Così Doisneau parlava della sua arte: 
“Non mi sono mai chiesto perché scattassi delle foto. In realtà la mia è una battaglia disperata contro l’idea che siamo tutti destinati a scomparire. Sono deciso ad impedire al tempo di scorrere. È pura follia.” 
Di solito mi pianto là, per un’ora, due ore, e mi dico: ‘In nome di Dio, dovrà pur succedere qualcosa’. Immagino delle cose che mi piacerebbe vedere, una più folle dell’altra. E poi niente e ancora niente.
Oppure succede qualcosa – boom – ma non è proprio quello che avevo immaginato e lo manco. Il miracolo si è prodotto, ma a causa della mia disattenzione, della mia stanchezza fisica, l’ho mancato. Dopo aver aspettato due ore, i riflessi non sono più pronti, l’emozione non è più disponibile.
Poi magari, all’improvviso, un personaggio attraversa la Senna. Così per caso, per sbaglio. Ed è quello sbaglio che cerco di fermare. A volte gli incontri vengono cercati, altri ci cadono addosso. Attendo. Attendo che gli attori vengano a recitare, non nel mondo qual è, ma nel quale io desidero che sia”.
“C’è un aspetto del mio personaggio che fa sì che ci si aspetti da me un certo tipo di foto. E per me va benissimo, pazienza se le foto che scelgono non sono le mie preferite. Le foto che preferiamo sono come i bambini che ci hanno dato filo da torcere per crescerli, ci attacchiamo a loro perché ci hanno fatto penare di più. Ma non sono necessariamente le migliori. Qualcuno dall’esterno giudica meglio, dice: ‘Questo fotografo è così, dunque queste sono le foto che lo rappresentano’. Bisogna lasciarli fare”.
“Ho sempre cercato di prendere in giro qualcosa. Mi piace sempre andare a spasso per un paio d’ore. Quando scelgo un angolo, un soggetto, entrano in ballo tanti fattori e fenomeni che sono incoscienti: un libro che si è letto, una vecchia emozione. È strano, si tratta di una specie di profusione di sentimenti precedenti”.

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