27/03/17

Saper ascoltare è un'arte


Si fa tanto parlare di ascolto. È un termine di cui si abusa troppo. 
L’ascolto ha luogo in uno spazio inter-soggettivo, dove qualcuno chiede di essere ascoltato e si aspetta l’attenzione dell’altro. Si rivolge all’altro non in modo casuale, ma perché si aspetta qualcosa da lui. Sente che proprio quella persona e non un’ altra possa aprirsi alle sue parole.

Ma il fatto che qualcuno desideri essere ascoltato non significa necessariamente che riesca a comunicare quello che vuole dire con le parole.
Più un bambino ha sofferto, meno saprà raccontarsi, esprimere il proprio dolore con le parole. Come può esprimersi un bambino piccolo, un bambino chiuso, un bambino sofferente? O un ragazzo fortemente ferito dalla vita? Certo non con le parole, non è quello il linguaggio che ci dobbiamo aspettare.

Dice Simone Weil che, in generale,  il pensiero della sofferenza non è discorsivo, non si costituisce in unità logiche e rigorose di significato, ma si smarrisce «come una mosca che corre sempre contro un vetro»  che vuole uscire ma che non trova il modo. 

Soprattutto prima ancora di metterci in ascolto dobbiamo saper fare silenzio dentro di noi, far tacere le tante parole che giudicano, che stigmatizzano, che interpretano, che a tutti i costi vogliono trovare soluzioni veloci. Le parole che presumono di aver già capito senza prima aver affiancato, condiviso, amato. Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto, un silenzio che è spazio, apertura all'altro. Un silenzio, per dirla con la Weil, che ci «permette di cogliere verità che altrimenti resterebbero celate per sempre». Solo allora capiremo che ascoltare non è solo porgere l’orecchio ma aprirci al mondo che ci circonda.
Pierre Sansot parla di «interiorità creativa» e con questo termine indica «quello spazio di accoglienza in cui le parole dell’altro potranno trovare rifugio» .

Capita a chi ascolta veramente di essere più preso dalla voce che dalle parole. La voce è espressiva di per sé, a prescindere dalle parole che articola: indica la gioia, la tristezza, la malinconia, ogni emozione passa attraverso la sua vibrazione. E ci si sorprende spesso ascoltando di essere catturati dalla sua modulazione, dalle sue oscillazioni.

Ascoltare solo le parole significa cogliere una parte dell’altro, quella che appare in superficie e che poco può dire di quello che si muove più nel profondo. Ascoltare vuol dire percepire anche ciò che non viene detto, che è ancora nascosto nelle pieghe dell’anima e fa fatica ad emergere. 
Ascoltando si esplorano terreni sconosciuti, può quindi voler dire imparare a legger dietro il significato letterale delle parole.

Non sempre si riesce ad entrare nel mondo dell’altro, a volte ne rimaniamo ai margini in attesa di qualche apertura. A volte qualche apertura c’è, ma possiamo subito dopo ritrovare la porta chiusa. È importante soprattutto rendersi presenti e attenti. Non bisogna soprattutto cercare nulla di preordinato, di prefigurato, di risaputo.

Non bisogna aver fretta di capire, né di essere capito. Ascoltare è conoscere la pazienza, la lentezza, imparare a convivere anche col silenzio che è esso stesso linguaggio e come tale può esprimere diversi significati. Può essere un silenzio teso a tener fuori l’altro, di difesa; un silenzio dove  la parola non ha la possibilità di sorgere e rimane condannata a restare nascosta. Si dice spesso: Mi è rimasta la parola in gola, non sono riuscita a dirle nulla. Spesso ci troviamo in questa condizione nel rapporto con l’altro, che non ha saputo o voluto creare quel clima di attenzione che solo apre al dialogo. 
Può essere, invece, un silenzio di attesa: non si trovano le parole, ma si vuole entrare in contatto. Allora è il corpo che parla: gli sguardi, i movimenti delle mani, la postura, la rigidità o la rilassatezza dei muscoli. I gesti non hanno bisogno di parole e a volte sono più determinanti nello stabilire una relazione.

La parola non è quindi sempre necessaria. Non sempre si vogliono comunicare contenuti, ma emozioni. La parola potrà trovare spazio per spiegare, per portare alla luce il sommerso, per chiarire a se stessi e all'altro che cosa si sta vivendo.

Chi sa relazionarsi nel silenzio può dare significato alle parole, altrimenti la parola può riempire solo i vuoti, può nasconderci all'altro.
Io penso che la comunicazione cominci proprio dalla capacità di accogliere il silenzio, la parola balbettata, quello che ancora non si è in grado di dire, ma che vorrebbe trovare una strada. 

Comincia dove c’è attenzione, interesse, disponibilità,  in quel silenzio che è apertura.
In questa dimensione nasce il vero dialogo, quello in cui le parole si riappropriano dei loro significati, quella parola che rimane dentro, che dialoga con noi nel nostro spazio interiore anche in assenza di chi ce l’ha detta, che si deposita dentro di noi perché può dirci qualcosa dell'altro, che può rimanere archiviata, ma poi uscire quando siamo pronti a riceverla.

Ricordo, a scuola, Francesco di 13 anni. Era un ragazzo ribelle, veniva spesso mandato in presidenza, faceva con me un laboratorio di teatro. All’ennesima volta che aveva trasgredito qualche regola, gli ho detto che forse era meglio che io tacessi, che le mie parole non gli erano utili e forse lo annoiavano soltanto. Lui si era fatto serio, mi aveva guardato negli occhi (cosa abbastanza insolita per lui), poi mi aveva detto: No per piacere, lei continui a parlarmi, adesso non sono pronto, ma forse un giorno ripenserò alle sue parole e mi saranno molto utili. Forse i ragazzi sanno insegnarci più di quello che crediamo. Con un po' di umiltà e un po' di amore, perché no? Saper ascoltare è un'arte non facile da imparare.

2 commenti:

  1. Grazie Emilia per questa dolcissima musica.
    Mi tuffo nella poesia
    Mi strizzo nella musica.
    Nuoto, come un'anguilla, in cerca di guai.

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  2. Buona serata e grazie per la tua presenza e per ciò che mi lasci

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