05/04/17

Fuori da ogni etichetta

«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell'internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale (risultato della malattia che Burton chiama "institutional neurosis" e che chiamerei semplicemente istituzionalizzazione); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione.
Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell'individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell'internamento. 
L'assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l'essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l'aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell'asilo.»
Franco Basaglia in La distruzione dell'ospedale psichiatrico, 196
Non è lontano il tempo in cui molti individui vivevano in manicomi che erano vere e proprie istituzioni totali, reclusi dentro mura invalicabili perché ritenuti "pericolosi socialmente".
Non persone bisognose di attenzioni e di cure, ma di essere isolate perché possono nuocere agli altri. E' così che si risponde ancora adesso, purtroppo, a chi "in-quieta" la nostra vita che non deve essere troppo turbata da eventi che escono dall'ordinario, da una routine di comodo che ci fa vivere come dentro la bambagia. Rassicurante certo, ma lontano dalla vita vera. 
C'è sempre più o meno manifesta quel gioco di inclusione ed esclusione che permea tutta la nostra società: qualcuno è dentro, qualcuno deve stare fuori e quasi mai ci si mette nei panni di chi si sente escluso, di chi è oggetto di un rifiuto sociale.
Oggi è difficile che qualcuno difenda delle istituzione manicomiali intesa come istituzione di contenimento, ma si cercano altre forme che colpiscano meno l'immaginario collettivo, ma che non per questo non possono essere emarginanti.
La medicalizzazione di ogni tipo di diversità sta andando, invece, avanti e non si sa dove possa arrivare se non c'è qualcuno che vi ponga un argine, che la controlli e, se necessario, la contrasti.
La velocità con cui a una situazione particolare viene affibbiata un'etichetta è molto veloce, e dall'etichetta passare allo "stigma" il passo non è poi così lungo.
Le parole, le denominazioni hanno un peso ed una volta usate rimangono appiccicate addosso alle persone che ne sono oggetto. Quando un uomo perde il proprio nome per diventare l'etichetta che lo definisce, perde la sua soggettività per diventare un oggetto osservato, studiato, persino aiutato, ma come oggetto e non come persona.

In ogni persona abita la vita che si manifesta in forme varie, a volte la persona può essere in crisi, sofferente, bisognosa di aiuto, ma vuole continuare ad essere considerata una persona e non un oggetto da esaminare. E come tale vuole partecipare alla sua cura, non essere alienato dal proprio corpo e dalla propria mente qualunque essa sia.
Foto di Gianni Buttarini
«E' nel silenzio di questi sguardi che egli si sente posseduto, perduto nel suo corpo, alienato, ristretto nelle sue strutture temporali, impedito di ogni coscienza intenzionale.
Egli non ha più in sé alcun intervallo: non c'è distanza fra lui e lo sguardo d'altri, egli è oggetto per altri tanto da arrivare ad essere una composizione a più piani di sé, posseduto dall'altro "in tutti i piani possibili del suo volto e in tutte le possibili immagini che di volta in volta possono derivare dai vari atteggiamenti che si possono cogliere".
Il corpo perché sia vissuto è dunque nella relazione di una particolare distanza dagli altri, distanza che può essere annullata o aumentata a seconda della nostra capacità di opporsi. Noi desideriamo che il nostro corpo sia rispettato; tracciamo dei limiti che corrispondono alle nostre esigenze, costruiamo un'abitazione al nostro corpo.»
Franco Basaglia in Corpo, sguardo e silenzio, 1965
Chi si diventa quando si subisce in qualsiasi forma questo processo di alienazione, di esproprio della propria persona? Parliamo di fenomeni ai limiti come sono state e in alcuni luoghi sono ancora le istituzioni totali come i manicomi, come i lager, come gli istituti che raccolgono bambini abbandonati o di famiglia indigente, ma questo processo può partire da lontano e pian piano allargarsi o essere già sotto i nostri occhi. Quando il processo è arrivato a compimento, noi non lo vediamo perché non vogliamo più vederlo. Perché vederlo vuol dire agire come hanno agito e agiscono tutti quelli che lo rifiutano e oppongono il proprio no, forte e chiaro.  

"Se esiste il manicomio, l'etichetta coincide con l'entrata in manicomio; se entri lo stigma è immediato" - dice Pier Aldo Rovatti, non ci sono dubbi. "Ma - continua il filosofo - anche quando distruggiamo il manicomio permane il problema della velocità dell'etichetta, nell'individuo, nella società, i ognuno di noi (sesso, età, colore della pelle, cultura)."

Ed allora il problema è uscire dell'etichetta per relazionarsi alle persone così come sono e dare avvio all'avventura dell'incontro e sospendere il giudizio.
Dobbiamo essere vigili e non confondere ciò che davvero promuove la vita dei più deboli e la sollecita, da altri interventi che si appellano al buon cuore e ad una generica solidarietà e che però tendono a "separare" invece che "integrare". Dobbiamo comprendere, come dice il premio Nobel Imre Kertész "la relazione fondamentale tra la nostra deforme vita civile e privata e la possibilità dell’Olocausto, che estrania una volta per tutte l’Olocausto dalla natura umana e si impegna a escluderlo dalla cerchia delle esperienze umane".  E gli eventi di questi ultimi anni ne sono purtroppo una prova.

2 commenti:

  1. Emilia il discorso è veramente troppo delicato e complesso per un commento. La malattia mentale forse sarà sempre un'etichetta che spezza la vita. Della persona e dell'intera famiglia. D'altra parte chi come me dovrebbe 'combattere' contro l'emarginazione non riesce a farlo... Certo è terribile, lo so bene, un'umanita' che ti accorgi essere bestiale, insensibile, superficiale e egoista ma, credimi, quando provi tutto il giorno ogni giorno certe convivenze non puoi neanche più 'condannare' chi non capisce, evita, isola. La vita è un soffio e ognuno chissà segue l'istinto di proteggerla e goderla un po'. Includere è una magnifica parola ma posso assicurare che non è facile da tradurre in realtà. Non lo è neanche per professionisti e operatori, anzi. Alla fine scopri che è usata per sentirsi meglio, più giusti e compassionevoli magari, ma senza alcuna autentica profondità. È dura, durissima. Quante volte ho scritto che è triste sfuggire 'all'altro che inquieta'? Diventare giudici, voltare la faccia, disprezzare: in questo conosco campioni contro i quali ho urlato da carta e web, conscia di quanto sarebbe leggera e bella e ricca una società, una cultura che non etichetta, che ascolta, che aiuta, che abbraccia... Però so che nessuno è attratto dalle voragini Emilia, attrezzato per comprendere, votato a limitare il proprio respiro ogni minuto, ogni ora, ogni giorno. Bisogna conoscerla, certa malattia mentale! Conoscendola si finisce 'migliori' perché non si etichetta davvero più niente e nessuno, neanche quelli che etichettano i malati. 'Migliori' ma brutalmente stanchi, soli e smarriti.
    Quante volte ho desiderato essere 'peggiore'? Moltissime e lo ammetto. Ogni volta che realizzo che non mi è dato un attimo, uno soltanto, senza il lato oscuro che impedisce anche la più fugace serenità. Oh certo ho molte virtù forse proprio grazie a una vita accanto a una persona schizofrenica ma il prezzo è altissimo...
    Non mi dilungo oltre, ho già abbondantemente esagerato, pardon!

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  2. Grazie, per questa tua preziosissima testimonianza, Irene. Dici cose che ti assicuro Condivido nonostante il post possa sembrare contrario. Anche io ho convissuto con problemi simili e mai uguali al tuo. Dire che il manicomio va abolito, non vuol per me dire che tutto si debba riversare sui parenti, sugli amici o chiunque debba vivere con queste persone. Anzi. Che sua molto difficile trovare soluzioni, lo so. Ma ci deve essere la volontà di chi ci governa. Ma il problema è complesso. Se vuoi scrivimi. Riprenderò questo discorso nel tempo, perché mi è molto caro. Grazie ancora, davvero e dialogando, ascoltando le esperienze concrete che la comunità potrebbe crescere, trovando soluzioni, cercando e ricerca di. Questa è la mia più profonda convinzione.

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