14/04/17

La sfera affettiva si intreccia con la sfera cognitiva, di questo bisogna tener conto a scuola

Ogni tanto avevo un sogno che mi faceva svegliare. Sognavo che mangiavo qualcosa. Una roba secca e sabbiosa che non riuscivo a inumidire. Mi faceva male ai denti; e non riuscivo più a chiudere la bocca, volevo gridare e chiamare aiuto ma non potevo. E mi svegliavo con la bocca asciutta perché nel sonno l’avevo tenuta aperta. Mi chiedevo se avevo gridato; speravo di no, ma volevo che mamma venisse e mi domandasse se stavo bene e si sedesse sul mio letto.
È il protagonista del libro di Roddy Doyle Paddy Clarke ah ah ah!  a parlare, ma tutti i ragazzi, quando la vita si affaccia come troppo difficile, hanno bisogno che qualcuno si sieda accanto a loro,  chieda semplicemente se stanno bene ed è pronto ad ascoltare. A volte a loro basta questo semplice ma significativo  gesto di attenzione.
Gli insegnanti troppo spesso credono di dover sapere chissà cosa per poter entrare in relazione con i loro allievi e questo è solo un modo per erigere barriere tra noi e loro. Basta abbatterle per modificare le situazioni che ci sembrano più difficili.

In una classe in un'ora di supplenza una ragazza durante una discussione mi ha detto: «Noi capiamo che per i professori insegnare sia solo un lavoro, che abbiano le loro preoccupazioni, la loro famiglia, i loro figli, ma è possibile che noi non contiamo proprio nulla? Eppur viviamo tante ore con loro!».
Al contrario un altro ragazzo ha detto ad una mia collega: «Io da scuola mi porto a casa nuove conoscenze, ma anche tutto l'affetto che ho sentito per me e per i miei compagni».
I ragazzi, se li lasciamo parlare, ce lo dicono continuamente, hanno prima di tutto bisogno di entrare in un ambiente dove trovare persone che sappiano accostarsi a tutti i bambini: stranieri, con disabilità, tranquilli, meno tranquilli, persone che sappiano vederli semplicemente come bambini, senza etichette, bambini da conoscere e da cui farsi conoscere.
A scuola, però, ci si aspetta che l’alunno sappia mettere in funzione la propria intelligenza, la propria capacità di ragionare e di comprendere e raramente queste capacità vengono messe in correlazione col suo vissuto, con il suo stato d’animo, con tutte le altre componenti emotive ed affettive che entrano in campo quando si deve imparare qualcosa. La concezione che la ragione sia una componente umana completamente staccata dalla parte affettiva ed emotiva dell’uomo ha fatto del bambino a scuola un essere «bicefalo».
In realtà, come dice Carotenuto ne "Il tempo delle emozioni", 
La sfera affettiva intreccia una continua relazione e scambio comunicativo con la dimensione più propriamente cognitiva della nostra psiche, ed è da questa dinamica interazionale che scaturisce la soggettività di ogni essere umano, le sue peculiarità psicologiche, il suo modo di essere e di mostrarsi al resto del mondo.
Proprio ieri, Claudia, una mia allieva che frequenta il primo anno del  liceo classico mi è venuta a trovare e tra le tante cose che mi ha raccontato mi ha detto: «È possibile secondo lei, professoressa, che un professore entri in classe, cominci a far lezione senza neanche mai salutarci? Sono cose che fanno passare la voglia di andare a scuola».
Il bisogno di rapporti umani a scuola, dove bambini e ragazzi trascorrono una gran parte del loro tempo-vita, è un bisogno di tutti, anche di chi, come Claudia, ha una vita affettiva e famigliare del tutto soddisfacente. Tanto più questo rapporto sarà importante  per ragazzi che hanno alle spalle vite difficili e traumatiche.

Il processo di apprendimento, infatti, è un processo circolare. Se si tiene conto della sfera affettiva migliorerà l'apprendimento, se il bambino sarà in grado di apprendere potrà sciogliere dei nodi che bloccavano la propria sfera emotiva: attraverso l'apprendimento il bambino imparerà a controllare le proprie emozioni e a incanalare le proprie angosce.

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