31/05/17

L'importanza dell'integrazione dei disabili a scuola e nella vita quotidiana

Era arrivato alla scuola media con un album delle figurine. Gli era stato regalato dalle maestre e non se ne voleva distaccare. Non voleva stare seduto al banco e voleva sempre uscire dalla classe.
Nella sua testa la scuola sarebbe continuata così. Eravamo preoccupati, ma come insegnanti del consiglio di classe che doveva accoglierlo ci siamo posti una domanda: dobbiamo fare di tutto per inserirlo o continuiamo come alle elementari a tenerlo fuori il più possibile? Ci era stato detto che in classe non era gestibile ed effettivamente quando l'abbiamo conosciuto, nei primi giorni non voleva stare in classe, urlava, tirava calci... Abbiamo però voluto provare lo stesso e ci siamo attrezzati per poterlo gestire aiutandoci tra di noi, anche facendo più ore del dovuto. Abbiamo strutturato l’orario scolastico e gli spazi per permetterci di sostenerci a vicenda.

I primi tempi sono stati molto difficili: Giuseppe provocava in continuazione, ci metteva alla prova, faceva di tutto per costringerci a metterlo fuori della classe. Noi abbiamo resistito. Gli abbiamo impedito di uscire senza permesso: lui prendeva il cordone delle veneziane e se lo annodava intorno al collo. Minacciava di picchiarci e qualche volta ci ha provato. La nostra è stata una lotta a chi resisteva di più, a chi sarebbe stato il primo a cedere. Non abbiamo mollato, ha desistito pian piano lui.
Tutte le volte che lui ingaggiava la «battaglia» noi gli ripetevamo con voce ferma e decisa, che non ci faceva paura, che lui era un bambino come gli altri e che quindi doveva rimanere in classe. Noi lo volevamo con noi. E credo che fosse proprio questo a conquistarlo: vedere che qualcuno lottava non contro di lui, ma per lui. 
Il suo primo libro di testo sono state le figurine di calcio. Non sapeva né leggere né scrivere. Abbiamo cominciato ad imparare a leggere e a scrivere partendo proprio dai calciatori. I compagni, inizialmente un po’ spaventati, si sono lasciati pian piano coinvolgere e l’hanno poi affiancato aiutandolo molto.
È iniziato il suo processo di crescita, lento, ma tenace, con dei bruschi ritorni indietro. Non si è sentito veramente sicuro fino a quando non ha capito che davvero qualcuno pensava a lui, ma abbiamo dovuto passare più di un anno prima di ottenere davvero la sua fiducia. È diventato poi un ragazzo dolcissimo. Non usciva mai di classe, l’insegnante di appoggio lo affiancava solo alcune volte, nelle altre aiutava altri compagni. Eravamo più noi insegnanti di classe a stargli vicino, perché veramente si sentisse come tutti.

Massimo, invece, aveva una tetraparesi spastica, era seduto in carrozzella e parlava con molta fatica. Una compagna in seconda media aveva scritto di lui: «Quando sono stata inserita in una classe con un ragazzo portatore di handicap ero spaventata, non sapevo cosa dirgli, come trattarlo, mi faceva impressione. Ero tentata di chiedere a mia mamma di cambiarmi di sezione, ma meno male che non l’ho fatto. Massimo mi ha insegnato ciò che nessuno avrebbe saputo insegnarmi: la capacità di gioire delle più piccole cose, la capacità di dare amore senza condizioni, la capacità di lottare di fronte anche a difficoltà che a me sarebbero sembrate insormontabili. Stare con lui è bellissimo, ti comunica tante emozioni belle che non so descrivere… forse è il senso della vita».
Ho rivisto Massimo dopo la scuola media, si era intristito, non sorrideva né rideva più come quando era in classe con i suoi compagni. Lo avevano inserito in un centro diurno insieme ad altri disabili anche più gravi di lui. Ci è venuto a trovare e mi ha chiesto dove erano i suoi compagni. Gli ho risposto che non erano più nella nostra scuola. Ha taciuto e non ha più parlato. La scuola era stato l’unico luogo dove si era sentito amato, come tutti gli altri. Dopo era ripiombato nella solitudine.

Anche Giuseppe, non era più andato a scuola e tutti i giorni veniva davanti alla finestra della mia classe a salutarmi. Qualche volta lo facevo entrare e lui si sedeva vicino a me senza parlare. Poi mi abbracciava e se ne tornava a casa. Mi hanno detto che, in seguito, è riuscito a trovare un lavoro.

Negli anni settanta c’è stato un mutamento radicale di mentalità nella società, si è diffusa una maggiore coscienza e socializzazione della problematica dell’handicap, si sono avviati reali processi di integrazione, di comprensione e di accettazione. Sono così sorte esperienze che hanno saputo valorizzare l’handicappato come persona.

Oggi, purtroppo, si ha l’impressione che ci sia un ritorno indietro: la tendenza che sta vincendo a scuola è, per esempio, quella di portare i bambini fuori dalla classe in nome di un insegnamento specializzato che non tiene di nuovo conto di quanto la sfera affettiva sia strettamente legata alla sfera cognitiva tanto più in questi ragazzi.

Troppe questioni fondamentali non sono state risolte e le famiglie sono sempre più sole e senza sostegno.
L’inserimento di bambini «diversi» non fa bene solo a loro, ma anche a tutti gli altri. «Educarsi alla frequentazione del diverso è la prima condizione che dispone psicologicamente a intendersi con chi non è nato nella culla dove siamo nati noi. Questa disposizione psicologica eviterà in seguito di escludere dal proprio universo morale stranieri, avversari, membri di gruppi svantaggiati, e indurrà a riconoscere a loro gli stessi obblighi morali che sentiamo per i nostri amici e familiari»” .

La scuola può insegnarci a ripudiare l’indifferenza, il menefreghismo, l’egoismo se si avrà la possibilità «di sperimentare il “diverso” come “prossimo tuo”.
E la parola prossimo va intesa proprio nel senso latino come «vicinissimo»: il mio compagno di classe, il mio compagno di banco, il mio vicino di casa…

Giuseppe, Massimo, Marzia, Giovanna, Roberta, Andrea, Luca, Giorgia… tutti bambini con problematiche diverse che mi hanno insegnato un principio fondamentale. In loro era presente la richiesta esplicita di poter vivere in un ambiente normale che ti accetti, che sappia valorizzare le tue capacità, che sappia prendere in considerazione i tuoi sentimenti. Andare a scuola, lavorare, stare in mezzo agli altri, essere accettati, valorizzati, essere ricambiati nei propri sentimenti sono i presupposti fondamentali che possono far scattare in qualsiasi essere umano e, quindi a maggior ragione negli handicappati, la molla del cambiamento.

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