01/05/17

Oggi è "la festa" del lavoro che non c'è

A Torino, di fronte a Trony in via Lagrange, sabato, ho visto le bandiere della Cgil e dei lavoratori che davano dei volantini. Ho chiesto cosa stesse succedendo: "Trony chiude questo punto vendita e ci manda tutti a casa. Da un giorno all'altro... Cosa faremo?".

Nessuno si ferma, nessuno chiede, nessuno prende i volantini che questi lavoratori disperati cercano di dare a chi passa. Vuoti a perdere. Scarti. "Lo vede - mi hanno detto - non interessa a nessuno" L'indifferenza della gente è ciò che fa più paura. Il senso di solitudine che ci lascia smarriti, senza riferimenti, senza neanche più parole di solidarietà di fronte a difficoltà che sconvolgono la nostra esistenza. 

Ci si abitua a tutto. Soprattutto se non capita a noi. Anzi sui social network leggo parole dure, senza appello. Quasi la colpa fosse dei licenziati e non di un'economia che ha prodotto questa società che non conosce pietà.
Questa società h prodotto luoghi virtuali dove "sentirsi insieme", ma che in realtà producono nella vita reale, sicuramente più complessa e contraddittoria l'isolamento più o meno volontario.
Del resto è quello che l'attuale organizzazione della società vuole il cui fine, come dice Bauman,
“è esplicitamente quello di dividere, segregare ed escludere, non di costruire ponti, facili passaggi e luoghi d’incontro, o di facilitare la comunicazione e avvicinare in altri modi gli abitanti delle città”.
Siamo tutto il giorno connessi al nostro cellulare o al computer ma nella realtà, che lo vogliamo o no, siamo disconnessi.

C'era rassegnazione in quelle donne sabato mattina mescolato a collera e vergogna. Sembravano sapere in che mondo viviamo, sapevano che non siamo più considerati uomini o donne, ma risorse o esuberi, oggetti insomma da usare o gettare. Forse l'hanno sempre saputo, ma ora sono loro a sentirsi tali. Ormai lo sappiamo tutti che la maggioranza dei giovani ha un lavoro così precario e mal pagato, da trovarsi sempre vicino alla possibilità della disoccupazione, lo sappiamo tutti che non c'è nessuna remora a licenziare un uomo o una donna in età già avanzata con famiglia.  siamo sempre "disconnessi", di-sconnettiamo il nostro mondo da quello degli altri.
Sappiamo tutti che il neoliberismo ha vinto, che sono stati aboliti in pochi anni tutti i diritti conquistati duramente.

Viviamo in una società che esclude, che separa, che rottama, produce rifiuti e tra i rifiuti ci sono anche i "rifiuti umani", esseri umani in esubero, eccedenti, dunque "scartati". 
Le parole cambiano, ci abituano ai cambiamenti che sono in atto. E' diverso dire, come si diceva una volta, disoccupato, il disoccupato continuava ad essere "forza lavoro" in attesa di occupazione, l'esubero, invece, sa di essere "superfluo", non indispensabile. Semplicemente di non servire più e di essere lasciato al proprio destino.

Il termine usato da Bauman per descrivere questa società è liquido, che si può declinare con altri aggettivi precario, incerto, flessibile,  instabile, effimero, transitorio e via dicendo. Ma l’aggettivo liquido è forse quello più appropriato. 
I corpi solidi  mantengono una forma propria e delle precise dimensioni, i liquidi si muovono con estrema facilità e la forma cambia sempre. I liquidi trascinano, ci travolgono, non sappiamo mai dove vadano.
È evidente che la condizione liquido-moderna ha pesanti ripercussioni sull'esperienza dell’uomo, sul suo vissuto: il rapporto fra presente, passato e futuro è sempre più problematico. Il futuro è una minaccia, non è più una promessa. Occorre imparare a camminare sulle sabbie mobili. 

Noi cerchiamo certezze, ma, in realtà, navighiamo in un oceano di incertezza e proprio per questo avremmo più bisogno che mai di relazioni, e di relazioni su cui poter contare, a cui far riferimento per definire noi stessi. Ne abbiamo bisogno, non soltanto per la preoccupazione morale per il benessere di altre persone, ma anche per il nostro stesso bene, per la coesione e la logica del nostro stesso essere. 
Ed invece, la facilità di accesso, connessione e disconnessione a social e reti varie incoraggia la creazione di legami fragili a distanza, impersonali o nei quali prevale la finzione simulata in quanto manca completamente la dimensione del contatto diretto. 
“Da qui -  dice Bauman - nasce la crescente domanda per quelle che potrebbero essere chiamate comunità guardaroba, quelle comunità che prendono corpo, anche se solo in apparenza, quando si appendono in guardaroba i problemi individuali, come i cappotti e i giacconi quando si va a teatro. (…) Le comunità guardaroba vengono messe insieme alla bell’e meglio per la durata dello spettacolo e prontamente smantellate non appena gli spettatori vanno a riprendersi i cappotti appesi in guardaroba. Il loro vantaggio rispetto alla «roba autentica» sta proprio nel breve arco di vita e nella trascurabile quantità di impegno necessario per unirsi ad esse e godere (sia pur brevemente) dei loro benefici”.
Ci allontaniamo in modo più o meno consapevole da chi è già escluso perché  come dice sempre Bauman:
"(...) la minaccia di essere esclusi ed eliminati si aggira costantemente tra noi.

Noi tutti siamo i danni collaterali di un mondo deregolato, della spietata competizione in corso tra poteri enormi, che facciamo fatica a comprendere e contro i quali possiamo fare molto poco. (...) - ci sentiamo "vittime collaterali potenziali". 
Oggi è la festa del lavoro che non c'è, o che è incerto, insicuro ed in balia degli eventi e di chi ha le carte in mano. Oggi non c'è nulla da festeggiare, ma tanto da ricostruire a partire dai rapporti tra di noi, che devono guardare a chi sta peggio non per altruismo o generosità, ma perché partendo da loro possiamo costruire un mondo più sicuro per tutti. Una cosa è certa, per quanto mi riguarda, che non bisogna distogliere l'attenzione dal mondo che ci circonda, che possiamo e dobbiamo costruire microcosmi in cui la solidarietà metta in moto la nostra creatività.

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